Concerto di Ferragosto. Una musical tenzone barocca – Sabato 15 agosto- Santuario di Santa Maria dei Miracoli –

Cultura e spettacolo
Concerto di Ferragosto. Una musical tenzone barocca
Quartetto Vanvitelli
Sabato 15 agosto, ore 16.00
Santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso
Corso Italia, 37

Riprende il festival Milano Arte Musica, con un appuntamento di grande richiamo: il tradizionale Concerto di Ferragosto. L’evento è in programma in una sede d’eccezione, il Santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso (Corso Italia, 37), a partire dalle ore 16.00 di sabato 15 agosto.

Protagonista dell’appuntamento è il brillante Quartetto Vanvitelli, che sceglie di riproporre un “duello musicale” passato alla storia: quello avvenuto a inizio Settecento tra Domenico Scarlatti e Georg Friedrich Händel in un rinomato salotto romano. Il concerto, dal tema Una musical tenzone barocca, intreccia due personalità e due mondi sonori: l’inventiva ritmica e il colore armonico di Scarlatti contro la profondità espressiva e il lirismo melodico di Händel.

Dal terzo decennio del Settecento due fantasmi si aggirarono per Roma: quelli di due musicisti formidabili e coetanei, Georg Friedrich Händel e Domenico Scarlatti, nati a otto mesi di distanza (rispettivamente il 23 febbraio e il 26 ottobre 1685) prima e dopo il terzo coetaneo, Johann Sebastian Bach. Fantasmi perché nella splendida Roma papalina, dove all’inizio del Settecento avevano trascorso anni ricchi di attività — specialmente con la musica vocale d’ogni genere come cantate, opere, oratori e musica da chiesa —, non soggiornarono più, attirati ai confini dell’Europa musicale: a Londra il primo, a Lisbona e poi a Madrid il secondo.

Il concerto odierno ne rinnova la sfida che effettivamente sembra sia avvenuta alla tastiera, appunto a Roma. La rinnova su un terreno contiguo ma diverso: quello della musica da camera e segnatamente del genere italiano della sonata. Non però la sonata per clavicembalo, trademark di Scarlatti figlio, bensì quella per strumento solista, in questo caso il violino, e basso continuo.

Il programma impagina, alternatim, lavori di Scarlatti e di Händel, a mostrare le peculiarità idiomatiche e stilistiche di questi due dioscuri sul terreno di una comune scrittura di evidente ispirazione italiana. Le tre composizioni di Scarlatti, raggruppate consecutivamente (nn. 89-91) nel catalogo Kirkpatrick, si differenziano sensibilmente dalla sonata scarlattiana tipo (di norma in un solo tempo, semmai affiancabile per tonalità a un lavoro gemello) e recano tracce — come il basso numerato — d’una destinazione diversa, benché una venga proposta al clavicembalo, come spesso avviene.

Si tratta infatti di sonate in più tempi (tre o i quattro del formato classico della sonata tipica, detta “da chiesa”), dall’impostazione molto tradizionale, due su tre nel modo minore che spiacerà allo stile galante. Destinate con ogni evidenza a uno strumento melodico, forse il violino accompagnato dal basso continuo, è plausibile siano state composte nel prolifico soggiorno del secondo decennio del Settecento nella Roma di Corelli: l’epoca della piena manifestazione delle doti del giovane talentuoso maestro, prima che lasciasse per sempre il Paese per la Penisola iberica.

Se in due casi su tre si alternano la maschera meditativa dei Grave, di considerevole bellezza melodica, e l’arguzia brillante che anima gli Allegro, nell’unica in tre tempi, la K. 89, l’ampio Allegro d’apertura dall’ambizioso pensiero compositivo prosegue con un Grave centrale di grande suggestione, per congedarsi con una giga che ha la verve d’una tarantella.

Le sonate di Händel fanno riferimento alla raccolta op. 1 pubblicata attorno al 1730 dall’editore Roger di Amsterdam e riedita, modificata, nel 1732 a Londra da Walsh con il titolo di Solos for a german flute or hoboy or violin with a thorough bass for the harpsichord. Lavori risalenti dunque agli anni Venti del Settecento, quando Händel si sarebbe naturalizzato inglese, tranne la n. 13, un autografo tardo cooptato nel secondo Ottocento negli opera omnia händeliani da Friedrich Chrysander e destinato originariamente al violino, così come la n. 3 HWV 361 e a differenza della HWV 364a, nata in origine per l’oboe. Poco importa, però, nella logica timbrica intercambiabile del primo Settecento.

Come per Scarlatti, l’esperienza compositiva di queste sonate, per quanto scritte a Londra, si colloca all’ombra della scuola italiana, del magistero di Corelli in particolare. Con ogni probabilità l’ultima composizione cameristica händeliana, la Sonata in re maggiore op. 1 n. 13 (1750 ca.), rimasta inedita in vita del compositore, è stata ritenuta dallo specialista Winton Dean la «migliore tra le sue sonate solistiche».

Aperta da un Affettuoso (già impiegato in due sonate per flauto) dal melos incantatorio, prosegue con un Allegro di ariosa freschezza in cui si alternano canto spiegato e bariolage di concitate batterie di semicrome. Il Larghetto di espressività misurata e composta, e di ispirazione vocale, è travolto dall’esplosione di energia del festoso movimento bipartito dell’ampio Allegro conclusivo, ripreso in una sinfonia dell’estremo oratorio Jephta.

Il più puro linguaggio händeliano ci viene incontro nella pagina d’apertura della Sonata HWV 361, pubblicata per la prima volta nell’edizione del 1732, con la quieta, serena grandezza di un Andante di ampio respiro cui succede la sferzata di energia dell’Allegro in alacre contrappunto doppio, aperto dall’esposizione simultanea di un soggetto per valori larghi al violino e di un controsoggetto per crome al basso. Un minuscolo Adagio di appena cinque misure, riccamente fiorito, ci traghetta verso l’ultimo, esteso Allegro a ritmo di giga.

Chiude il programma la magnifica Sonata HWV 364a, nata per oboe, che inaugura la sua splendida varietà di atteggiamenti espressivi con un Larghetto dall’incantevole dono melodico effuso dal solista sull’accompagnamento discreto del basso. La relazione tra le due voci diventa dialettica serrata nell’Allegro in cui condividono il dinamico tema d’attacco, mentre l’Adagio propone per contrasto, in appena undici misure, un’oasi di bellezza aurorale.

L’introversa giga nel sol minore d’impianto che chiude la sonata come un meccanismo di moto perpetuo ritornerà a coronare negli stessi anni la sinfonia dell’opera Siroe (1726), a testimoniare, una volta di più, il felice e continuo interscambio tra camera e teatro.

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