Milano si è trasformata nel cuore pulsante della diaspora iraniana per quarantotto ore indimenticabili. Tutto è iniziato nel pomeriggio di sabato 28 febbraio, quando le prime notizie sulla morte di Ali Khamenei hanno squarciato il velo di propaganda e silenzio. Inizialmente accolto con una cautela dettata da anni di delusioni, l’annuncio definitivo arrivato dagli Stati Uniti ha scatenato un’esultanza senza precedenti. In Piazza Duomo, tra le lacrime e l’incredulità, centinaia di persone si sono ritrovate per celebrare quello che molti hanno definito il giorno più felice della propria vita.
Il grido di libertà è risuonato tra le bandiere persiane pre-rivoluzionarie e quelle israeliane, in un abbraccio simbolico nato dalla comune lotta contro il regime. Mentre la musica rivoluzionaria e il rap della generazione Z riempivano l’aria, i manifestanti bruciavano le immagini del dittatore, ricordando con dolore le migliaia di vittime che non hanno potuto vedere questo momento. Tra brindisi e canti, la piazza si è anche raccolta in un minuto di silenzio, con le torce dei telefoni puntate al cielo per chi è rimasto in Iran sotto il peso dei bombardamenti e del blocco di internet.
La celebrazione è proseguita con ancora più forza domenica 1 marzo davanti al Consolato dell’Iran in via Monte Rosa. Oltre mille persone si sono radunate in un clima di festa pacifica, offrendo rose rosse ai poliziotti in segno di gratitudine. Qui il tono politico si è fatto più marcato con il grido “Avid Shah”, viva lo Scià, e l’esposizione di numerosi ritratti di Reza Pahlavi. Molti manifestanti hanno sventolato bandiere americane e cartelli di ringraziamento per Donald Trump, vedendo nell’intervento militare un passo decisivo per abbattere una dittatura durata 47 anni.
Non sono mancati i simboli delle recenti contestazioni, come i pupazzi di topi appesi ai rami per sbeffeggiare il leader caduto, descritto dai presenti come un essere che ha seminato solo sangue. Nonostante l’euforia che ha unito i presidi di Piazza Duomo, via Valsolda e via Monte Rosa, resta la consapevolezza che la lotta non sia ancora terminata. Il regime è apparso indebolito come mai prima d’ora, ma la diaspora milanese sa che la strada verso una patria davvero libera è appena iniziata, pur avendo finalmente abbattuto il suo ostacolo più grande.
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