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Happy Problems: troppi milionari per una sola città

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Milano scopre di essere diventata la capitale europea della ricchezza diffusa. Secondo il rapporto annuale di Henley & Partners rilanciato da Il Sole 24 Ore, un milanese su dodici è milionario. Non si parla di patrimoni immobiliari teorici, di appartamenti ereditati o di rendite catastali: la classifica considera esclusivamente la ricchezza liquida disponibile, al netto degli immobili. In altre parole, contanti, investimenti, partecipazioni, strumenti finanziari. Denaro vero.

Il dato impressiona soprattutto se confrontato con altre grandi capitali occidentali: a Londra il rapporto è di un milionario ogni 41 abitanti, a New York uno ogni 22, a Parigi uno ogni 14. Milano, invece, è a quota uno ogni dodici. Ancora più significativo il dato sui “centimilionari”, cioè persone con oltre 100 milioni di dollari liquidi: 182 residenti, uno ogni 7.692 abitanti, meglio di Londra e perfino di New York in termini proporzionali.

Per molti sarebbe una notizia da festeggiare. E in parte lo è. Perché la capacità di attrarre capitale internazionale significa attrarre consumi, investimenti, fiscalità, prestigio e centralità economica. Milano ha vinto la competizione europea post-Brexit molto più di quanto molti immaginassero. La fuga dei grandi patrimoni da Londra ha trovato nella città lombarda un approdo ideale: alta moda, finanza, qualità della vita, connessioni internazionali e soprattutto un regime fiscale estremamente competitivo, dalla flat tax per i neo-residenti alla tassazione sulle successioni tra le più leggere d’Europa.

Il problema è che le città non vivono di soli milionari.

Ed è qui che emerge il vero tema politico e urbanistico che Milano continua a evitare: la ricchezza, senza governo del territorio, produce desertificazione sociale.

Una città composta prevalentemente da residenti ad altissimo reddito tende inevitabilmente a trasformarsi in una città intermittente: vissuta a intermittenza, occupata nei weekend della moda, nei grandi eventi o nei periodi fiscali utili, ma vuota nella quotidianità. I quartieri storici smettono gradualmente di essere luoghi di vita e diventano luoghi di rappresentanza patrimoniale. Le case si trasformano in asset finanziari, non in abitazioni. Gli appartamenti restano chiusi per mesi. Le luci spente diventano il simbolo di una città sempre più costosa e sempre meno abitata.

Milano questo processo lo sta vivendo già oggi.

Chi fino a pochi anni fa si considerava benestante — professionisti, dirigenti, piccoli imprenditori, famiglie della borghesia urbana — ha scoperto improvvisamente che la città non è più calibrata sui loro redditi. Il centro storico, ma ormai anche vaste aree semicentrali, sono diventati economicamente inaccessibili non solo ai ceti popolari, ma anche a quella classe media alta che per decenni ha costituito il tessuto sociale e produttivo della città.

Il risultato è duplice. Da un lato l’espulsione residenziale: si vive sempre più lontano, si accettano tempi di percorrenza crescenti, si rinuncia alla prossimità urbana. Dall’altro la desertificazione commerciale: spariscono servizi ordinari, negozi di quartiere, attività compatibili con una vita quotidiana stabile. Restano il lusso, il food premium, il retail internazionale, gli showroom e le attività orientate a un pubblico ad altissima capacità di spesa.

È il paradosso della città globale: enorme ricchezza aggregata e crescente difficoltà nel sostenere una vita urbana normale.

Il punto centrale è che questo fenomeno non è inevitabile. È governabile. Ma richiede una politica urbana che Milano oggi non sembra avere.

La prima questione riguarda l’offerta immobiliare. Milano continua ad avere uno degli indici edificatori più bassi tra le grandi città europee comparabili. In una città che cresce economicamente, attrae capitali e continua a generare domanda abitativa internazionale, limitare artificialmente l’espansione dell’offerta significa inevitabilmente spingere i prezzi verso l’alto. È una legge economica prima ancora che urbanistica.

Il problema è che negli ultimi anni il dibattito pubblico milanese si è spesso bloccato tra due estremi ugualmente inefficaci: da un lato il rifiuto ideologico di ogni nuova edificazione, dall’altro operazioni immobiliari episodiche, scollegate da una vera strategia metropolitana. Manca una visione complessiva capace di aumentare il patrimonio abitativo senza compromettere qualità urbana e servizi.

La seconda questione riguarda la scala territoriale. Milano continua a ragionare troppo spesso entro i propri confini amministrativi, mentre il mercato immobiliare e il mercato del lavoro funzionano già da tempo su scala metropolitana. Senza un’integrazione seria con l’hinterland — trasporti, servizi, fiscalità urbana, pianificazione — il rischio è trasformare il capoluogo in una vetrina sempre più esclusiva e sempre meno funzionale.

Infine c’è il tema forse più delicato: la natura stessa della ricchezza che arriva. Molti dei nuovi residenti facoltosi non sono imprenditori industriali che aprono stabilimenti o costruiscono filiere produttive. Si tratta spesso di operatori della finanza globale, gestori patrimoniali, investitori o grandi rentier internazionali. Figure che certamente generano indotto nei servizi di lusso, nella consulenza, nell’hotellerie e nel real estate, ma che non necessariamente producono occupazione strutturale diffusa.

Milano beneficia di questa ricchezza, ma contemporaneamente ne subisce gli effetti collaterali.

Ed è qui che il titolo “Happy Problems” assume il suo significato reale. Perché avere troppi milionari è, indubbiamente, un problema di lusso. Ma resta un problema. E come tutti i problemi urbani, se ignorato abbastanza a lungo, rischia di produrre conseguenze molto concrete: città meno vive, meno accessibili, meno inclusive e alla lunga persino meno competitive.

La grande sfida dei prossimi anni sarà capire se Milano vuole diventare una piattaforma finanziaria abitata da patrimoni globali oppure una vera grande capitale europea capace di mantenere un equilibrio sociale, produttivo e residenziale.

Perché una città può anche arricchirsi enormemente. Ma se smette di essere abitata davvero, prima o poi smette anche di essere una città.

Villy De Luca

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