Pubblichiamo un articolo di Emanuele Boffi per Tempi che analizza l’attuale clima comunicativo intorno al referendum sulla giustizia, mettendo a confronto l‘approccio tecnico e costituzionale dei sostenitori del sì con la strategia di politicizzazione adottata dal fronte del no. In questo contesto, il pezzo di Tempi esamina con occhio critico l’intervento di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Nordio.
Definito come uno “sfogo sghembo” dettato dalla pressione mediatica, l’episodio viene descritto come un errore tattico che ha offerto un facile pretesto agli oppositori per oscurare i contenuti della riforma. Nonostante la Bartolozzi abbia poi precisato di riferirsi esclusivamente alle correnti politicizzate della magistratura.
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L’’intervento sghembo di Bartolozzi oscura le ragioni di merito espresse da Meloni e Barbera. Ci vorrebbe un po’ di ironia per replicare alle panzane di chi evoca il fascismo, la massoneria e l’Aids contro la riforma Nordio.
Il merito della riforma, certo: questa chimera. Non che la cosa ci scandalizzi più di tanto. È da mettere nel conto che, avvicinandosi la data della consultazione, una riforma su un tema tanto importante e delicato, come è quello dell’ordinamento giudiziario, si infuochi e politicizzi. E che chi è per il no usi l’argomento del “mandare a casa Meloni” per mobilitare i propri sostenitori: è un messaggio semplice, di pancia, che evita la fatica di spiegare i
dettagli tecnici della riforma.
Bastava guardare il video del confronto tra Carlo Nordio e Giuseppe Conte svoltosi due settimane fa a Palermo. Intervento del ministro della Giustizia: in una decina di minuti Nordio fornisce una spiegazione dotta, tecnica e storica, del perché la sua riforma attuerebbe e non stravolgerebbe la Costituzione. Poi parla il leader M5s per un quarto d’ora e tiene un comizio contro Giorgia Meloni. A noi pare che in questa campagna referendaria i due fronti abbiano adottato strategie comunicative diverse: chi è per il sì si è impegnato a “spiegare”, chi è per il no a “politicizzare”. Questo come linea di tendenza, pur con qualche svirgolatura anche da parte del fronte dei favorevoli. L’ultima, in ordine di tempo, quella di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del guardasigilli, che durante una trasmissione tv s’è fatta prendere la mano fino a invitare a «votare sì e così ci togliamo di mezzo la magistratura che è un plotone di esecuzione». Quello di Bartolozzi è stato lo sfogo di una persona sotto pressione per il caso Almasri; si può puntualizzare che, nel corso della trasmissione, abbia più volte ripetuto che lei, magistrata, si riferiva alla corrente politicizzata delle toghe. Tuttavia bastava ieri aprire i social o i quotidiani per accorgersi di come le sue parole siano state usate per “smascherare i veri intenti della riforma: punire i magistrati”.
Intervento sghembo, quello di Bartolozzi, dagli effetti ancora più nefasti per aver dato agio agli oppositori di oscurare il video registrato da Giorgia Meloni per spiegare il merito della riforma. Questo dovrebbe essere l’unico criterio da usare per votare un referendum costituzionale, non altri (leggete la nostra intervista all’ex presidente della Consulta Augusto Barbera, per cinque volte parlamentare nel Pci e nel Pds, e ve ne renderete conto).
«La campagna per il no al referendum è piena di balle»
Balle, balle e ancora balle di chi non vuole la riforma Nordio
Il merito e l’ironia
“Riformare la giustizia non è reato”, come abbiamo titolato il nostro incontro di venerdì. Non bisogna farsi trascinare al di fuori del perimetro del merito, come dicono sia Meloni sia Barbera. Anche perché, come si è visto nei dibattiti Mulè-Woodcock e Ceccarelli-Ardituro, le ragioni del sì sono molto più solide di quelle del no.
E se non bastasse, si può sempre usare l’arma dell’ironia. Di fronte a uno scrittore come Roberto Saviano che evoca la mafia, a magistrati come Nicola Gratteri o Nino Di Matteo che straparlano di massoneria, al segretario dell’Anm Rocco Maruotti che tira in ballo le manganellate dell’Ice, al fisico Giovanni Bachelet che paragona la riforma all’Aids e i suoi sostenitori a dei cessi, al Pd che sostiene che se passa la riforma torna il fascismo o a un’Anm che favoleggia di una futura sottoposizione dei magistrati al potere politico, si può rispondere con le poche parole del vignettista Osho: «Siamo quasi a questo livello di argomentazioni: se vince il sì torna il Covid».
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