Perché problema del Mes non è Berlusconi, ma il Mes

Politica

I giornali si scagliano contro Forza Italia perché voterà contro la riforma del Mes. Ma lo strumento, proprio come l’anno scorso, resta una «pistola alla tempia» dei risparmiatori

Che cosa ha combinato Silvio Berlusconi? Non si rende conto che seguendo Matteo Salvini sulla strada della bocciatura della riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) rischia di far cadere il governo? Tutti gli articoli apparsi sui principali quotidiani di ieri intorno alla vicenda del Fondo salva Stati, che dovrà essere ratificato in Parlamento il 9 dicembre, si può riassumere così. I motivi per cui il centrodestra si è opposto alla riforma del Mes sembrano non interessare a nessuno. Emblematica, in questo senso, l’intervista del Corriere della Sera al vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani, il cui tenore si può ben arguire dalla prima domanda: «Quindi sul Mes Salvini detta la linea e voi scattate sull’attenti?». Tajani potrà spiegare le ragioni della contrarietà di Fi solo all’ottava domanda, ma già alla sesta spazientito spiega: «Se la riforma rischia la bocciatura è perché il M5s non è compatto: non sono problemi nostri. Dobbiamo essere noi a risolvere i problemi della maggioranza che affonda?».

«COLPO DI PISTOLA ALLA TEMPIA DEI RISPARMIATORI»

Il ragionamento di Tajani non fa una piega, resta il fatto che i giornali non si fanno la domanda principale: al netto delle difficoltà del governo, causate oltretutto dai grillini in maggioranza più che dagli azzurri all’opposizione, la riforma del Mes approvata dall’Eurogruppo il 30 novembre è così diversa da quella che un anno fa il governo giallorosso chiese all’Europa di ridiscutere perché, come sintetizzato da Giancarlo Galli (ex deputato Pd, capo economista di Confindustria e oggi vicedirettore dell’Osservatorio sui conti dell’Università Cattolica di Milano), rischia di essere «un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori»? Leggendo i resoconti dei giornali, pare proprio di no.

Il Mes, come spiegato nel dettaglio da Tempi qui, è un’organizzazione dei membri dell’Eurozona che ha il compito di aiutare i paesi che si trovano in difficoltà economica attraverso l’utilizzo di un fondo comune (al quale l’Italia, come terzo contributore dopo Germania e Francia, ha versato 14 miliardi) da circa 80 miliardi. Le risorse possono essere prestate agli Stati in difficoltà a ripagare i propri debiti, a patto che questi accettino un piano di riforme che, solitamente, prevede misure impopolari come taglio alla spesa pubblica, soprattutto alle pensioni, privatizzazioni, liberalizzazioni e flessibilizzazione delle leggi sul lavoro. Fino a oggi Grecia, Cipro, Portogallo e Irlanda hanno usufruito di programmi di aiuto “lacrime e sangue” del Mes.

I PROBLEMI DELLA RIFORMA

La riforma del Mes prevede due modifiche principali: 1) sostituisce i famigerati “memorandum” e le richieste di austerità con “lettere d’intenti” in teoria meno vincolanti e 2) istituisce un paracadute finanziario (backstop) al fondo salva-banche per risanare gli istituti di credito in difficoltà qualora finisse le risorse a sua disposizione.

Gli elementi che rendono controversa la riforma del Mes sono invece principalmente due: gli organismi direttivi del Fondo salva Stati ottengono più voce in capitolo rispetto alla Commissione europea quando si tratta di decidere se un debito pubblico sia sostenibile o meno e vada dunque “ristrutturato”. Inoltre, è prevista la riforma delle Cacs, le clausole di azione collettiva: per approvare la ristrutturazione di un debito sovrano le regole in vigore finora chiedevano una doppia maggioranza, mentre con il nuovo sistema si passerà a una maggioranza unica, il che rende più veloce ma anche più probabile la ristrutturazione del debito.

