Luca Ricolfi: La sinistra dei quattro leader che ha paura dei numeri

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Un editoriale di Luca Ricolfi che analizza le recenti tensioni all’interno del centro-sinistra dopo la manifestazione di Napoli, evidenziando la sistematica esclusione della componente riformista dalla coalizione. Secondo il sociologo, l’alleanza tra Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni preferisce evitare il confronto con l’area moderata per non dover fare i conti con la realtà economica e le coperture finanziarie dei propri programmi.

* Doveva essere l’inizio della corsa alla conquista del governo nazionale, ma non è andata benissimo la manifestazione del Campo largo a Napoli. Due contestazioni, una dei disoccupati del gruppo 7 novembre, l’altra di Potere al Popolo, hanno movimentato e ritardato l’inizio dell’evento, cui comunque – forse anche per i lavori in corso nella piazza del comizio – non ha preso parte una folla oceanica.
Quello che stupisce, tuttavia, non è lo scarso successo di partecipazione, né il fatto che le idee espresse dai vari leader sulla guerra in Ucraina siano divergenti, ma il fatto che il Campo largo continui a presentarsi – nelle cene di lavoro come in piazza – del tutto privo della cosiddetta “gamba riformista”. Quello che ormai sembra prendere piede, senza che nessuno lo dichiari o lo espliciti, è una sorta di Quadriumvirato Schlein-Conte-Bonelli-Fratoianni, che – almeno per ora – taglia fuori le forze e i gruppi più o meno organizzati della cosiddetta sinistra riformista. Mi ha colpito, ad esempio, che il leader di +Europa Riccardo Magi fosse in piazza e non sul palco con gli altri leader, pur essendo segretario di uno dei partiti che – in teoria – dovrebbero far parte del Campo largo. Come mi ha colpito l’assenza di Renzi, leader di Italia viva, che dopo la manifestazione ne ha preso esplicitamente le distanze: “spostare sempre più a sinistra la coalizione non funziona: ci sarà sempre qualcuno più a sinistra, come dimostra Potere al Popolo”. E mi hanno pure colpito le molte reazioni negative di esponenti dell’area riformista, dentro e fuori del Pd.
Dunque eccoci al punto: perché la coalizione che si sta formando nasce monca?
La risposta secondo cui la gamba riformista sarebbe ancora in formazione non pare molto convincente. E’ vero che i numerosi tentativi di dare forma all’area riformista intrapresi da figure come quelle di Beppe Sala, Ernesto Maria Ruffini, Alessandro Onorato non hanno ancora quagliato, ma questo non spiega la completa assenza di un vero dialogo fra massimalisti e riformisti.
Credo che la ragione vera sia un’altra e sia la medesima per cui, in questi giorni, ben scarsa attenzione ha ricevuto il disegno di legge di Carlo Cottarelli per costringere i partiti a indicare dove intendono prendere le risorse per attuare i loro programmi elettorali. La realtà è che dei contenuti scottanti – quelli che hanno costi seri per la finanza pubblica – nessuno vuole parlare perché, se lo si facesse, le divisioni politiche e programmatiche verrebbero immediatamente allo scoperto. Quel che unisce i quadrumviri, nonostante le apparenti divergenze, è che – sulle questioni più spinose: Ucraina, patrimoniale, reddito di cittadinanza – fondamentalmente la pensano allo stesso modo, anche se le cose che ciascuno si sente autorizzato a dire in pubblico sono un po’ diverse.
Con la sinistra riformista è diverso. Se discutessero sul serio, e avessero l’ardire di farlo alla Cottarelli – ossia con i numeri alla mano e i conti pubblici sott’occhio – le differenze programmatiche verrebbero immediatamente alla luce. Di patrimoniale, reddito di cittadinanza, rifinanziamento di sanità e scuola, deficit pubblico, pensioni minime, imposta societaria, aliquote Irpef non si potrebbe non parlare, e la distanza fra massimalisti e riformisti diventerebbe palese.
Un problema aggravato da due circostanze nuove, almeno rispetto al passato del centro-sinistra. Oggi le prospettive di crescita sono peggiori di com’erano ai tempi dei governi Prodi. E un Prodi non c’è (oppure ancora non si vede).

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