Milano 9 Settembre – Matteo Renzi ha trovato il modo migliore e più coerente per festeggiare l’8 settembre (quello del 1943), contestando gli alleati sull’unica cosa saggia che hanno deciso di fare dopo tanti errori in Siria. Mentre Londra e Parigi annunciano un intervento aereo contro lo Stato Islamico in Siria, il nostro premier prontamente risponde: «Occorre un progetto di lungo termine. Le iniziative spot servono e non servono». Va bene. I progetti di lungo termine servono, ma non possono esistere se prima non si fronteggia la minaccia imminente nel breve termine. L’Isis è un regime totalitario in piena espansione, adesso. Sta massacrando cristiani, curdi, turkmeni, yezidi e musulmani sciiti, adesso. Sta minacciando ripetutamente attentati, anche contro Roma e il Vaticano, adesso. In sostanza, se non si interviene adesso, un domani potremmo piangere i morti anche in casa nostra e sarà già troppo tardi.
Si possono muovere molte critiche alla mancanza di chiarezza e di lungimiranza del presidente francese François Hollande, questo è certo. Si può contestare, ad esempio, la sua affermazione, un po’ troppo fuori luogo, «Assad se ne deve andare», nel momento in cui il dittatore siriano sta combattendo l’Isis quanto noi. È una questione di priorità: o combatti prima l’Isis, o prima Assad, non tutti e due assieme, per l’unica valida ragione che non esiste in Siria una terza forza organizzata che sia in grado di lottare contro entrambi e di formare un governo vicino agli interessi occidentali. Si può contestare al premier britannico di aver fatto, finora, troppo poco in Siria. Ad agosto, infatti, un drone britannico ha colpito una base del Califfato a Raqqa, uccidendo due jihadisti inglesi che preparavano attentati in Occidente, ma l’intervento della Raf contro lo Stato Islamico in Iraq ha compiuto il suo primo anno e, da allora ad oggi, non abbiamo visto questi grandi risultati.
In generale, si può contestare sia alla Francia che alla Gran Bretagna di parlare tanto e far poco, di colpire il Califfato senza la reale intenzione di annientarlo nel minor tempo possibile. E la stessa accusa può essere rivolta benissimo anche agli Stati Uniti. Ma chiamarsi fuori da una lotta che ci riguarda direttamente, con il solito argomento “benaltrista”, con quel “occorre un progetto di lungo termine” così tipico del politico italiano che non sa da che parte stare, è proprio l’unica cosa che non si potrebbe e non si dovrebbe dire in una situazione di conflitto conclamato.
Sono solo pregiudizi anti-renziani? Non proprio. Purtroppo l’Italia non ha una strategia, né nel Medio Oriente né altrove. La dimostrazione è data dalla Libia, una guerra alle porte di casa in cui l’Italia è militarmente assente. Dalla costa libica arriva il grosso dell’immigrazione “non programmata” (per usare un eufemismo targato Onu) e noi attendiamo che la soluzione arrivi dall’Ue e dalle Nazioni Unite, altrimenti stiamo fermi. Sempre sulla costa libica si sta facendo strada lo Stato Islamico, che considera la Libia, come “la porta di accesso per arrivare a Roma” (sic!) e il nostro governo, da febbraio ad oggi, non ha preso in considerazione alcuna mossa preventiva.
Nel 2011 l’Italia si è precipitata a partecipare a un intervento armato contro il regime del colonnello Gheddafi, che non costituiva una minaccia immediata per la nostra sicurezza, solo perché ce lo hanno chiesto gli alleati. Ora che la Libia è una minaccia, non interveniamo. E se adesso gli alleati ci chiedono di intervenire contro un nemico che ci minaccia dalla Siria, ci sfiliamo. È la prova che non abbiamo idee chiare su quali siano i nostri interessi nazionali, nemmeno quando c’è un conflitto a un’ora di aereo da Roma. Figuriamoci quando si parla di conflitti più lontani, come quello in Siria.
Faccia un favore al nostro Paese, caro Renzi: faccia alzare in volo i tornado italiani, con il chiaro ordine di colpire i miliziani dell’Isis e le loro basi. Poi, a nemico sconfitto, parli pure di tutti i progetti di lungo termine che vuole.
Stefano Magni (L’Intraprendente)
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