Gender, l’ennesimo figlio di uno statalismo malato

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Milano 9 Settembre – Questo articolo nasce e parte dal coraggio di una maestra, Nicoletta De Giovanni, che nella scuola combatte una battaglia solitaria contro il pregiudizio rosso, che col tempo ha cambiato palette, diventando arcobaleno. Diverso il colore, stessa la ferocia. Resistere in queste condizioni è eroico. Ma se anche taceremo noi, ad urlare saranno le pietre.Nicoletta Di Giovanni

Prima che ci imbavaglino con la Scalfarotto, facciamo un po’ di chiarezza. Lo studio sul gender nasce in America, da una domanda in sé del tutto innocente. Cos’è che fa di una femmina una donna? L’essere umano, di norma, nasce maschio o femmina. I concetti di uomo e donna, invece sono di origine sociale. Contestualizziamo: siamo nel periodo della seconda parte del femminismo. Quando, alle sacrosante richieste di parità legale (voto, scuola, lavoro), stavano cominciando ad accostarsi idee molto più radicali. E venate di odio. Si rifletteva di come fornire una educazione che non orientasse e non ghettizzasse le persone. Di sesso femminile, prevalentemente. Ovviamente, la cosa finì lì. C’era ancora abbastanza buon senso da far notare che lasciar crescere maschi e femmine senza insegnar loro ad essere uomini e donne, non era particolarmente salutare. Mi si consenta una riflessione. Si è iniziato col dire che Battezzare i figli fosse sbagliato, avrebbero dovuto scegliere loro una volta cresciuti. Si è continuato con la politica, dovevano essere liberi di scegliere, da grandi. La teoria gender, nella versione soft appena esposta, dice che è da grandi che si sceglie se  e come essere uomini o donne. Nessuno si è mai posto il dubbio di come possa diventare “grande” un bambino che non sa da dove viene, chi è e cosa ci si aspetta da lui. In ogni caso, finiti gli anni 70 gli studi sul gender sono continuati in sordina,  si potrebbe dire che questa idea era finita in cantina.

La cantina è un brutto posto per le idee. Rischiano di fare la muffa, imputridire e generare mostri. Il naturale sviluppo è stato dire che non si nasce nemmeno “maschio” o “femmina”. Lo si diventa. Ognuno può scegliere cosa essere. Se educati opportunamente, i bambini possono essere bambine. Questa idea aberrante ha prodotto innumerevoli esperimenti, alcuni dei quali hanno avuto il coraggio di denunciare l’aberrazione. L’ideologia che sta dietro questa follia è che l’uomo può forgiare se stesso. Un Prometeismo che esalta l’idea dell’essere contemporaneamente fabbro e ferro. L’idea è stata patrocinata da parte del mondo gay, la stessa che oggi spinge perchè la versione “soft” entri nelle scuole. Come cavallo di Troia. L’obiettivo, infatti, è quello di far passare l’idea dell’indifferenza sessuale. Non siamo più nulla. Siamo qualcosa, se lo vogliamo. A questo, sempre nella fantomatica lotta contro le fantomatiche persecuzioni di genere, si aggancia tutto il bagaglio culturale. Uomini che comprano bambini, strappandoli al seno della madre. Donne bombardate di ormoni che portano in grembo il freddo frutto di padri ignoti. Figli commerciati, costruiti, creati, venduti.

Cose che col gender non c’entrano nulla, in effetti. Ma che moltissimo hanno a che fare con il vero problema di tutto questo. Dominare il Leviatano Statale per forgiare le menti dei figli. Strappati dalle famiglie. Così antiche. Così Italiane. Anche quando vengono dall’altra parte del mondo. Soprattutto in quel caso, direi. Ed educati alla Spartana secondo valori scelti da assemblee grige e morte. Come le coscienze degli indottrinatori. Ripeto, le famiglie arcobaleno e la tratta dei loro figli nulla c’entra col gender. Ma molto, moltissimo c’entra con il pensiero unico e dominante. E con la dittatura strisciante che soldati e sentinelle silenziose come Nicoletta combattono. In piccoli Vietnam personali. Inferni professionali. Con pressioni altissime. Ecco perchè abbiamo il dovere di urlare noi. Perché non siano costrette a farlo le pietre.

 

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