Ci sono scelte che raccontano una visione politica più di qualsiasi dichiarazione. Nel Documento Programmatico e Previsionale 2027-2029 del Municipio 3, la sottosezione dedicata alla sicurezza urbana nel capitolo sulle pari opportunità si apre con le campagne di sensibilizzazione maschile contro molestie, violenze sessuali e catcalling. Prima delle telecamere alle fermate, prima dell’illuminazione, prima degli interventi sui luoghi insicuri. È un ordine che colpisce: come se il problema da mettere davanti a tutti, quando si parla della sicurezza di una donna, fosse anzitutto educare chi le rivolge un commento volgare per strada.
Il catcalling è incivile, sgradevole e va contrastato. Ma presentarlo nel primo punto della sezione, accostandolo persino alle violenze sessuali e indicando per entrambi la stessa risposta delle campagne di sensibilizzazione, è ridicolo e insultante. Una molestia verbale e uno stupro non possono essere affrontati come fenomeni indistinti dentro una formula amministrativa. Riconoscere la diversa gravità dei pericoli è il primo dovere di chi pretende di occuparsi di sicurezza.
Le donne possono essere aggredite, rapinate, perseguitate, minacciate, costrette a cambiare strada o a rinunciare a uscire da sole. Possono subire violenze dentro e fuori casa. Davanti a questi rischi, aprire la sezione con il catcalling e la sensibilizzazione significa proporre una gerarchia delle risposte completamente fuori misura. Come se la cosa più grave che possa capitare a una donna fosse sentirsi rivolgere una frase offensiva, e la prima responsabilità dell’amministrazione fosse organizzare una campagna per spiegare che non si fa.
È proprio alle donne che questa impostazione manca di rispetto. Perché riduce una domanda concreta di protezione a un programma educativo. A chi teme di essere seguita tornando a casa, a chi aspetta un mezzo pubblico in un luogo isolato, a chi vive sotto la minaccia di un uomo violento, le istituzioni devono rispondere indicando come intendono proteggerla. Servono presenza sul territorio, interventi tempestivi, luoghi illuminati, sostegno alle vittime e coordinamento con le forze dell’ordine. La sensibilizzazione ha una funzione, ma metterla davanti a tutto rivela una preoccupante incapacità di distinguere le priorità.
Il documento richiama successivamente telecamere e illuminazione e affronta altrove anche i presidi di sicurezza. Ma questo non cancella la scelta di apertura: proprio nella sottosezione che dovrebbe tradurre l’attenzione alle donne in misure per la loro protezione, il primo punto è dedicato alle campagne. Scrivere un programma significa scegliere che cosa mettere in evidenza, quale problema porre davanti agli altri e quale risposta assumere come centrale. Quell’ordine ha un significato politico e va giudicato.
Nessuno chiede di tollerare il catcalling. Si chiede di avere il senso delle proporzioni. Le donne meritano un’amministrazione capace di riconoscere la gravità dei rischi che corrono e di mettere al primo posto la loro incolumità. Aprire con una campagna contro i commenti molesti, mentre la protezione concreta arriva nei punti successivi, è una scelta vergognosamente inadeguata. E pretendere di presentarla come attenzione alla sicurezza femminile aggiunge l’insulto al problema.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.