L’aquilone e l’intelligenza del cuore

Le storie di Nene Milano
Si può sfidare il cielo e colorare le nuvole? Guido pensava che sì, si poteva fare… con il viaggio di un aquilone nel vento, senza limiti e parlare, saltare, giocare, proiettarsi sempre più in alto… per incontrare altri aquiloni felici, uguali, tutti uguali nella diversità dei colori, nello slancio vitale, a disegnare parabole di sogni inespressi, mentre il sole sorrideva bonario.
Ed era fotografare con l’anima la speranza.
“Ma sì, mi credono un po’ scemo perché non so discutere di politica, di arte e via discorrendo, ma sono cresciuto in una soffitta sempre fredda, con un camino che voleva la legna, ma non c’era e poi mia madre mi ha mandato a scuola e risparmiavo i soldi del tram perché volevo le scarpe nuove… e io i conti li sapevo fare, eccome se li sapevo fare, ma i soldi erano sempre troppo pochi per andare al cinema o a ballare e poi arrivò anche un lavoro in una mensa di operai che fanno anche oggi le gomme e si lamentano per i turni pesanti… Mia madre, lo so, ogni tanto si vergognava di me, forse perché balbetto un po’ e non parlava in giro di avere un figlio e io ci piangevo, alla sera, perché mi sentivo bello e forte come un leone e allora facevo gli aquiloni che volano, a volte vanno anche lontano, ma poi scendono in picchiata e possono parlare con chi abita in cielo e ritornano a riferirmi che là c’è un mondo per tutti, anche per quelli come me, senza differenze.”

Aspettava la partenza di un tram, là in viale Fulvio Testi, e quel soffio di vento proteso verso un viaggio ignoto, per lanciare il suo aquilone viola e giallo, a volte rosso… per inviare i suoi messaggi, le sue visioni, sicuro di un mondo, lassù, parallelo e ideale, di azzurro e illusioni. Un segreto che apparteneva solo a lui, al suo immaginario paludato di solitudine che cerca, cercava…una corrispondenza, una voce, chissà… E gli parve, al tramonto di fuoco di un giorno senza storia, che Lei venisse dal cielo per riconsegnargli il suo aquilone smarrito, quello che era luce e colori, nella penombra incombente di quel sole che non sapeva morire.

“Era bella come una stella e si chiamava Gioia, sì proprio Gioia, ma non sapeva parlare e mi sfiorò qui, sulla guancia per dirmi che gli ero simpatico e parlammo con le mani… e c’era da ridere… ma poi colsi un fiore nato chissà come in una buca della strada, per lei… no, non osai dirle che mi piaceva e che era tanto bella da togliere il fiato… Quella sera ce ne andammo insieme, con le mani intrecciate, per tornare. E vedevo le case ballare, le luci che ridevano e tremavo come una foglia con il vento: mi sembrava una festa come quella di Natale. La mamma era morta, ma io le gridavo “Hai visto? Una donna per me. La più bella”… Al bar mi compativano, loro, che raccontavano conquiste straordinarie… ”Ma tu ce l’hai una ragazza?” dicevano e io stavo zitto e tenevo per me il mio segreto”

Comprò un vestito nuovo e anche le scarpe lucide di vernice e mise la lacca sui capelli e aspettò alla fermata del tram, in un viale di alberi ombrosi, le foglie sbriciolate a terra dai passi convulsi dei pendolari dopo il lavoro, un negozietto all’angolo con una grande insegna luminosa di richiamo….L’aria camminava piano per non disturbare l’attesa. Aspettò come si aspetta il sole, ogni giorno…e ritrovarsi diventavano pudore, risate, con quelle mani che sapevano raccontare la vita, l’andare del tempo, il risveglio delle emozioni. Con una gestualità fantasiosa, dolce, comprensibile solo dai loro cuori…Silenzi. Gli occhi con una carezza di desiderio… Le prime ombre inaspettate.. La magia di un distacco con una promessa. E venne un giorno…. Gioia e la pagina di una rivista, rubata, una donna felice, libera, che vola, con una mano trattenuta da un giovane sicuro e felice, in un prato e cielo limpido di sole. “Quella donna sono io, un aquilone, un sogno…” E indicava con insistenza la riproduzione de “La passeggiata” di Chagall ed era una scoperta di luce, di immedesimazione, forse una dichiarazione d’amore. Correre, correre, al Parco Nord, sì là c’è un prato fiorito….e una panchina nascosta da un cespuglio rigoglioso di bacche rosse…Il mistero del vento, leggero e suadente, modulava una gioia che mordeva il cuore….Fu Lei ad offrire un bacio. Fu Lui a stringerla, con una passione sconosciuta. Il respiro dei corpi era musica, incanto, estasi. E il tempo, indifferente, non si fermava. La luna, alta e maestosa, li sorprese ancora abbracciati.

“Dicono sempre ce l’hai una donna?…Sì ce l’ho. Dicono: Ma che fai ancora con gli aquiloni? Sono roba da bambini, non per chi ha una ragazza…Ma lei è il mio aquilone che tornerà… Dicono che non abita più a Milano, ma a Torino…ma non ci credo, non me l’ha mai detto che sarebbe andata a Torino e io ho capito…la sua famiglia è come mia madre…come quelli del bar…”

Su quella “panchina” bruciata da un vomito acre e intrisa di birra, un ubriaco recita il suo monologo di disperazione, gesticola, inveisce contro i suoi fantasmi, con il cuore che morde la carne di dolore. E un uccello dorme sul prato, schegge di luce dai lampioni, il vociare dal campo di calcio vicino, una canzone sussurrata da una prostituta in attesa. E’ Guido, livido di sudore, senza identità, un mulinello di invettive e lattine di birra vuote a rotolare e rincorrersi, inutili, stanche. Squarciare il cielo, tagliare a pezzi le nuvole bugiarde, sbranare il sole, le illusioni uccise, il vuoto dell’incomprensione. Due vite finite? A chi importa? Ma le domande volano, volano lontano, senza risposte.

“Sì piango…non lancio più gli aquiloni…l’ultimo non è tornato”

Forse anche in cielo non c’è spazio per l’intelligenza del cuore.

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Nene Ferrandi  (da Voce Blu, blog di letteratura, arte e spettacolo)

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