Mercato Stazione Centrale, lo specchio triste di una visione senza cuore della città

Milano

Non è la politica avversaria che parla, non ci sono polemiche strumentali: parla chi ama Milano, tutti i cittadini milanesi e non solo i ricchi, chi guarda ad un’amministrazione che non è sensibile al sociale, che ha dato prova di avere una visione fallimentare della città.

Riportiamo le principali amare considerazioni di esperti pubblicate da VITA

Sala aveva trionfalmente dichiarato «Porterà Milano oltre 25 botteghe del gusto e la migliore offerta gastronomica del territorio locale, regionale e nazionale in oltre 4.500 metri quadrati, su due livelli con 200 metri quadrati di dehor esterni». Aggiungendo «parte del più ampio piano di riqualificazione di tutta l’area urbana esterna alla Stazione che si sta sviluppando con Grandi Stazione Retail e Ferrovie dello Stato». E i Giornali amici gridavano al miracolo.

“…Sembrerebbe proprio essere un nuovo gioiello della corona milanese questo nuovo mercato. Eppure qualcosa che non torna c’è. A lasciare perplessi non sono tanto le barriere architettoniche un po’ dappertutto, che si è tentato di mitigare con un ascensore (ma che può portare una sola persona alla volta) e con le scale mobili (impraticabili da carrozzine e passeggini), né gli spazi angusti che portano inesorabilmente ad accalcare gli avventori, in periodo Covid. No, a rendere questo nuovo Eataly straniante è un’immagine. La grafica scelta per accompagnare gli avventori strizza l’occhio al mondo dei graffiti. Si sa che le stazioni sono la patria dei writers. Solo che questi finti graffiti guardano da vicino quelli veri che si trovano proprio affianco alle entrate del Mercato. Lì c’è l’imbocco del sottopasso Mortirolo, quel tunnel che attraversa alle spalle la stazione dove dormono clochard, senza tetto e immigrati tra le auto che sfrecciano. Sempre qui c’era il centro di accoglienza per i migranti del mediterraneo. Il disagio nell’ombra del cavalcavia, le luci cangianti e le note del dj. A due passi uno dall’altro. «Il linguaggio e le etichette di questa operazione ci parlano di un marketing di qualità deteriore che usa paroloni a casaccio coprendosi di ridicolo e cercando di coprire altre aberrazioni», attacca il sociologo Marco Revelli, «È molto simile al greenwashing delle aziende. Si legittimano operazione commerciali con nobili ideali che in realtà vengono traditi. Devo dire sinceramente che ho sempre provato un enorme fastidio per l’occupazione degli spazi pubblici da parte delle merci», continua Revelli, «Questa intrusione massiccia, diffusa, capillare delle merci negli spazi che dovrebbero essere riservati ad utenti e viaggiatori. Si sono costruiti dei percorsi di guerra, all’interno di veri e propri labirinti, nei quali chi vuole arrivare al treno deve pagare il pedaggio di un lungo percorso di boutique, banchetti, offerte. È la logica del serpentone dell’autogrill» Per Revelli «la stazione è lo specchio della società in cui viviamo e ne riproduce, nella sua struttura, la polarizzazione. Il confronto tra la città forte e quella fragile, contigue senza guardarsi in faccia. Una forbice completamente aperta tra il polo del lusso e il polo della miseria. Due estremi che in una società che si avvicini a un’idea di giustizia avrebbero dovuto rappresentare delle minoranze e che invece oggi sono diventati invasivi e visibilissimi. La stazione è un’autocelebrazione di un mercato esclusivo ed escludente, così com’è nello spirito del tempo. Le merci sono griffate, ci sono i grandi marchi, a rappresentare un’eccellenza esclusiva e sono sparse come pietre d’inciampo per chi non può permettersi quegli acquisti. Una società che offre, anche se a pochi, la bellezza e il lusso. Unica prerogativa: avere il denaro necessario. In fin dei conti sono dei monumenti al valore del denaro».

È la città che perde la sua funzione originaria e che la giustifica: l’abitare. «La città post moderna non è più fatta né pensata per il vivere una quotidianità domestica, amichevole e socievole. La socievolezza non è più nella cifra delle nostre città. Oggi abbiamo l’ostentazione delle immagini, il primato dell’apparire. Alcuni architetti americani parlano della città come box of speeds, scatola delle velocità, di flussi che non si incontrano, che si sfiorano ma non si vedono. In cui ciascuno va nella propria direzione. Lo stiamo vedendo materializzarsi, a Milano più che altrove», conclude Revelli.”

Per dire che l’amministrazione di Sala è stata cieca, unidirezionale, senza umanità.

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