Sanzioni di ieri e di oggi

Economia e Politica RomaPost

La memoria storica nostrana storce il naso davanti alle sanzioni. Quando nel novembre ‘35, le sanzioni vennero decise contro l’Italia da 50 paesi della Società delle nazioni di Ginevra (proibizione di export, import di materiali utili alla guerra e la concessione di crediti), l’effetto fu scarso. Usa e Germania non facevano parte della SdN, l’Urss c’era appena entrata (e nel ’39 venne espulsa per l’aggressione alla Finlandia), l’Austria e l’Ungheria si astennero. Argentina ed altri paesi latinoamericani, come la Spagna non le applicarono. Malgrado il blocco della flotta inglese, al mezzo milione di soldati italiani portati in Eritrea, bastò il petrolio garantito dal ministro degli esteri sovietico Papasha Litvinov. Le sanzioni consolidarono il consenso nazionale e pure Croce portò le sue medaglie al crogiuolo dell’oro alla patria. L’autarchia economica nazionale del ’36 trovò strani sostenitori in personalità al di sopra di ogni sospetto come Keines. La guerra coloniale italiana si concluse nel maggio ’36, le sanzioni vennero revocate a luglio. L’anno dopo l’Italia uscì (non espulsa) dalla SdN. Forse la coesione dei paesi avrebbe potuto danneggiare realmente l’Italia. Quando però tutti i paesi sono stati capaci e desiderosi di essere coesi su un unico tragitto politico?

Oggi l’accresciuta interdipendenza e la moltiplicazione dei centri di decisione autonoma (statali e non) rendono il mondo esponenzialmente più complesso e l’effetto sanzionatorio, a seconda dei punti di vista, più o meno efficace. Il mondo anglosassone, incattivito di default contro la Russia come non fu contro l’Italia (almeno prima della sua dichiarazione di guerra), ha trascinato l’azione europea, dopo l’invasione dell’Ucraina. Gli europei hanno deciso, tra 2014 e 2022 (5 l’anno di media con una accelerazione dell’ultimo anno quando si registra una cadenza mensile), 35 regolamenti, decisioni e proroghe per 7 pacchetti di sanzioni (l’ultima a luglio) per il congelamento di beni e divieto di viaggio contro 1160 russi (quasi tutti membri del governo o parlamentari) e 87 enti. Anche i privati si sono accodati alle sanzioni ufficiali limitando l’import di prodotti russi o rifiutando crediti. Il 19% dei paesi che sanzionano la Russia producono il 59% del Pil mondiale; molto di più dell’alleanza della SdN contro l’Italia. Ecco le sanzioni occidentali senza precedenti nelle parole della Presidente Ue von der Leyen come dello stesso Putin. D’altronde Mosca può contare sull’81% dei paesi non sanzionatori (Cina e BRICS, anche se la loro Banca ha sospeso nuovi finanziamenti alla Russia) e del loro 41% del Pil globale.

Bruxelles calcola di avere danneggiato l’economia russa di ca. €100 miliardi e di ca, €13,8 miliardi gli oligarchi per i beni congelati. L’idea di Draghi di congelare le riserve valutarie russe all’estero (Usa, UE, UK e Giappone) ha bloccato $350 miliardi, il 60% delle riserve russe (restano $83 miliardi in yuan cinesi e 133 miliardi a Mosca); gongola perché finalmente la Russia è andata in default tecnico ad aprile ed il settore bancario russo perde € 50 miliardi l’anno. In realtà si gira attorno al problema, l’esclusione dalle sanzioni della cosa più importante, le materie prime di gas e petrolio, grazie alle quali le entrate di Mosca sono aumentate dai € 10 miliardi del 2021 ai 15 attuali. Tutto è stato proibito  (prodotti siderurgici, acciaio e ferro, carbone, legname, fertilizzanti, prodotti ittici e liquori per un valore totale di ca. $15 miliardi), ma non i prodotti energetici (ridotti del 4% dell’export russo), quelli vietati da  americani (1%) e britannici (2%). Il venir meno dell’energia russa è infatti un incubo, l’1.4% in meno di crescita per Eurolandia (dal 3.7% a 2.3%, dati BCE)  con esiti peggiori per Germania ed Italia.

Qui però è avvenuto l’imponderabile. La Russia, quella  sanzionata sui prodotti ad alta tecnologia (5,3% dell’import russo) e di lusso (6,9%), in tutto ca. meno 12% del totale dell’ import, quella in recessione (le previsioni variano paurosamente da meno 9% al 40% fino al 50% del Pil), quella che piangerebbe sconsolata la sparizione di airbag, sistemi di frenatura e iphone, quella tagliata fuori dai mercati internazionali, quella per la prima volta da anni in disavanzo di bilancio, quella catastroficamente paralizzata (Yale School of management, Business Retreats and Sanctions Are Crippling the Russian Economy),  quella che legalizza il furto di proprietà intellettuale, quella che utilizza microchip prelevati da frigoriferi e lavatrici nelle sue apparecchiature militari, che ruba aerei occidentali per recuperare ricambi per la propria aviazione;  quella senza export cinese, dimezzatosi in un anno, proprio quella Russia ha chiuso del tutto il bocchettone del gas, bruciandone un gran quantitativo ad ufo proprio in faccia alla Finlandia. La riduzione della fornitura del 25% di gas all’UE era stato sufficiente a far schizzare a valori quintupli alle stelle le tariffe interne. Poi l’incubo si è fatto realtà, totale chiusura.

