Il caldo sta cambiando la geografia del turismo. E anche l’estate come la conosciamo

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Il Climate Perception Index di Data Appeal Mabrian misura qualcosa che il termometro non racconta: come i viaggiatori percepiscono il clima di una destinazione. L’Italia resta forte, con 91,6 punti tra maggio e luglio 2026, ma perde 0,6 punti sullo stesso periodo del 2025. Dietro una variazione apparentemente piccola si intravede una trasformazione molto più grande: il clima potrebbe cambiare quando viaggiamo, dove andiamo e persino ciò che chiediamo a una vacanza.

Quaranta gradi sono quaranta gradi. Ma non tutti i turisti li vivono allo stesso modo.

Per chi arriva nel Mediterraneo aspettandosi sole e temperature elevate, il caldo può essere parte dell’esperienza desiderata. Per chi aveva immaginato giornate trascorse camminando tra monumenti e piazze, può diventare un ostacolo. E persino la stessa temperatura viene percepita diversamente se arriva nel cuore di agosto oppure, inaspettatamente, alla fine di maggio.

È da qui che bisogna partire per capire il Perception of Climate Index, PCI, l’indice utilizzato da Data Appeal Mabrian per osservare l’evoluzione della percezione climatica dei viaggiatori.

Non è un altro modo per misurare semplicemente quanto fa caldo. Il termometro registra una temperatura; il PCI cerca invece di raccontare come il clima viene percepito da chi sta vivendo una destinazione turistica.

Ed è una differenza sostanziale.

Nel report La nuova realtà climatica del Mediterraneo. Come le ondate di calore stanno ridefinendo la percezione dei viaggiatori, pubblicato nell’agosto 2026, The Data Appeal Company / Data Appeal Mabrian mette l’evoluzione della percezione climatica in relazione con i periodi di ondata di calore ufficialmente registrati, osservando cinque grandi destinazioni – Italia, Spagna, Portogallo, Francia e Grecia – durante i mesi da maggio a settembre a partire dal 2023. Per il 2026 i dati arrivano a luglio. Lo studio considera inoltre l’indice globale e alcuni specifici mercati di origine, tra cui Regno Unito, Stati Uniti, Spagna e Francia.

La questione diventa immediatamente economica. Se un’ondata di calore produce soltanto qualche giorno di disagio, abbiamo soprattutto un problema meteorologico. Se invece comincia a modificare il mese in cui partiamo, la destinazione che scegliamo, la durata del soggiorno o il tipo di esperienza che siamo disposti ad acquistare, allora abbiamo davanti un cambiamento del mercato turistico.

Ed è precisamente questo che rende i dati del 2026 interessanti.

Il clima attraverso gli occhi del turista

Per comprendere il PCI possiamo immaginare due destinazioni che nello stesso giorno registrino 38 gradi.

Nella prima il turista si aspettava un’estate molto calda, dispone di spiagge, piscine, locali climatizzati e organizza la giornata alternando mare e attività serali. Nella seconda aveva programmato visite culturali, passeggiate e attività all’aperto e quei 38 gradi arrivano magari a giugno.

La temperatura è identica. L’esperienza turistica non lo è.

Il report mostra infatti che le ondate di calore incidono maggiormente sulla percezione quando arrivano in anticipo rispetto alla stagione, durano a lungo oppure assumono caratteristiche eccezionali. Nella maggior parte dei casi il deterioramento è temporaneo e il giudizio recupera rapidamente quando le temperature tornano ai livelli abituali. Ma emerge una variabile decisiva: le aspettative climatiche influenzano fortemente la sensibilità dei viaggiatori.

Questo significa che un’ondata molto intensa non produce necessariamente un danno duraturo all’immagine turistica di un Paese. Al contrario, episodi meno spettacolari ma precoci, ripetuti e prolungati possono progressivamente modificare ciò che il viaggiatore pensa del clima di quella destinazione.

E il Mediterraneo del 2026 comincia a mostrare differenze notevoli.

L’Italia è seconda, la Francia precipita a 77,2

Tra maggio e luglio 2026 il Portogallo registra un PCI medio di 93,5 punti, il valore più alto tra i cinque Paesi analizzati. L’Italia segue con 91,6, davanti alla Spagna con 90,4 e alla Grecia con 89,9.

Poi c’è la Francia.

Il suo indice si ferma a 77,2 punti: oltre 16 punti in meno rispetto al Portogallo e più di 14 rispetto all’Italia. È proprio la Francia il caso da osservare con maggiore attenzione, perché potrebbe anticipare ciò che accade quando l’eccezione climatica comincia a trasformarsi in reputazione.

