Di fronte alla decisione assunta dal Tribunale per i minorenni di Milano, a molti verrà spontaneo cercare un termine rassicurante: garantismo, funzione rieducativa, giustizia minorile. Tutte etichette formalmente corrette. Ma ce n’è una che, con ogni evidenza, non può essere utilizzata: giustizia.
La scelta di disporre la “messa alla prova” per due studenti liceali diciassettenni arrestati per resistenza aggravata e danneggiamento durante gli scontri alla stazione Centrale, al termine del corteo per Gaza del 22 settembre, rappresenta l’ennesimo episodio di una giurisdizione che sembra aver smarrito il senso della proporzione non in senso garantista, ma in senso politico e simbolico. Nove mesi di lavori socialmente utili, la sospensione del processo e, se tutto andrà come previsto, la cancellazione dei reati: un epilogo che comunica un messaggio chiaro e devastante.
Il messaggio è questo: la violenza di piazza, purché ammantata di una causa “giusta” o di un contesto ideologico spendibile, non è davvero colpevole. È un inciampo, un errore educativo, una parentesi giovanile da archiviare rapidamente. Lo Stato arretra, il principio di responsabilità evapora, e il confine tra protesta e violenza organizzata diventa sempre più labile.
Non è un caso che la decisione giudiziaria si innesti in un contesto già fortemente segnato da interventi correttivi: prima la revoca degli arresti domiciliari da parte del Riesame, poi la sospensione dei daspo urbani da parte del TAR. Provvedimenti ritenuti “sproporzionati” rispetto al rischio di reiterazione del reato. Ma qui si rovescia il problema: non è la misura cautelare a essere sproporzionata, è la sottovalutazione sistemica della violenza a essere ormai strutturale.
Il commento ironico dell’avvocato difensore, che auspica che la sentenza “piaccia anche alla presidente del Consiglio”, chiama direttamente in causa Giorgia Meloni. Ma il punto non è lo scontro politico contingente. Il punto è che, piaccia o non piaccia alla premier di turno, questa decisione mortifica davvero – e non retoricamente – il lavoro delle forze dell’ordine e, soprattutto, il patto implicito tra Stato e cittadini rispettosi delle regole.
Perché mentre si moltiplicano prescrizioni come la “frequenza scolastica”, gli “incontri di educazione alla legalità” o i percorsi psicologici, resta una domanda inevasa: dov’è la sanzione? Dov’è il segnale netto che l’uso della forza contro beni pubblici e agenti dello Stato non è una forma di espressione, ma una rottura grave dell’ordine democratico?
La giustizia minorile nasce per recuperare, non per assolvere preventivamente. Qui, invece, si assiste a una deresponsabilizzazione totale, che trasforma il processo penale in un adempimento burocratico e la violenza in un incidente di percorso. Il risultato è una giurisprudenza che non educa, non dissuade e non tutela la collettività.
A questa decisione si possono dare molti nomi: clemenza, indulgenza, lassismo, resa culturale. Ma chiamarla giustizia significa svuotare la parola di ogni significato.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.