I fact-checker Usa strepitano come tante clinton, fake fake, se qualcuno accenna all’avanzo commerciale russo di $70 miliardi; oppure al valore alto del rublo, (valuta più forte dell’anno), ottenuto con un draconiano stretto controllo sui movimenti di valute forti; o anche al 75%, 68%, 64% e 46% delle imprese cinesi, francesi, italiane e tedesche rimaste in Russia e che non si sono accorte della paralisi economica (se  Apple è andata, Huawei c’è). Non hanno torto nell’evidenziare il crollo del pil russo, dell’import, della produzione interna nell’impossibilità di sostituire attività, ricambi, tecnologia, prodotti e specializzazioni, nella contrazione della liquidità e del credito e nell’inflazione. Non è che non sia vero che l’attività economica è in declino e che la fine delle relazioni economiche avrà un impatto negativo a lungo termine, come dichiarato dalla Nabiullina, vertice della Banca Centrale; solo queste condizioni ci sono state spesso e volentieri in Russia anche senza guerra. Non bisogna confondere russi ed occidentali. Si immagina la vita media dei cittadini russi molto peggiorata per carenza di innovazione ed auto nuove (acquisti diminuiti dell’84%), per l’impennata dei prezzi (+40% del prezzo degli elettrodomestici e del 60% dei servizi ospedalieri). E invece la qualità della vita russa è peggiore di default, in condizioni abituali, di quella che si possa immaginare. Molti russi, centinaia di migliaia, vanno all’estero; lo facevano anche prima, lo faranno anche domani. Oggi il problema per la Russia non è trovare la forza lavoro necessaria per la crescita, ma reclutare la truppa per la guerra, date le perdite. Abituati ad arrangiarsi, attraverso molte scappatoie i russi suppliscono alla carenza di investimenti, finanziamenti e tecnologie sacrificando la qualità.

Dall’altro lato c’è la capacità di resistenza europea ed italiana. Gli europei pagheranno un prezzo molto più alto rispetto agli alleati atlantici (oppure come norvegesi e olandesi non lo pagheranno affatto, anzi);  BankItalia prefigura un calo del nostro pil tra 1,7%,  2,5% o anche 5,2%; un costo per capita tra €500 a 1.500 euro causato dalle sanzioni ed aggravato dalla volatilità finanziaria che incombe sulle imprese, a rischio chiusura con effetti sulla tenuta del lavoro. L’energia è il supremo danno collaterale. Nello sforzo di intaccare la macchina produttiva russa, può andarci di mezzo quella europea. Le sanzioni alla Russia finora non sono state dissuasive, ma hanno ripristinato la guerra fredda ed un nuovo roll back. Di questo passo forse in futuro l’economia di Putin andrà in coma, ma è evidente che tutta la priorità è spostata sull’esito bellico.

Le sanzioni internazionali come guerra economica pacifista non hanno un potente effetto sulla politica e diplomazia russe. Forse sarebbe più efficace un più forte riarmo ucraino, finanziato finora da Ue, Uk e Usa rispettivamente con $6,3, 6,7 e 41,4 miliardi. Senza contare l’entrata della Cina negli affari europei. Il celeste impero da due anni detiene la leadership sull’import russo pur essendo la Russia 11° maggior importatore dalla Cina; ciò senza le infrastrutture energetiche che collegano solo l’Europa alla Russia. L’occasione contribuirà ad un riallineamento dei gasdotti, a East  Stream o Stream della seta. Ovviamente non c’è molto da sperare sullo scollamento interno del regime putiniano. Le sanzioni infatti rafforzano massimamente l’unità del paese. Ne esce un quadro distruttivo per Russia ed Ucraina, testardamente volte alla tragedia, ottimo per la Cina che profitta dei due forni orientale e occidentale, conseguente per gli Usa che hanno spostato l’oggetto della guerra fredda da Pechino a Mosca e di grande sofferenza per l’Europa la cui unità, malgrado la coesione attuale, ne uscirà a pezzi per le recriminazioni e le reciproche accuse future. Se si applicassero sanzioni secondarie contro i paesi che commerciano con la Russia, si entrerebbe in un tragitto irto di pericoli, ancorché improbabile. Lasciando sul terreno tanto dolore, le sanzioni, efficaci per un terzo della loro totalità, contribuiranno anche per meno all’esito finale. E verranno rinfacciate per lungo tempo.

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