Nel 2026 il Paese ha registrato periodi di ondata di calore tra il 15 e il 28 maggio, dal 12 giugno al 9 luglio e ancora dal 24 al 30 luglio.

Fino al 2025, spiega il report, la Francia reagiva in modo abbastanza simile alle altre destinazioni: peggioramento durante il caldo estremo e successivo recupero. Nel 2026, invece, Data Appeal Mabrian rileva i primi segnali di un deterioramento della percezione climatica. Le temperature estreme sono arrivate prima del previsto e si sono protratte nel tempo, aumentando l’attenzione mediatica e sociale e lasciando una traccia più persistente nella valutazione dei viaggiatori.

È un passaggio da non sottovalutare: il clima comincia a diventare reputazione della destinazione.

Il piccolo -0,6 italiano che merita attenzione

L’Italia è lontanissima dalla situazione francese. Anzi, il suo PCI resta tra i migliori del Mediterraneo analizzato.

Ma proprio perché partiamo da una posizione forte, il movimento dell’indice è interessante.

Nel 2025 il nostro Paese aveva registrato un PCI medio di 92,2 punti su 100, migliorando i risultati del 2023 e del 2024. Tra maggio e luglio 2026 il valore risulta invece inferiore di 0,6 punti rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Se guardato isolatamente, uno scostamento di sei decimi appare modesto. Il punto, tuttavia, non è il numero in sé. È la dinamica che potrebbe esserci dietro: l’Italia presenta una volatilità inferiore rispetto a Spagna e Grecia durante le singole ondate, in altre parole, il turista non reagisce necessariamente in maniera drammatica a ogni episodio di caldo.

Il possibile problema italiano è diverso. È l’accumulo.

Il ripetersi di temperature elevate per periodi prolungati, soprattutto nelle prime fasi dell’estate, sembra iniziare a esercitare un effetto continuativo sulla percezione. Nel grafico dedicato all’Italia, il periodo di ondata di calore indicato per il 2026 va dal 19 giugno al 23 luglio. Nel 2025 ne vengono individuati tre, dal 19 giugno al 2 luglio, dal 17 al 20 luglio e dal 7 al 20 agosto; nel 2024 il periodo indicato va dal 10 luglio al 20 agosto, mentre nel 2023 vengono segnalati il 10-23 luglio e il 14-27 agosto.

La domanda diventa allora inevitabile: che cosa accade se il turista smette di considerare un’estate eccezionalmente calda un’anomalia e comincia invece a considerarla la nuova normalità italiana?

Spagna e Grecia resistono, ma reagiscono al caldo

La Spagna mostra un comportamento differente. Nelle stagioni analizzate registra un PCI medio di 87,2 punti su 100 e, durante le ondate di calore, oscillazioni che possono andare da 3 a 16 punti. Sono reazioni considerevoli, ma finora prevalentemente temporanee: quando le temperature tornano sui livelli stagionali attesi, anche la percezione recupera.

La Grecia mantiene a sua volta valori elevati, con una media di 89,2 punti nelle stagioni analizzate. Anche qui il PCI tende a diminuire durante le fasi di caldo persistente e a risalire successivamente.

Il 2026, tuttavia, introduce un’incognita: giugno e luglio presentano risultati generalmente inferiori agli anni precedenti. Il report parla prudentemente di una possibile crescente sensibilità dei viaggiatori al ripetersi delle ondate, da verificare nel tempo.

Il paradosso del Portogallo spiega perché le aspettative contano

Il Portogallo è forse il caso più affascinante.

Nelle stagioni analizzate presenta un PCI medio di 91,1 punti su 100 e una percezione climatica particolarmente stabile. Secondo l’interpretazione contenuta nel report, le condizioni estive più calde sembrano essere state progressivamente integrate nell’immagine climatica della destinazione e quindi nelle aspettative del visitatore.

Lo dimostra un episodio estremo.

A metà settembre 2025 un’ondata di calore eccezionale provocò un crollo del PCI di 33,5 punti. Eppure, nel giro di appena una settimana, la percezione era tornata sui livelli abituali.

È forse il miglior esempio per comprendere perché il futuro del turismo non possa essere studiato guardando esclusivamente il termometro.

Conta la temperatura, certamente. Ma conta anche quanto quella temperatura sorprenda il turista.

Francesi e americani non cercano la stessa estate

C’è un altro elemento da sottolineare soprattutto per chi si occupa di marketing territoriale – è che non tutte le nazionalità reagiscono allo stesso modo.

