La storia di Giuseppe Crippa, l’imprenditore lombardo diventato miliardario a 87 anni

Lombardia

Giuseppe Crippa ricevette una proposta di liquidazione da STMicroelectronics (Stm), azienda italo-francese di semiconduttori, nel 1995. Accettò e pose fine ai suoi 35 anni in azienda. Ma anziché dedicarsi a una tranquilla vita da pensionato, Crippa, all’epoca 60enne, decise di avviare una sua società. Elaborò un’idea che aveva in testa da sei anni e fondò Technoprobe in una cittadina fuori Milano. Qui iniziò a realizzare probe card – minuscoli dischi tempestati di aghi che si attaccano ai microchip per testarli – e per i primi 15 anni le vendette principalmente al suo ex datore di lavoro.

La storia di Giuseppe Crippa

Crippa è nato in una cittadina a nord-est di Milano nel 1935 ed è cresciuto durante la Seconda guerra mondiale. Nel corso dell’infanzia ha dovuto cercare riparo dalle bombe in una buca nel terreno sotto il condominio in cui viveva con la famiglia. “Per alleviare la tensione, io e altri bambini distribuivamo caramelle a tutti coloro che si nascondevano con noi, mentre aspettavamo di poter uscire”, ha raccontato alla testata Merate OnlineDopo la guerra, Crippa ha frequentato un istituto tecnico nella vicina Bergamo e ha ottenuto poi il primo impiego nella società ingegneristica Breda. Si è avventurato per la prima volta nel mondo dei microchip nel 1960, a 25 anni. In quell’anno iniziò a lavorare per l’azienda di semiconduttori Sgs, dopo avere letto un annuncio sul Corriere della seraIn quello stesso anno, Sgs ha formato una joint venture con Fairchild Semiconductor, azienda con sede a Mountain View che era stata fondata cinque anni prima da Gordon Moore, pioniere della tecnologia. Nel 1962, Sgs decise di inviare Crippa nella Silicon Valley per studiare la tecnologia rivoluzionaria sviluppata da Fairchild e portarla in Italia. Crippa tornò nel 1963 e continuò al lancio della prima linea di produzione di transistor in silicio in Europa. Fu l’inizio di una carriera di oltre 30 anni in Sgs, diventata poi Stm.

Gli inizi sul tavolo della cucina

Dopo qualche decennio, Crippa iniziò ad armeggiare con le probe card nella cucina della sua casa in campagna. L’opportunità di mercato, per lui, era ovvia: tutte le probe card del suo datore di lavoro venivano da fornitori americani. All’epoca, le probe card erano di qualità relativamente bassa e avevano bisogno di riparazioni dopo l’utilizzo. Cristiano Crippa, che all’epoca aveva 19 anni, cominciò presto ad affiancare il padre. Assieme acquistarono alcuni strumenti: microscopi e macchine per tagliare. Nel 1993 avevano occupato il garage, la soffitta e il seminterrato e avevano assunti i primi due dipendenti. Anche la moglie di Crippa, Mariarosa, dava una mano per la parte amministrativa. “Ho questi ricordi dei primi anni ’90: i primi dipendenti che giravano per la casa e che occupavano tutto lo spazio disponibile”, ha raccontato nel marzo 2021 Roberto Crippa, che all’epoca era appena adolescente, al podcast Voci di impresaNel 1995, raggiunta l’età della pensione, Crippa decise di chiudere la sua carriera in Stm e incassò la liquidazione. Il denaro ottenuto da Stm gli permise di fondare ufficialmente Technoprobe e di abbandonare il suo ufficio casalingo per trasferirsi nel 1996, con una decina di dipendenti, in un impianto di 800 metri quadrati nella vicina Cernusco Lombardone. Presto arrivò anche il resto della famiglia: nel 1999 il nipote Stefano Felici, fresco di laurea in ingegneria elettrica, e nel 2002 il figlio più piccolo, Roberto, diventato ingegnere chimico.

Il successo internazionale

Technoprobe crebbe velocemente e si espanse in Francia nel 2001 e a Singapore nel 2004. Più di 40 anni dopo il suo primo viaggio in California, nel 2007, Crippa incaricò il nipote di aprire il primo ufficio di Technoprobe negli Stati Uniti, a San Jose. Nello stesso anno l’azienda iniziò anche a sviluppare al proprio interno probe card più piccole e più avanzate.Per molti anni Stm rimase l’unico cliente di Technoprobe. Solo nel 2010 l’azienda di Crippa ottenne altri clienti, grazie anche a nuove sedi a Taiwan e nelle Filippine. “Abbiamo iniziato a sfondare sul mercato con i più grandi stabilimenti dell’Asia”, dice Felici. “Entro il 2017 i nostri sforzi avevano portato frutti anche in America”. Nel 2019 l’azienda ha avviato un piano di investimenti da 100 milioni di dollari per allargare la sua quota di mercato. 

Ha speso 40 milioni per acquistare Microfabrica, una società con sede a Van Nuys, in California, che produce componenti per probe card tramite stampa tridimensionale. “Abbiamo integrato le loro tecnologie e questo ci ha permesso di allargare il divario con i nostri concorrenti”, afferma Felici. L’operazione ha permesso a Technoprobe di realizzare probe card più piccole e più efficienti, proprio come i chip sono diventati più piccoli e più complessi. In base alla legge di Moore, il numero di componenti di un circuito integrato raddoppia circa ogni due anni. Il principio vale anche per le probe card. E le nuove tecnologie in fase di sviluppo sembrano prospettare un futuro luminoso per Technoprobe. “La legge di Moore afferma che i chip si restringono sempre di più”, spiega Charles Shi, semiconductor analyst della banca di investimenti Needham. “Le probe card devono tenere il passo”.

Nuove frontiere

La prossima frontiera dei semiconduttori sono i chiplet: chip più piccoli, impilati l’uno sull’altro per costruire unità più veloci e più potenti, da destinare ai nuovi telefoni, ai computer e ad altro. A marzo, un gruppo che comprende alcune delle più grandi aziende tecnologiche del mondo – tra cui Amd, Google, Intel, Meta Platforms (l’ex Facebook), Microsoft, Qualcomm, Samsung e Tsmc – ha creato un consorzio per definire gli standard della tecnologia chiplet per la prossima generazione di dispositivi. Perciò Technoprobe – al pari del suo principale rivale, FormFactor – sta aumentando gli sforzi per andare incontro alle esigenze dei loro clienti. E mentre Technoprobe ha conquistato una quota del mercato di Intel, tradizionalmente partner di FormFactor, le due società condividono gli stessi clienti, perché ogni grande produttore di chip vuole assicurarsi una fornitura più sicura e diversificata.

“La nostra è un’industria molto piccola”, dichiara Mike Slessor, amministratore delegato di FormFactor. “Conosciamo piuttosto bene la famiglia Crippa. Vogliamo continuare a competere con loro, ma ciò che hanno fatto con un’azienda privata a guida familiare è piuttosto impressionante”. Anche Felici si complimenta con i rivali e riconosce che l’industria è un duopolio virtuale. “Il loro prodotto può competere con il nostro, ma a volte piccoli dettagli possono fare la differenza”, dice. In ogni caso, la domanda è ancora più che sufficiente per permettere a entrambe le aziende di andare avanti. Felici indica la crescente complessità delle auto, piene di tablet e touchscreen, come una delle molte ragioni della crescita del settore. “Ora le auto hanno computer e schede grafiche. Tutti quei chip devono essere testati. Ciò significa che ci sono più affari per noi”.

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