L’Europa, più Male di Hollywood

Cultura e spettacolo RomaPost

A quell’epoca gli europei, però avvicinandosi di più al tema core, rischiavano di fare molto peggio di Hollywood.

Gli assassini sono tra noi 1946

germania

I tedeschi, nel ruolo obbligato di incapaci e sconfitti, cercavano tra le loro fila i buoni e cattivi con Gli assassini sono tra noi ’46 di Staudte, già all’opera nel nazista Süss l’ebreo; Matrimonio nell’ombra ’47 di Maetzig, Sterne (Stelle)’58 di Wolf, premiato a Cannes ed Il generale del diavolo ’55 di Käutner), impostazione riproposta in Operazione Valchiria 2008 di Singer ed Hidden life 2019 di Malick. Nelle serie tv tedesche Fin tanto che mi reggono le gambe (So weit die Füßetragen) ’59 di Umgelter e 2001 di Martins ci si scorda proprio che il nazista sia il cattivo.

italia

L’ebreo errante 1947

Nelle opere italiane la Shoah è espiazione per il deicidio (L’ebreo errante ’47 del fascista Alessandrini, Kapò ’60 del comunista Pontecorvo e La settima stanza ‘95 della ungherese Meszaros). La vita è bella di Benigni rientra nel capitolo comico con colpo di coda assolutorio.

Gli italiani in genere si sono sostituiti con molto vittimismo agli ebrei come brava gente e con supponenza ai vincitori come partigiani. Non erano né vittime né vincitori; semplicemente incapaci, come organizzazione statale di restare un popolo di fronte allo scontro con altri Stati e popoli, anche molto più arretrati di loro. Sul tema, triste e deprimente, pochi film e poche parole. Certamente l’Olocausto è stato anche l’olocausto, in senso lato, del Risorgimento.

uk

Night Train’40 di Reed (originariamente intitolato Night Train to Munich) è il primo film a mostrare i campi di concentramento per i dissidenti. Ispirato a Hitchcock, con citazione del fan britannico per il cricket, scorre sul lungo viaggio in treno dalla Germania alla Francia e ritorno, dove un agente britannico si spaccia da nazista per salvare un inventore ceco dalla Gestapo, mentre sua figlia diventa la pedina inconsapevole di un vero nazista.

francia

Drame au Vel d’Hiv del 1949

In Francia gli ebrei erano fantasmi (Rétour à la vie ’49 di Clouzot e autori vari). La rafle della Bosch e La chiave di Sara di Paquet-Brenner, entrambi del 2010, correggono l’infausto Drame au Vel d’Hiv del‘49 di Cam; si tratta del rastrellamento del ’42 al parigino Velodromo d’Inverno dove la polizia francese, per conto dei nazisti, radunò migliaia di ebrei francesi destinati ad Auschwitz. Il precedente titolo, malgrado il riferimento, trattava di comune criminalità. Anche Monsieur Batignole 2002 critica il ruolo collaborazionista francese tra il ‘40 e ‘44 nella persecuzione degli ebrei, ma con tratti agrocomici da commedia. La rimozione, come si può notare, è abbastanza generale, dato che si conta una manciata di opere.

La più importante è il documentario Notte e nebbia del ‘55 di Resnais, primo cineclassico internazionale sullo sterminio degli ebrei. Su progetto dello storico Michel e con il patrocinio del Comité d’histoire, l’opera in 32 minuti, quasi tutti in bianco e nero (a parte lunghe inquadrature in Polonia a colori) ripercorre le atrocità naziste sugli internati, la vita nei lager, le camere a gas, i cadaveri spostati in massa da un bulldozer dentro le fosse nelle scene finali (immagini poi tagliate dalla censura francese).

Notte e nebbia 1955

Di grande impatto emotivo, la voce narrante fuoricampo nell’aulico francese di Cayrol, letto da Bouquet (non accreditato nei titoli) e la musica dolce si contrappongono sinistramente alle immagini dell’annientamento, via internamento ed eliminazione fisica, degli oppositori del regime. Uscito in occasione del primo decimo anniversario della Shoah, ricalcando la memoria di Nacht und Nebel (notte e nebbia), questo saggio esemplare di denuncia e di testimonianza utilizza i materiali d’archivio seguendo le date, ’33, ‘42 e ’45, ma, non cronologicamente, dell’escalation nazista. Resnais non doveva parlare di Francia; bastò l’inquadratura di 5 secondi dell’ombra del képi di un ufficiale francese in un fermo immagine del campo francese di Pithiviers, per far ritirare il film da Cannes nel ’56.