I viaggiatori francesi risultano i più sensibili tra i mercati analizzati, mostrando cali della percezione più frequenti, pronunciati e persistenti durante il caldo prolungato. Anche i mercati domestici studiati risultano molto reattivi: chi conosce bene il proprio Paese può confrontare più facilmente le condizioni attuali con quelle climatiche alle quali era storicamente abituato.

I britannici reagiscono in maniera evidente alle ondate di calore, ma prevalentemente nel breve periodo, recuperando rapidamente quando le condizioni migliorano.

Gli statunitensi risultano invece i meno sensibili tra i mercati presi in esame: mantengono una percezione climatica generalmente positiva e la correlazione tra ondate di calore e caduta dell’indice appare meno evidente.

La conseguenza per le destinazioni è concreta: non ha più senso promuovere lo stesso territorio, nello stesso periodo dell’anno e con lo stesso messaggio a mercati che possiedono soglie di comfort differenti.

Ed è qui che il PCI smette definitivamente di essere un curioso indicatore statistico e diventa uno strumento di politica turistica.

Il cambiamento climatico sta cambiando silenziosamente la vacanza estiva

Quello fotografato da Data Appeal Mabrian si inserisce in un dibattito scientifico e turistico molto più ampio.

Nel luglio 2026 Mehri Khosravi, Senior Research Fellow del Sustainability Research Institute della University of East London, ha sintetizzato il fenomeno con un’espressione particolarmente efficace: «Climate change is quietlyc hanging the summer holiday», il cambiamento climatico sta silenziosamente cambiando la vacanza estiva. Secondo la ricercatrice, il caldo estremo sta contribuendo a modificare non soltanto le destinazioni scelte, ma anche tempi e modalità del viaggio, favorendo fenomeni come le coolcations, le vacanze verso località dal clima più mite.

La cosa interessante è che una simile trasformazione era stata ipotizzata dalla ricerca scientifica molto prima che le coolcations diventassero una parola del marketing turistico.

Bas Amelung, Sarah Nicholls e David Viner, in uno studio pubblicato sul Journal of Travel Research, analizzarono le possibili conseguenze del cambiamento climatico sui flussi e sulla stagionalità. Tra gli scenari emergeva uno spostamento delle condizioni climatiche favorevoli al turismo verso latitudini più settentrionali e, per il Mediterraneo, la possibilità che l’attrattività climatica si spostasse dai mesi centrali dell’estate verso quelle che oggi chiamiamo shoulder seasons, primavera e autunno

Quasi vent’anni dopo, non possiamo dire che questa previsione si sia già compiuta. Possiamo però cominciare a osservare i comportamenti che potrebbero condurci in quella direzione.

Se cambia luglio, cambia un pezzo dell’economia europea

La dimensione economica diventa evidente osservando un altro dato.

Secondo Eurostat, nel 2025 il 31,1% di tutti i pernottamenti turistici nelle strutture ricettive dell’Unione europea era ancora concentrato nei soli mesi di luglio e agosto. La dipendenza dai due mesi centrali dell’estate raggiungeva il 54,5% in Croazia, il 43,4% in Bulgaria e il 41,6% in Grecia.

È qui che il ragionamento cambia scala.

Se il clima dovesse spostare anche soltanto una parte di questa domanda da luglio e agosto verso maggio, giugno, settembre e ottobre, non assisteremmo semplicemente a turisti che cambiano la data delle ferie.

Assisteremmo alla redistribuzione temporale di una quota rilevante dell’economia turistica europea.

La stessa EU Tourism Platform ha ormai inserito il tema nell’agenda europea, osservando come ondate di calore, siccità, riduzione dell’innevamento ed erosione costiera possano incidere sulla stagionalità, sull’attrattività delle destinazioni e sui comportamenti di viaggio.

La destagionalizzazione, insomma, potrebbe smettere di essere soltanto un obiettivo delle politiche turistiche e diventare una scelta spontanea del mercato.

L’estate potrebbe non accorciarsi. Potrebbe spostarsi

È questo, a mio avviso, il punto sul quale dovremmo cominciare a ragionare.

Quando parliamo di cambiamento climatico e turismo tendiamo quasi automaticamente a immaginare una perdita: più caldo uguale meno turisti.

I dati raccontano una realtà più complessa.

Non vediamo oggi una fuga generalizzata dal Mediterraneo. Italia, Portogallo, Spagna e Grecia conservano livelli di percezione climatica molto elevati. Ciò che potrebbe cambiare è quando il turista decide di venire e quale parte del territorio sceglie.

L’estate turistica mediterranea potrebbe quindi non accorciarsi. Potrebbe allungarsi e redistribuirsi.