HAI PRESTATO 100? TE NE TORNANO INDIETRO 80

La ristrutturazione del debito è problematica perché implica che i creditori degli Stati accettino di ricevere indietro meno di quanto hanno prestato. Ad esempio, chi ha 100 euro investiti in un bond potrebbe riceverne indietro alla scadenza solo 80. Per un paese come l’Italia, dove il 73 per cento del debito pubblico è in mani domestiche, significherebbe una specie di patrimoniale al cubo con effetti devastanti sulle nostre banche. Visco parlava non a caso di «enormi rischi»: la sola eventualità che possa essere determinata la ristrutturazione può favorire la fuga dagli stessi titoli che si vogliono proteggere.

La ristrutturazione del debito, dicono i paesi del Nord che hanno imposto la riforma, non è automatica se si vogliono ottenere i fondi del Mes. È vero, il problema è che le condizioni per evitarla sono scritte in modo tale da non valere per l’Italia. Possono sfuggire alla ristrutturazione solo quei paesi che 1) non sono in procedura d’infrazione, 2) vantano un deficit inferiore al 3 per cento da almeno due anni e 3) hanno un rapporto deficit/Pil sotto il 60 per cento o l’hanno ridotto negli ultimi due anni di 1/20. L’Italia l’anno scorso non soddisfaceva chiaramente il punto 3 e dopo la pandemia rientrare in questo parametro diventerà praticamente impossibile, visto che il debito pubblico a fine anno potrebbe raggiungere il 161,4% del Pil e bisognerebbe ridurlo per due anni di 7,7 punti percentuali.

ROVINARSI PER IL MES?

L’Italia aveva chiesto di abolire la riforma delle Cacs, ma non ha ottenuto nulla o quasi. La nota positiva è che il backstop entrerà in vigore nel 2022, due anni prima del previsto, ma le altre criticità restano. Senza contare che, secondo Tremonti, il backstop è in realtà un assist per le banche tedesche, in particolare per Deutsche Bank, che da anni versa in difficoltà dovute alla presenza di titoli tossici.

E qui torniamo alla critica del centrodestra, tutt’altro che irragionevole: la riforma del Mes, finanziato in modo importante dall’Italia, rende il fondo inutilizzabile per il nostro paese, se non a prezzo di condizioni che azzererebbero le leve di politica economica di qualunque governo, per tacere dei rischi sulla tenuta del sistema bancario e sulla ricchezza privata.

PRIMA O POI IL PATTO DI STABILITÀ VERRÀ RIPRISTINATO

A conti fatti, le modifiche apportate dall’Unione Europea alla riforma dopo le critiche dell’anno scorso di importanti economisti italiani e dello stesso governo giallorosso non cambiano le carte in tavola e non cancellano le criticità di questo strumento. Se la Lega e il M5s hanno le loro colpe, visto che i testi chiave della riforma furono approvati durante il primo governo Conte a dicembre 2018 e giugno 2019, le proteste del centrodestra, Forza Italia compresa, appaiono del tutto comprensibili.

L’Italia ovviamente non è obbligata a chiedere l’aiuto del Mes, al quale comunque contribuisce, così come non è obbligata a chiedere i fondi del Mes sanitario (che in teoria non presentano condizionalità, ma come dichiarato ieri da Giancarlo Giorgetti alla Stampa «la supposta mancanza di condizionalità ha come unica garanzia una letterina senza alcun valore giuridico di due commissari»). Ma che cosa succederà se e quando la Bce smetterà di comprare titoli di Stato italiani in quantità ben superiore a quanto dovrebbe e se l’Unione Europea reintrodurrà il Patto di stabilità, per ora sospeso a causa della crisi generata dalla pandemia di Covid-19? L’Italia si ritroverà con un debito stratosferico che supera il 160% del Pil e con l’unico strumento ideato dall’Ue per trarsi d’impaccio che equivale a «una pistola puntata alla tempia dei risparmiatori» italiani. Forse bisognerebbe preoccuparsi più di questo che della tenuta del governo messa a rischio dalla posizione assunta da Berlusconi.

@LeoneGrotti (Tempi)

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