Porca Mancena

RomaPost Sport

L’unico patriottismo italiano concesso per decenni è stato per il calcio e la Nazionale. Ci si esalta per l’azzurro come fosse cielo, mare o Celentano. Ed è l’inconscia celebrazione della monarchia, del decennio che fu della nostra incontrastata potenza calcistica. Ora il patriottismo non è più peccato mortale e dopo l’acme dell’indignazione, l’alba della libertà postvirale promette una nuova esaltazione dietro le promettenti vittorie azzurre. Tutti d’accordo, presi da amorevoli sensi, dirigenti, giornalisti, Rai, esperti, ex calciatori e in attività, allenatori e mediatori sembrano ignorare polemiche, rancori e vicendevoli accuse, pur serbati in un angolo di storage da cui rifornirsi in tempi migliori (o peggiori). L’europeo in corso è una stagione unica, forse irripetibile, in un clima neanche assimilabile ai tempi delle nostre migliori vittorie passate.

L’Italia del pallone, nel dopoguerra, ha vissuto due grandi periodi. Nel primo all’estero ci trattarono male, anzi malissimo. Anche se ci reintegrarono subito (avevamo conservato nei mesi bellici la coppa Rimet), ci fecero subire pestaggi inauditi, come  nella battaglia di Santiago del’62, dove l’arbitro inglese Aston, inventore del cartellino rosso, non lo usò con i picchiatori cileni prepinochet.  Ugualmente a Belfast tifosi e giocatori nel ’57 ci fecero sanguinare la faccia e l’Irlanda del Nord giocò al nostro posto assieme alle altre 4 squadre Uk nella Svezia ’58. Subimmo arbitraggi inauditi nel’54 svizzero con il brasiliano Vianna, poi  radiato; e nella Corea del sud ’02 con l’ecuadoregno Moreno poi radiato e incarcerato.

Il secondo periodo comincia dal primo vaffa di tanti, lanciato da Chinaglia al fortunato Valcareggi nel ’74, mentre l’Italia si divideva tra Rivera e Mazzola. Le lotte intestine calarono l’anatema sul nostro arbitro Gonnella, reo della vittoria ’78 degli argentini dei desaparecidos contro i drogherecci olandesi Quasi quarant’anni di indagini, inchieste, calciatori ammanettati negli stadi o nel ritiro della nazionale hanno devastato ogni senso di sé, nell’Italia che voleva sfanculare ogni gerarchia. Il primo Totonero è dell’80, seguirono altri tre calcio scommesse fino al ’17, con in mezzo Calciopoli nel ‘06 ed il codice etico nell’11. L’anno della grande vittoria dei 5stelle seguì la grande debacle del ‘17, la non qualificazione ai mondiali come nel ’58. A proposito, è evidente che la Svezia porta male. Ci eliminò subito nel ’50; nell’europeo ‘04 idem con biscotto e tacco di Ibra. E l’allenatore Ventura si infranse con i vikinghi per le speranze di accesso a Russia ’18, mancate proprio come per Svezia ’58.

Alla fine del primo periodo, si ricordarono che facevamo parte dell’Occidente. L’Europeo calcistico,

nato dopo più di 30 anni di elucubrazioni nel ’60, era dominato da paesi socialisti che non esistono più (Urss ’60, Cecoslovacchia ‘76, Jugoslavia seconda ’62 e ’68). Vincemmo l’Europeo del ’68, in casa, al sorteggio della monetina con l’Urss e con la finale ripetuta con la Jugoslavia. Era la prima vittoria dell’Italia repubblicana, rivalsa per la cacciata dal mondiale ’66, causata dal piede di un caporale nordcoreano. Accolta con improbabile entusiasmo nei tanti quartieri italiani, intitolati a Shangai e Corea, come nostra contestazione del Vietnam, a scorno di Fabbri e Bulgarelli. Quell’Italia rincuorata, con pessimo girone iniziale, creò in Messico (e nuvole) il mito ’70 di Riva e Boninsegna contro Germania e Pelè.

Poi si entrò nelle caverne giudiziarie. Ogni risultato sul campo diventò sospetto. Calciatori, club, dirigenti osannati dalle tifoserie entrarono nella diffidenza dell’opinione pubblica, sferzati dalle critiche della stampa e di converso si chiudevano alle dichiarazioni. Ad ogni ondata scandalistica si producevano le dimissioni per la Federazione; così Franchi, presidente Fifa nell’82, quando fu coinvolto il recente scomparso Boniperti, il commissariamento nell’86, Carraro nel 2006. Il primo Totonero, tra l’80 e l’82, fu breve ma devastante per Milan e Lazio; per i giocatori Giordano, Albertosi e Rossi. Quelli della Juve, blocco della Nazionale, ricevevano per la lotta scudetto con la Fiorentina, l’epiteto di Rubentus. Nell’86 il Totonero bis colpì Lazio e Udinese.

Il vero salto di qualità fu Calciopoli nel ‘06, tre filoni di indagine, un decennio  di processi sportivi e non, Tar e camere di conciliazione. L’idea di mezzo tifo italiano e della maggioranza dei giornalisti sportivi Rai si materializzava. La Rubentus, squadra del capitale italiano, era veramente aiutata dagli arbitri ad opera dei Moggi e Giraudo; assieme ai Bettega e la famiglia Lippi. La condanna morale e materiale fu retrocessione e taglio di due scudetti. Non sarebbe finita senza la prescrizione; Mazzola soffriva all’idea del fango su Facchetti appena defunto. Ai mondiali  ’06 si andò con l’ironica speranza, nella canzone di Zalone, dell’auspicata corruzione degli albitri internazionali grazie agli orrologgi di Moggi; ci rappresentavano proprio gli imputati Lippi, Cannavaro e Del Piero.

