L’invidia: il veleno silenzioso che ci ruba la felicità

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Viviamo nell’epoca del confronto permanente; basta aprire uno smartphone e, nel giro di pochi minuti, veniamo travolti da fotografie di vacanze da sogno, corpi impeccabili, carriere brillanti, coppie apparentemente felici e case da copertina: tutto sembra suggerire che gli altri stiano vivendo una vita migliore della nostra.

Ma quella che osserviamo è spesso una realtà accuratamente selezionata: sui social si pubblicano gli applausi, raramente le sconfitte, così come i successi, e quasi mai le lacrime; eppure il nostro cervello tende a confrontare il “dietro le quinte” della nostra vita con il “palcoscenico” degli altri.

Nasce così quella che potremmo definire l’invidia sociale.

Un tempo il confronto era limitato ai colleghi, ai vicini di casa o ai compagni di scuola; oggi ci confrontiamo, ogni giorno, con centinaia di persone, alcune reali, altre semplicemente costruite da filtri, strategie di comunicazione e algoritmi.

L’emulazione, però, non è necessariamente negativa, perché esiste un’invidia “buona”, se così vogliamo chiamarla, che diventa ispirazione: vedere qualcuno raggiungere un obiettivo può accendere in noi il desiderio di migliorare: “se ce l’ha fatta lui, posso provarci anch’io.”

Il problema nasce, tuttavia, quando questo slancio si trasforma in astio, quando smettiamo di aver voglia di crescere, e iniziamo a desiderare che l’altro perda ciò che possiede.

Ed è qui che l’invidia cambia volto.

Negli ultimi anni abbiamo anche assistito a un altro fenomeno: talvolta l’invidia privata viene mascherata da battaglia morale, e criticare chi ha successo può diventare apparentemente una lotta contro i privilegi, quando in realtà, almeno in alcuni casi, il vero motore è il disagio personale.

Naturalmente non ogni critica al potere o alle disuguaglianze nasce dall’invidia: esistono rivendicazioni legittime di giustizia sociale, ma è utile chiederci, con sincerità, se dietro alcune reazioni non si nasconda anche il dolore del confronto.

L’invidia, infatti, resta probabilmente il vizio capitale più difficile da confessare,

forse perché ammettere di essere invidiosi significa riconoscere una fragilità che mette a nudo il nostro ego. È molto più facile accusare il mondo di essere ingiusto che guardare dentro noi stessi e domandarci perché il successo degli altri ci faccia così male!

Nessuno dice apertamente: “Sono invidioso”; si preferisce parlare di antipatia, di antiprofessionalità, di presunta arroganza o di fortuna immeritata di chi stiamo invidiando, ed è più semplice svalutare chi ha ottenuto dalla vita più di noi che riconoscere il vuoto che sentiamo dentro noi stessi.

Dietro l’invidia profonda, molto spesso, si nasconde anche una fragile autostima; chi vive costantemente confrontandosi con gli altri finisce per convincersi che la propria vita valga di meno, e i successi altrui diventano una conferma del proprio fallimento, anche quando non è affatto così.

L’invidioso cronico si percepisce quasi sempre come vittima di un’ingiustizia: ha l’impressione che gli altri siano stati favoriti dalla fortuna, dalle conoscenze o dalle circostanze, e fa fatica a riconoscere il lavoro, i sacrifici o il talento che spesso stanno dietro ai risultati.

La forma più pericolosa, a mio avviso, è l’invidia maligna, perché non spinge a migliorare se stessi, bensì a ridimensionare l’altro; nascono così il pettegolezzo, la maldicenza, le critiche sistematiche, e il piacere nel vedere qualcuno fallire, fino ad arrivare a vere e proprie azioni di sabotaggio, anche nei luoghi di lavoro, nelle amicizie,e persino all’interno delle famiglie.

L’invidia è anche uno dei pochi “sentimenti” che, se alimentato, finisce per ferire soprattutto chi lo prova: consuma energie, avvelena i rapporti, e blocca la crescita personale.

Chi vive concentrato sulla vita degli altri smette lentamente di costruire la propria; per questo la domanda più utile non è: “Perché provo invidia?”, bensì: “Che cosa mi sta dicendo questa emozione?”

Forse quella persona che invidiamo rappresenta un desiderio che abbiamo ignorato per anni, o forse quel successo ci ricorda un sogno lasciato in un cassetto?

In questo senso, l’invidia può diventare un indicatore prezioso, non per distruggere chi ci precede, ma per capire dove vogliamo andare.

Un altro passo importante consiste nello spostare il focus; meno tempo passato a osservare vite altrui, e più tempo dedicato ai nostri progetti, alle relazioni autentiche, alla comunità reale fatta di famiglia, amici, passioni e piccoli traguardi quotidiani.

L’invidia è un sentimento logorante perché costringe a vivere la propria vita attraverso il metro di quella altrui, e quando il nostro valore dipende continuamente dal confronto, qualunque successo personale finirà sempre per sembrare insufficiente.

Infine, vale una regola semplice, ma spesso sottovalutata: scegliamo bene le persone di cui ci circondiamo.

Esistono persone che gioiscono sinceramente dei nostri successi, e persone che sembrano soffrire ogni volta che facciamo un passo avanti: le prime ci fanno crescere, le seconde ci costringono continuamente a difenderci.

Le relazioni sane sono quelle in cui il successo di uno diventa motivo di felicità anche per l’altro, e non motivo di competizione, perché la vera ricchezza non consiste nell’avere più degli altri, consiste nel riuscire ad applaudire senza sentirsi impoveriti.

Ed è forse questa una delle forme più alte di maturità umana.

A volte penso che l’invidia sia come bere veleno sperando che faccia male a qualcun altro.

L’invidia guarda sempre fuori dalla finestra; la serenità, invece, comincia quando impariamo finalmente a guardarci dentro.

Fonti:

  • La psicologia sociale dell’invidia, Rassegna di Iris, Torino
  • Enciclopedia Treccani
  • Approfondimento psicologico sull’invidia e il ruolo dei social, Centro Clinico SPP (Servizio di psicoterapia psicoanalitica dell’adulto)

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