Lambretta

Il Lambretta festeggia sulle sofferenze dei residenti

Milano

“14 anni non si festeggiano: si difendono, si attraversano e si rilanciano”. È con questa formula, apparentemente densa di significato politico, che il collettivo Lambretta annuncia la propria iniziativa del 18 aprile. Ma dietro la retorica della resistenza e della comunità si apre una questione molto più concreta e molto meno romantica: cosa si sta realmente difendendo, e soprattutto dove.

Il punto centrale non è infatti l’esistenza di uno spazio sociale, né il valore che questo può avere per chi lo frequenta. Il nodo è l’utilizzo di una struttura pubblica che, secondo le previsioni e gli indirizzi dichiarati, dovrebbe essere destinata al Mutuo Soccorso, cioè a servizi con una funzione chiara, regolata e accessibile alla collettività nel suo complesso. Invece, quello stesso spazio viene oggi utilizzato per eventi, DJ set e una cena benefit con raccolta fondi per spese legali, in un contesto che appare difficilmente compatibile con la destinazione originaria e con qualsiasi criterio di trasparenza amministrativa.

La narrazione proposta dal Lambretta insiste sull’idea di spazi “strappati all’abbandono e restituiti a chi non si accontenta di esistere”. Tuttavia, questa rappresentazione entra in contraddizione nel momento in cui lo spazio in questione non è abbandonato, ma inserito in un percorso pubblico e con una destinazione precisa. In questo scenario, più che una restituzione alla collettività, si configura una sovrapposizione tra l’interesse di un gruppo organizzato e quello generale, con il rischio concreto che il primo finisca per prevalere sul secondo. Anche la raccolta fondi, presentata come pratica di sostegno alle attività, assume così un significato problematico: non è solo autofinanziamento, ma utilizzo di un bene pubblico — o destinato a finalità pubbliche — per sostenere attività che non risultano formalmente autorizzate.

A rendere ancora più critica la situazione è il comportamento delle istituzioni locali, in particolare del Municipio competente. La gestione della vicenda ha seguito una traiettoria difficilmente difendibile: inizialmente si è negata la presenza del Lambretta all’interno della struttura; successivamente si è negato che esistesse un problema; oggi, infine, si tende a scaricare la responsabilità sul Comune centrale. Non si tratta semplicemente di una comunicazione incoerente, ma di una progressiva rinuncia ad assumere un ruolo di controllo e indirizzo. In questo senso, il silenzio — o peggio, l’elusione — diventa una forma implicita di legittimazione.

Il rischio, a questo punto, è che si consolidi un precedente pericoloso. Se si accetta che uno spazio con una destinazione definita possa essere utilizzato in modo difforme, senza un intervento chiaro delle istituzioni e senza alcuna verifica pubblica, si introduce un principio implicito: la durata dell’occupazione e la capacità di costruire una narrazione possono sostituire le regole. È un passaggio che mina alla base il rapporto tra amministrazione e cittadinanza, perché rende opzionale ciò che dovrebbe essere garantito e uguale per tutti.

Quattordici anni, in sé, non sono né un merito né una colpa. Ma diventano un problema quando vengono utilizzati per rivendicare una legittimità che non passa attraverso regole condivise, bensì attraverso la semplice permanenza. In questo senso, più che essere difesi o rilanciati, questi quattordici anni dovrebbero essere chiariti: nelle loro modalità, nei loro effetti e nella loro compatibilità con l’interesse pubblico. Perché gli spazi collettivi, se davvero vogliono essere tali, non possono esistere in una zona grigia dove tutto è tollerato e nulla è responsabilmente gestito.

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