Ancora più alto ed intenso è l’effetto di Shoah ’85 documentario francese di Lanzmann di ben nove ore e mezzo; un’opera cui il regista lavorò per undici anni, dal ’74; girando nei campi di sterminio polacchi. Affidandosi solo alle testimonianze, dei repressori, dei condannati a morte, dei sopravvissuti, dei carnefici e degli spettatori, il regista ne cerca le reazioni, i tentennamenti, lo sforzo di ricordare, la memoria non mollando mai neanche dolore e angoscia. Il film pone le domande, le fa tradurre ed attende la traduzione in un meccanismo lento e meccanico che aumenta la pesantezza della scena. L’invadenza di Lanzmann lo porta a costringere un barbiere di Tel Aviv che tagliava a Treblinka i capelli alle donne destinate alla camera a gas, a ricordare quando gli si presentarono sue due concittadine, la moglie e la sorella di un suo amico, anch’egli barbiere a Treblinka. La ripresa di un lungo minuto di silenzio mette a disagio tutti ma il regista non stacca la telecamera. Questo approccio per Godard non mostra niente di niente, non è stato capace di mostrare nulla; per de Beauvoir ci accorgiamo di non aver saputo niente, non avrei mai immaginato una simile mescolanza di orrore e di bellezza. Un puro capolavoro. Il film non rassicura mai lo spettatore; non permette nessuna rielaborazione del passato, nessuna comprensione o immedesimazione; resta solo il dolore anche oltre i limiti dell’accettabilità. Compare un ampio intervento del massimo esperto americano della storiografia dell’Olocausto, Hilberg. Oggetto di migliaia di recensioni, studi, libri e seminari nelle università di tutto il mondo, la pellicola ha ottenuto le più alte onorificenze ed è stata premiata a numerosi festival. L’edizione italiana del film è dell’87.

ss testimonia

Lanzmann raccolse per il film anche la deposizione dell’Unterscharfuehrer SS Suchomel, in servizio a Treblinka che

Unterscharfuehrer SS Suchomel,

non sapeva di essere filmato.