Nelle indagini, lo svagato e depresso Rossi era un viveur delle carte da gioco. Nei fatti fu, accanto al grottesco Graziani, il rapinatore di gol contro le super sudamericane, Polonia e Germania. I truffatori alla prova dei fatti esaltarono le nostre capacità di difesa e di rigore contro Olanda Germania e Francia. Proprio un difensore interista, il giocatore più antipatico d’Italia, il pisano Materazzi segnò e fece espellere il campione più temuto, Zinedì. Oggi il codice etico l’avrebbe punito. Le indagini comunque non credono ai miracoli come l’82 del riflusso socialista ed il ’06 dell’ottimismo berlusconiano. Senza soluzione di continuità, a Calciopoli, seguivano nel ’11 il lustro ed i sette filoni di indagini di Scommessopoli ter a carico di Genoa, Lazio e altre, coinvolgenti anche Bonucci e l’innocente Criscito, mentre quest’anno, dopo un decennio dalla condanna, è stato riabilitato Signori, tre volte capocannoniere di serie A. il calciosommesse quater, tra ’15 e ’17, ha riguardato le serie minori.

C’è un terzo sotto periodo della Nazionale, dovuto al codice etico del trainer azzurro Prandelli del ’11 che doveva moralizzare il calcio, immergendolo nella stucchevole buona educazione antirazzista di un pre Zan. Fin dall’inizio, il codice patetico faceva acqua da tutte le parti; non poteva toccare Balotelli e Chiellini, scatenandosi contro figure minori. Aveva un suo substrato nel Donadoni che sostituì il viareggino Lippi direttamente dalla panchina del Livorno, ottenendo anticipatamente gli europei ’08. Nel ‘10, malgrado il ritorno di Lippi, il mondiale in Sudafrica risuonava di buoni sentimenti etici propagandati soprattutto dal giornalista Rai Antinelli che si portò a casa le terribili vuvuzelas. Poi finalmente furono Prandelli, il mito del giocatore nero in azzurro e l’analisi minuziosa degli striscioni e delle parole dei tifosi sugli spalti, fino alla condanna della mano sulla bocca dei giocatori. Tutta roba che il Conte del ’14-’16 buttò in soffitta con smorfia del giornalista romanista, sensibilizzatore della Zan e premio Pulcinellamente ’16. D’altro lato l’ex trainer del’Inter era stato bollato in un calcioscommesse all’epoca della panchina senese.

La scelta atipica di Ventura come allenatore azzurro si doveva al campione del calcio dilettante Tavecchio, massacrato per le gaffes miste a sputazzi su razze e donne. L’allenatore torinista delle gioie juventine nei derby; aveva promosso il Bari proprio nel calcio scommesse ter. Denunciava i suoi ex giocatori, però; allenava per libidine, pagato meno della metà dei predecessori e restava un campione dell’Italia antijuve, proprio mentre i bianconeri erano tornati campioni incontrastati. Un allenatore minor per un presidente minor. In più il giglio magico di governo voleva Montella al posto dell’anziano CT fresco sposo a 68 anni; su Ventura si divideva, come per il referendum, l’Italia filo ed antirenziana. L’Antinelli, del non cose facili, ma cose giuste, non amava il Tavecchio che sarebbe finito nella piovra del metoo, ma sosteneva il gigione fino al punto da dargli indicazioni tecniche e fino a polemici botta e risposta tra ct e giornalista.     .

Nell’epoca di Mancini in Tv c’è il vacuo e ridente Lollobrigida e l’arpia Ferrari che a 60 anni vuole ancora attizzare i basic istinct. Antinelli sta a bordo campo favoleggiando delle amicizie fraterne tra tutti, ma proprio tutti, i calciatori. Fisico da modello, visage da stilista, l’allenatore marchigiano è misuratissimo nelle parole ma nemmeno sottoposto al solito insinuoso spionaggio dei media. Con lui si torna ad un calciatore vincente in Italia ed all’estero, ed a un allenatore vittorioso in Italia, UK e Turchia. Finora ha fatto incetta di record (invitto dal settembre ‘18, 26 vittorie su 34 partite, 30 partite senza sconfitte come Pozzo, 11 partite a rete inviolata, a meno uno dal record di Zoff); ha potuto, partendo da zero, fare tutto di testa propria (tranne Bernardeschi e Chiellini, 37 anni il 14 agosto p. v.) perché, dopo l’indigestione dell’allenatore della porta accanto, può contare sul ritorno in voga della professionalità draghesca.

Per questo ha potuto dribblare l’assenza di calciatori di colore, peraltro postagli dai francesi e non dai giornalisti. Deve però ancora dimostrare se saprà vincere come Pozzo, Valcareggi, Bearzot e Lippi. Fosse troppo simpatico, rischierebbe di finire terzo come Vicini nel ’90. Accanto a lui, l’antItalia esiste e resiste con l’incredibile urlo Porca puttena di Banfi riportato in vita dall’allenatore nel pallone Calà. L’allenatore nel pallone in realtà era Ventura. Il signorile Mancini sarebbe a disagio con il grido del comico pugliese. Si cominci ad allenare però, perché in Rai vorranno che lo dica.

Oppure si rifiuti, si incazzi e vinca. Porca Mancena

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