C’è un passaggio dell’intervista rilasciata da Anna Scavuzzo a MilanoRacconta che merita di essere isolato: «Vivo da 50 anni in zona, ma non ho mai attraversato piazzale Loreto a piedi».
È un’immagine potente. Ma è anche la fotografia di un metodo politico che a Milano si ripete da anni: la città come grande plastico progettuale, più che come organismo economico e sociale da lasciare respirare.
Dietro la narrazione della “rigenerazione” si intravede, ancora una volta, il riflesso condizionato del centrosinistra milanese: grande progetto, grande investimento, grande operazione immobiliare. Sempre con la promessa di “restituire” qualcosa alla città. E quasi sempre con il risultato di concentrare decisioni e vantaggi in circuiti ristretti.
Sul dossier delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, Anna Scavuzzo insiste su un concetto chiave: la “legacy” va costruita prima, non dopo. L’esperienza di Torino 2006 viene evocata come precedente da cui trarre insegnamenti, mentre il Villaggio Olimpico di Scalo Romana è già progettato per diventare studentato dall’anno accademico 2025/2026. L’arena di Santa Giulia dovrebbe inserirsi in un quartiere in espansione, generando indotto culturale e sociale.
Il messaggio è chiaro: non un evento isolato, ma un tassello di pianificazione urbana strutturata.
Tuttavia, al di là della narrazione, emerge un elemento di continuità con il modello amministrativo degli ultimi anni. Anche in questo caso si tratta di interventi complessi, ad alta intensità finanziaria, con una regia pubblica forte e interlocutori privati selezionati. La trasformazione urbana è concepita come risultato di grandi operazioni coordinate, non come esito di una pluralità diffusa di iniziative imprenditoriali autonome.
Il medesimo schema si ritrova nel capitolo studentati. La vice sindaca riconosce che il tema dei canoni è critico, ma lo colloca prevalentemente su un piano tecnico e normativo: mancano riferimenti nazionali sui costi standard, occorre definire parametri oggettivi, serve una regolamentazione più chiara. Nel frattempo, il Comune interviene attraverso convenzioni con soggetti privati, dentro un modello di residenzialità universitaria ispirato al campus integrato.
Si supera così il modello storico di Città Studi, dove l’alloggio degli studenti era affidato in larga parte al mercato delle locazioni private. L’obiettivo dichiarato è elevare la qualità dell’esperienza universitaria, integrando residenza, servizi e spazi di studio.
Ma proprio qui si concentra la criticità. I nuovi studentati nascono dentro operazioni immobiliari strutturate, spesso sostenute da fondi e capitali istituzionali, con pacchetti di servizi che incidono in modo significativo sui canoni finali. Anche quando esistono quote convenzionate, il livello dei prezzi resta elevato rispetto alla capacità di spesa di una parte consistente della popolazione studentesca.
La questione non è solo economica, ma sistemica. La risposta del centrosinistra alle tensioni urbane – casa, mobilità, grandi eventi, riqualificazioni – continua a muoversi lungo un asse di pianificazione centralizzata e partenariato selettivo. L’amministrazione si pone come regista di operazioni complesse, definendo cornici e interlocutori. Lo spazio per iniziative diffuse, meno strutturate, con soggetti imprenditoriali non già inseriti nei circuiti principali, appare marginale.
Le inchieste sull’urbanistica, che hanno coinvolto dirigenti comunali e l’ex assessore Giancarlo Tancredi, avrebbero potuto rappresentare un momento di revisione profonda del modello decisionale. Invece, il sistema sembra essersi limitato a rallentare, senza modificare l’impianto di fondo.
Il tratto dominante resta la concentrazione delle scelte strategiche: grandi opere, accordi negoziati, procedure tecniche complesse, interlocutori qualificati. Non un mercato urbano realmente aperto, ma un ecosistema regolato in cui l’accesso è mediato.
Se questa è la traiettoria, la candidatura a sindaca di Anna Scavuzzo – legittima e politicamente coerente – si inserisce in una linea di continuità più che di discontinuità. Il progetto politico evocato parla di alleanze e di visione decennale, ma sul piano del governo urbano non emergono segnali di cambio di paradigma.
Il punto, in definitiva, non è la singola opera, né il singolo studentato, né l’arena olimpica. È il metodo. Ed è su quel metodo che Milano dovrà decidere se proseguire lungo la strada delle trasformazioni guidate dall’alto o aprire una stagione in cui la città possa essere ridisegnata da una pluralità più ampia di attori economici e sociali.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.