Il giorno in cui gli occhiali hanno smesso di essere innocenti

Attualità

Dal 20 luglio 2026, chi entra in un tribunale dello Stato di New York deve lasciare fuori i propri smart glasses.

Il divieto riguarda tutti: avvocati, magistrati, testimoni, dipendenti e familiari delle parti. Anche chi utilizza occhiali intelligenti con lenti graduate deve portarne con sé un paio tradizionale.

La ragione è indicata chiaramente nel provvedimento dell’amministrazione giudiziaria di New York ovvero impedire che udienze, testimonianze e persone possano essere registrate di nascosto.

Un fatto apparentemente circoscritto. In realtà, una fotografia molto nitida del tempo nel quale stiamo entrando.

Non sembrano telecamere: gli smart glasses assomigliano sempre più a occhiali comuni. Ma possono contenere una videocamera, diversi microfoni e un assistente di intelligenza artificiale. Consentono di fotografare, registrare, trasmettere immagini in diretta, tradurre conversazioni e ottenere informazioni su ciò che si sta guardando.

Non occorre più prendere il telefono, sollevarlo e puntarlo verso qualcuno. Basta guardare.

È una differenza soltanto tecnica?

Quando una persona estrae lo smartphone, compie un gesto che tutti riconosciamo. Possiamo accorgerci della ripresa, spostarci, coprirci il volto o chiedere spiegazioni. Con gli occhiali intelligenti quel segnale sociale quasi scompare.

La tecnologia diventa invisibile proprio mentre diventa più capace di osservarci.

Meta afferma che i propri dispositivi dispongono di una luce bianca che lampeggia durante la registrazione e che la videocamera si disattiva se il LED viene coperto. Sono misure illustrate dalla stessa società nelle sue informazioni ufficiali sugli AI glasses.

Ma una piccola luce è davvero sufficiente a rendere consapevole chi si trova dall’altra parte delle lenti?

Ritengo che il problema non sia più soltanto essere fotografati. È ciò che può accadere dopo.

Un’immagine può essere conservata, condivisa, pubblicata o sottoposta a un sistema di intelligenza artificiale. Un volto può diventare un dato personale e, quando viene elaborato tecnicamente per identificare una persona in modo univoco, persino un dato biometrico.

Il Comitato europeo per la protezione dei dati ricorda che la ripresa delle persone comporta un trattamento di dati personali e che l’uso domestico non può essere invocato automaticamente quando la sorveglianza si estende allo spazio pubblico.

Naturalmente, questo non significa che ogni fotografia scattata in strada sia illecita o che sia sempre necessario raccogliere preventivamente il consenso. Finalità, contesto, successiva diffusione e ambito personale o professionale possono cambiare radicalmente la valutazione giuridica.

Ed è proprio a questo punto che mi pongo la domanda: come può esercitare i propri diritti chi non sa neppure di essere stato ripreso?

I tribunali di New York non sono rimasti soli. Ristoranti, teatri e pub britannici hanno già limitato o vietato detti dispositivi; anche alcuni cinema stanno valutando analoghe misure. Gli organizzatori del Burning Man hanno richiamato espressamente chi indossa occhiali intelligenti all’obbligo di chiedere il permesso prima di registrare altre persone.

Sta nascendo una nuova geografia della privacy: luoghi nei quali gli smart glasses saranno ammessi, altri nei quali dovranno essere spenti, altri ancora nei quali resteranno fuori dalla porta.

Ma vogliamo davvero affidare la tutela della nostra riservatezza a una successione di cartelli di divieto?

Gli occhiali intelligenti possono essere strumenti straordinari. Possono aiutare le persone con disabilità, tradurre parole in tempo reale, assistere un tecnico o permettere a un medico di lavorare a mani libere. Proibirli ovunque sarebbe una risposta semplice a un problema complesso.

La questione non è fermare la tecnologia. È impedire che l’innovazione cancelli la libertà di chi non ha scelto di utilizzarla.

Perché, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, la privacy non consiste soltanto nel decidere che cosa mostrare di noi. Consiste anche nel poter sapere quando qualcuno — o qualcosa — ci sta guardando.

Avv. Simona Maruccio

simona@maruccio.it

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