Signor Suchomel, non parliamo di lei, ma soltanto di Treblinka. Perché la sua testimonianza è fondamentale, e lei può spiegare che cos’era Treblinka. Ma non citi il mio nome. No, no, ho promesso. […] Quale capacità avevano le nuove camere a gas [costruite nel settembre 1942]? Le nuove camere a gas… vediamo… Si potevano far fuori tremila persone in due ore. Ma quante persone alla volta, in una sola camera a gas? Non posso dirglielo esattamente, io. Gli ebrei dicono duecento. Duecento? Sì, duecento. Immagini un locale della misura di questo. Ad Auschwitz ne mettevano di più! Ma Auschwitz era una vera fabbrica! E Treblinka? Le darò la mia definizione. Ricordi questo: Treblinka era una catena di morte, primitiva, certo, ma che funzionava bene. Una catena? …di morte. Capisce? Sì. Ma primitiva? Primitiva. Sì, primitiva, ma funzionava bene, quella catena di morte.EBelzec era più primitivo? Belzec era il laboratorio. E’ Wirth che comandava il campo. E laggiù Wurth ha fatto tutti gli esperimenti immaginabili.  All’inizio le cose andavano male. Le fosse erano troppo piene, la cloaca sgocciolava davanti al refettorio delle SS. C’era puzza… Davanti al refettorio… Davanti al loro baraccamento…Lei è stato a Belzec? No. Wirth con i suoi uomini… con Franz, con Oberhauser e Hackenhold, ha sperimentato tutto laggiù. Quei tre dovevano mettere personalmente i cadaveri nella fossa, affinché Wirth sapesse di quanto spazio aveva bisogno. Quando loro non volevano farlo – Franz si rifiutava – Wirth prendeva Franz a frustate, e anche Hackenhold, sa? Kurt  Franz? Kurt Franz. Così era Wirth. E, forte di quell’esperienza, è arrivato a Treblinka. Treblinka era un villaggio. Un piccolo villaggio. La stazione aveva acquistato importanza a causa dei trasporti di ebrei. Ogni convoglio aveva da trenta a cinquanta vagoni. Li dividevano sempre in sezioni di dieci, dodici, perfino quindici vagoni, che erano portati fino al campo e condotti alla rampa. Gli altri vagoni restavano in attesa, con le persone, nella stazione di Treblinka. I finestrini erano protetti da filo spinato perché nessuno potesse uscire. E sui tetti stavano i cani sanguinari, gli ucraini o i lettoni. I lettoni erano i peggiori. Sulla rampa, di fronte ad ogni vagone, si tenevano pronti due ebrei del reparto blu perché tutto procedesse alla svelta. Dicevano: Uscite, uscite, presto, presto! C’erano anche degli ucraini e dei tedeschi. Quanti tedeschi? Da tre a cinque. Non di più? No, gliel’assicuro. E quanti ucraini? Dieci. Dieci ucraini, cinque tedeschi. Sì, sì. Due… Cioè venti uomini del reparto blu. Sì. quelli del reparto blu erano qui, e da qui mandavano le persone all’interno. Là c’era il reparto rosso. Sì. Il reparto rosso, qual era il suo incarico? I vestiti. Doveva raccogliere i vestiti degli uomini, i vestiti delle donne, e portarli immediatamente quassù. Quanto tempo fra la rampa e l’operazione di denudamento? Quanti minuti? Vediamo… per le donne, per le donne diciamo un’ora in tutto. Un’ora, un’ora e mezza. Un intero treno in due ore. Sì. In due ore era tutto finito...Fra l’arrivo…… e la morte. …. e la morte, era tutto finito in due ore? Due ore, due ore e mezza, tre ore. Un treno intero? Un treno intero.E per una parte soltanto, per dieci vagoni? Non si può calcolare: i vari trasporti si susseguivano, la gente affluiva continuamente, capisce? Gli uomini che aspettavano seduti là e là, erano subito mandati lassù attraverso il budello. Le donne ci andavano per ultime… Alla fine. Dovevano salire anche loro, e sovente aspettavano qui. Sempre cinque per volta, ecco cinque. Cinquanta persone, sessanta donne con i bambini, che dovevano aspettare che qui ci fosse posto. Nudi? Nudi. Estate e inverno. D’inverno può fare molto freddo a Treblinka. Appunto, d’inverno, in dicembre, comunque dopo Natale…Sì. Ma già prima di Natale faceva… un freddo cane! C’erano fra i –10° e i –20°. Lo so perché all’inizio morivamo di freddo anche noi. Non avevamo uniformi adatte. Anche per noi faceva freddo. Ma ancora di più……per i disgraziati…nel budello……nel budello, faceva molto, molto freddo. Molto freddo. E può descrivere con molta esattezza quel budello? Com’era? Quanti metri? E la gente in quel budello? Il budello aveva circa quattro metri di larghezza. Come questa stanza. Era delimitato da steccati alti così, o diciamo così. Dei muri? No, no. Del filo spinato, con un intreccio molto fitto di rami d’albero, rami di pino, capisce? E’ ciò che si chiamava mimetizzazione. C’era un reparto mimetizzazione di venti ebrei che ogni giorno andava a raccogliere rami. Nei boschi? Sì, nei boschi. E tutto era coperto. Tutto, tutto. Non vedevamo fuori, né a destra né a sinistra. Assolutamente niente. Non si poteva vedere attraverso. Impossibile? Impossibile. La stessa cosa qui, qui, qui e qui… e qui… impossibile vedere attraverso. Treblinka, dove tanta gente è stata sterminata, non era grande, vero? Non era grande. Cinquecento metri nel suo lato più esteso. Non era un rettangolo, piuttosto un rombo. Provi a figurarselo: qui era piatto e là si cominciava a salire. E in cima alla collina si trovava la camera a gas. Bisognava salire. Il budello era chiamato la Strada del Cielo, no? Gli ebrei l’avevano soprannominato l’Ascensione, e anche l’Ultima strada. Ho sentito soltanto queste due espressioni.

Suchomel fu sarto dell’esercito tedesco in Francia, poi fotografo; a Treblinka fu responsabile degli arrivi dei prigionieri ebrei e del sequestro dei loro oggetti di valore. Poi andò al campo di Sobibór, nel Litorale adriatico e venne catturato dagli americani. Liberato ad agosto, si stabilì ad Altötting, come sarto, partecipando alla vita parrocchiale. Venne arrestato nel ’63 per i fatti di Treblinka e condannato a 6 anni di prigione, tornando in libertà nel ‘67.