Maggio, giugno, settembre e ottobre potrebbero guadagnare progressivamente valore rispetto a luglio e agosto, soprattutto per città d’arte, turismo culturale, outdoor ed enogastronomia.

Se questo accadesse su scala significativa, cambierebbe quasi tutto: programmazione dei voli, prezzi alberghieri, contratti stagionali, calendari degli eventi, aperture museali, organizzazione del lavoro e strategie di promozione.

E potrebbe cambiare anche la geografia del turismo italiano

C’è poi una seconda conseguenza, forse ancora più interessante per l’Italia.

Se il comfort climatico diventa parte della scelta, aumenta il valore relativo delle destinazioni capaci di offrire acqua, altitudine, boschi, laghi, verde, attività serali e possibilità di alternare natura e cultura.

Non significa che montagna, collina e aree interne siano immuni dalle temperature estreme. Sarebbe un errore sostenerlo.

Significa che possono avere maggiori possibilità di costruire prodotti turistici flessibili.

Bisogna progettare il prodotto turistico in funzione del nuovo clima.

Significa pensare visite culturali nelle ore più fresche, musei e siti aperti più a lungo la sera, eventi dopo il tramonto, itinerari che colleghino acqua e montagna, maggiore integrazione tra strutture ricettive e attività outdoor, servizi nei laghi e nei boschi, spazi urbani ombreggiati e informazioni climatiche tempestive.

Una città d’arte visitata alle tre del pomeriggio con 40 gradi e la stessa città vissuta alle nove di sera non sono più, dal punto di vista turistico, lo stesso prodotto.

Non venderemo più soltanto il sole

Per decenni il Mediterraneo ha venduto una promessa semplicissima: sole e caldo.

Nel prossimo decennio quella promessa potrebbe non essere più sufficiente.

Il vero valore potrebbe diventare la capacità di garantire al turista le condizioni migliori per vivere l’esperienza che ha acquistato.

E allora hotel climaticamente efficienti, piscine, alberature, fontane e punti d’acqua, trasporti climatizzati, musei aperti di sera, escursioni all’alba, eventi notturni e attività al tramonto smettono di essere servizi accessori. Diventano fattori di competitività.

L’Italia parte da una posizione eccellente: 91,6 punti di PCI tra maggio e luglio 2026, seconda soltanto al Portogallo tra i cinque Paesi analizzati.

Proprio per questo dovrebbe muoversi adesso, non quando i numeri saranno peggiorati.

Il cambiamento climatico rischia di penalizzare soprattutto chi continuerà a vendere la stessa estate, negli stessi due mesi, negli stessi orari e nello stesso modo a tutti i mercati.

Può invece creare nuove opportunità per quei territori capaci di allungare le stagioni, differenziare i prodotti, conoscere le diverse sensibilità dei mercati internazionali e trasformare il comfort climatico in una componente dell’esperienza.

Perché la domanda decisiva per il turismo italiano del futuro non è più soltanto quanto farà caldo.

È dove vorremo andare, in quale mese e che cosa saremo disposti a cambiare nella nostra idea di vacanza quando farà più caldo.

Ed è da questa risposta che potrebbe nascere una nuova geografia del turismo italiano.

Crediti e fonti — I dati sul Perception of Climate Index, sulle ondate di calore e sui mercati di origine sono tratti dal report La nuova realtà climatica del Mediterraneo. Come le ondate di calore stanno ridefinendo la percezione dei viaggiatori, agosto 2026, The Data Appeal Company / Data Appeal Mabrian. Per l’analisi scientifica sulla redistribuzione stagionale: Bas Amelung, Sarah Nicholls e David Viner, Implications of Global Climate Change for Tourism Flows and Seasonality, Journal of Travel Research. Per il contributo sulle coolcations: Mehri Khosravi, SustainabilityResearch Institute, University of East London. Per stagionalità e pernottamenti europei: Eurostat, dati 2025 pubblicati il 7 luglio 2026. Per l’adattamento del turismo europeo: EU Tourism Platform, Addressingchangingholiday patterns due to climatechange, 7 luglio 2026.

Nota metodologica — I criteri utilizzati per identificare le ondate di calore non sono uniformi nei cinque Paesi analizzati. Per l’Italia non esiste una definizione climatologica nazionale univoca e il sistema utilizzato si basa sulle allerte caldo-salute territoriali.

Studio scientifico sul clima e la stagionalità turistica – Journal of Travel Research · Analisi di Mehri Khosravi – University of East London · Dati Eurostat sulla stagionalità 2025 · EU Tourism Platform – Climatechange and holiday patterns

 

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