E Greta Thumberg dove è?

Esteri
Mentre l’Iran è travolto da un’ondata di proteste senza precedenti contro l’ayatollah, con centinaia di morti tra i manifestanti e migliaia di arresti secondo diversi gruppi per i diritti umani operanti sul territorio, una vocina che ci si aspetterebbe di sentire forte e chiara rimane muta: quella dell’attivista tuttologa Greta.
Dal 28 dicembre, quando le dimostrazioni sono esplose per una crisi economica devastante, il movimento popolare si è trasformato in una rivolta contro il regime teocratico, chiedendo libertà, diritti delle donne e fine della repressione.
Strade di Teheran e province remote sono teatro di scontri, blackout digitali e violenze di Stato, eppure l’attivista svedese, prima icona della lotta climatica e più recentemente paladina di cause internazionali, non ha speso una parola su questa lotta per la libertà.
Thunberg ha costruito la sua immagine su un impegno universale per i diritti umani e la sostenibilità.
Ha marciato in tutto il mondo, quello libero però, guai a rischiare davvero qualcosa nei teatri dove conta realmente, ha criticato leader globali senza remore, sempre quelli democratici, sempre da piazze libere, e ha sostenuto pubblicamente il movimento palestinese spendendosi in prima persona per varie attività più mediatiche che contenutistiche come la Sumud Hamas Flotilla, sempre invocando giustizia per tutti e sostenendo che nessuno è libero finché non lo siamo tutti.
Eppure sull’Iran, dove giovani donne sfidano il velo obbligatorio e il regime islamico, rischiando la vita per diritti basilari, regna un silenzio tombale. Perché questa selettività?
È forse perché l’ayatollah è perfettamente allineato con le narrative anti-israeliane e anti-occidentali che dominano certi circuiti progressisti?
La giovane Greta ha una piattaforma enorme e il suo silenzio sulla questione priva il popolo iraniano di un’amplificazione globale che potrebbe salvare vite, attirando attenzione su una repressione violenta e intollerabile.
Eppure lei questa volta inspiegabilmente tace, mentre il regime di Teheran intensifica le rappresaglie, con esecuzioni sommarie e detenzioni di massa.
Quando si è trattato di Gaza, Thunberg è stata implacabile, postando di continuo messaggi di supporto e criticando Israele aspramente, attirando plausi dai boccaloni che hanno creduto a qualsiasi immagine proveniente da Pallywood. Perché non lo stesso zelo per le coetanee iraniane che si battono contro un’oppressione simile, se non peggiore?
C’è da dire anche che mentre la situazione palestinese coinvolge un altro stato in una lotta armata che auspica la distruzione reciproca, le proteste iraniane costituiscono una nobile rivoluzione liberale che parte dal basso: il popolo iraniano non accusa altri Stati per la sua condizione, ma è insorto contando soltanto su sé stesso e per la libertà.
Nessun movimento palestinese in questi anni è mai insorto davvero contro Hamas come sta facendo oggi la popolazione iraniana.
Ma forse per Greta il problema è proprio questo.
Thunberg è il perfetto emblema dell’ipocrisia degli attivisti: se si combatte per dei diritti, si deve combattere indistintamente e ovunque, non solo quando fa comodo per la propria narrazione che vede l’Occidente come il tiranno del pianeta.
Il silenzio di tanti su Teheran suggerisce che alcune oppressioni valgano più di altre, forse influenzate da alleanze politiche o timore di controversie.
Ma l’attivismo vero, quello fatto per ideali e non per realpolitik socialista, non fa distinzioni di popoli o di background geopolitico.
E così, mentre l’Iran brucia, il silenzio di molti si rivela una scelta ben ponderata più che una distrazione.
David Patrick Amodio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.