L’ultima tappa 1948

est

All’est, nei film le vittime erano solo comunisti ancorché ebrei, mentre i lager erano campi di lavoro e non di sterminio (L’ultima tappa ’47 della polacca Jakubowska). Le eccezioni del ’48, il boemo Alles Kaputt! di Radok ed il polacco Fiamme su Varsavia di Ford in Italia vennero censurati.

socha

In Darkness 2011

Diverso il In Darkness (W ciemności) 2011 della ebrea polacca Agnieska, girato tra Varsavia, Piotrków Trybunalski, Łódź, Berlino e Lipsia; e dedicato all’operaio fognario ucraino Socha di Leopoli, poi nominato Giusto tra le nazioni nel ’78. che in cambio di denaro salvò diverse famiglie ebree durante l’occupazione nazista nascondendole nelle fogne per 14 mesi. Socha, operaio e ladruncolo di Lviv nel governatorato polacco del ’43, di solito nasconde la refurtiva nelle fognature con il collega Szczepek. I due accettano danaro per nascondere un gruppo di ebrei, tra cui due bambini, nelle fognature dall’imminente rastrellamento. Abbandonato da Szczepek, decide di lasciar perdere poi uccide un miliziano tedesco che aveva trovato Mundek intrufolato tra i deportati di Janowska alla ricerca dell’innamorata Klara. Per ritorsione viene impiccato Szczepek con altri dieci polacchi innocenti ed il nuovo collega Socha lo denuncia. Socha porta gli ebrei sotto un altro condotto sotto una chiesa cristiana mentre fuga i sospetti dell’amico Bortnik, ufficiale ucraino ma un’alluvione improvvisa inonda le fognature e prima che  Bortnik possa usare la pistola viene travolto dall’acqua mentre Socha fugge. Gli ebrei sopravvivono all’annegamento ed ai nazisti fino dell’arrivo dei russi, ma è un loro camion che investe Sochanel ’46. I titoli di coda avvertono che ai funerali sui muri scrissero Questa è la punizione di Dio per aver aiutato gli ebrei.

dara

Dara di Jasenovac 2020

Nel ’45 uscì un corto serbo di 16 minuti sul misconosciuto campo di concentramento di Jasenovac di Gavrin; sul tema è tornato recentemente il croato Dara di Jasenovac (ДараизЈасеновца) 2020 di Antonijević.

Una vera premier visto che è la prima produzione serba sull’olocausto in Croazia. Il campo di Jasenovac ospita serbi imprigionati dai nazisti e dai croiatiustasha, fra cui la dodicenne Dara, sua madre e due fratelli: poi sopravvive solo lei con il fratello Budo di due anni e riesce a scappare con l’aiuto di un prigioniero ebreo. Al padre Mile, prigioniero incaricato di smaltire i cadaveri, tocca scoprire quelli di moglie e figlio. Il film in un colpo solo insegna molto della II Guerra Mondiale nei Balcani ma anche dei conflitti locali dell’ultimo decennio di del XX secolo. Il rabbino, scrittore e regista americano, Berenbaum, già vicedirettore della Commissione presidenziale sull’Olocausto (‘79-‘80) e già direttore fino al ’93 ha dato consulenza storica e documentale, sottolineando l’adesione fattuale del film alle testimonianze sul campo; se qualcuno pensa che la storia sia politica, è lui a rimuoverla dalla storia. Il regista ha minacciato di causa per esplicita negazione dell’Olocausto chi aveva scritto di elementi camuffati anticroati e anticattolici, foraggio incendiario per i conflitti attuali. HAVC, il centro audiovisivo croato ha criticato il nazionalismo serbo dell’opera, invece lodata da FCS, centro cinematografico serbo. Abele sul Los Angeles Times ricorda la scena in cui i visitatori nazisti sono irritati dal sadismo individuale nei confronti dei prigionieri serbi da parte dei loro ospiti croati in uniforme (compresi fratelli e sorelle incestuosi). Indubbiamente il film segnala le animosità tra Serbia e Croazia, in cui le parti trattano una storia tragica senza sfumature né visione oltre l’orrore. Bisogna tenere in conto che il regime croato è diretto erede della fazione nazionalista sostenuta storicamente, e quindi alleata, di fascisti e dei nazisti. Non è nell’attuale Unione Europea neanche l’unico caso, dato l’esempio dei paesi baltici. Gli storici dell’Olocausto hanno sottolineato la capacità del film di palesare morale e psicologia dei prigionieri dei campi, i diversi degradi della vita in campagna e di quella sotto terrore. Sembra evidente che il film non sia propriamente sull’Olocausto ebraico quanto su quello extended, mostrandone in quantità orrori, crudeltà ed atrocità in tutti i dettagli oscuri, quasi con voyerismo interessato. Vinney di Comic Book Resources ha descritto Dara, come uno dei film sull’Olocausto che esistono per ragioni ciniche, con la violenza descritta, affidata ad una creduloneria divertente. Con Marric del The JewishChronicle, è difficile al tempo dell’Olocausto, non essere sorpresi, nonostante alcuni momenti pesanti. Il rischio è produrre il pregiudizio ideologico di un razzismo buono e di uno cattivo; comunque è un merito della Croazia aver fatto produrre in casa il film.

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