Ecco perché la corsa ai vaccini ci ha portato al nuovo lockdown

Politica

Mama mia, here we go again. La colonna sonora degli Abba descrive alla perfezione il momentaccio. Arriva la terza ondata e siamo punto e a capo: tracciamento saltato, ospedali nel panico, altri divieti, nuove zone rosse, Italia stremata. Dopo un anno, siamo ancora prigionieri degli stop and go. Ma stavolta, con due aggravanti: il tempo perso e la rincorsa ai vaccini. I vaccini? Sì. Certo, è controintuitivo. Lasciateci spiegare.

Le tre ondate

Sulla prima ondata, sorvoliamo: la pandemia è stata, oggettivamente, un evento eccezionale per tutti. Già a ottobre, però, quando la curva dei contagi ha ripreso a crescere in modo esponenziale, l’emergenza non doveva esistere più. Perché l’emergenza, appunto, “emerge”; se dura, bisogna imparare a gestirla come ordinarietà. E invece, mentre Roberto Speranza scriveva il libro autocelebrativo, non si faceva niente. Niente per le terapie intensive, niente per il reclutamento del personale sanitario, fuffa a rotelle sulla scuola e, come grande misura di profilassi sui mezzi pubblici, i finestrini degli autobus aperti. E così, la seconda ondata ha ucciso più della prima.

Poi, ci siamo inventati il coprifuoco serale e le zone colorate. Chiudiamo a novembre per riaprire a Natale; anzi, chiudiamo a Natale per riaprire a gennaio; anzi, chiudiamo adesso per riaprire a Pasqua; anzi, finisce che stiamo a casa pure a Pasquetta.

Altro che variante inglese

Colpa delle varianti, dicono. No. La variante inglese è spuntata tre mesi fa. Perché ci siamo messi a cercarla a fine febbraio? Perché, nel frattempo, le scuole e ciò che le circonda non sono diventati a prova di contagio, nonostante sapessimo che sono i giovanissimi, i vettori prediletti? Perché non sono state triplicate le terapie intensive? Perché solo adesso si processano 300.000 tamponi al giorno, però mancano ancora le squadracce di sanitari che agiscano città per città, per spezzare le catene di contagio? Perché latitano i protocolli di cura domestica? Perché, insomma, non abbiamo trovato il modo di convivere con il virus?

Vaccini: illusione fatale

Fin qui, il tempo sprecato. Ora veniamo all’altra illusione fatale: il mito del vaccino. È questo il motivo profondo per cui, finora, siamo rimasti immobili. Per riorganizzare il Paese e la medicina territoriale, bisognava investire risorse (buttate nei bonus a pioggia) ed energie mentali (ma governavano gli incapaci). La strategia più comoda era questa: apro un po’ e m’imbrodo perché le zone colorate funzionano; intanto, preparo il terreno alla mala parata, insultando la gente che va a passeggiare; quando la curva peggiora, avvio la campagna terroristica; infine, richiudo, ma per colpa degli italiani. L’idea era di tirare il fiato fino a maggio-giugno, quando si confidava in un doppio deus ex machina: da un lato, la bella stagione, dall’altro, un certo numero d’immunizzazioni.

Piccolo dettaglio: affinché il giochino riuscisse, bisognava che a contrattare con le case farmaceutiche non ci fossero i legati di Ursula von derLeyen, bensì i boiardi di Boris Johnson. E, soprattutto, che a definire il nostro piano vaccinale non ci fosse Domenico Arcuri.

L’impotenza di Draghi

Ecco perché, oggi, ci ritroviamo così: impotenti dinanzi alle varianti, frastornati dai media sempre a rimorchio del potere, ai domiciliari e, soprattutto, senza una prospettiva. A differenza, ad esempio, degli inglesi, che si son fatti il loro severo lockdown, ma al ritmo di centinaia di migliaia di somministrazioni al giorno, con il traguardo della liberazione in vista. Ci siamo giocati tutto su una salvezza che ci era impossibile conquistare a breve termine. E poiché la frittata è fatta, Mario Draghi non potrebbe compiere alcun miracolo.

Neppure se, oltre ad Arcuri e Borrelli, licenziasse anche Speranza. Nemmeno se il Quirinale, anziché, sotto sotto, tirare acqua al mulino delle serrate, fosse posseduto almeno dallo spirito del produttivista Stefano Bonaccini. Continuerà a suonare la stessa musica: Mama mia, herewe go again

Alessandro Ricco (blog Nicola Porro)

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