Riceviamo e pubblichiamo – La spada ottomana nella chiesa di Santa Sofia. Una storia sanguinosa

Esteri

Secondo la tradizione, la regina Elisabetta II di Gran Bretagna è solita portare una antica spada che era stata in precedenza  di suo padre, re Giorgio VI.  Questa spada è stata poggiata l’altro giorno da Elisabetta sulle spalle del centenario capitano Tom Moore durante la cerimonia per il conferimento dell’Ordine della Persia. Moore era diventato famoso per aver raccolto fondi per l’emergenza Covid-19.
La scorsa settimana il capo degli affari religiosi turco, Ali Arbash, è salito sul podio per la preghiera nella chiesa di Santa Sofia ad Istanbul dopo che il presidente Recep Tayyip Erdogan l’aveva trasformata in una moschea, per tenere il primo sermone del venerdì di fronte a migliaia di fedeli musulmani.

Ironia della sorte, il capo degli affari religiosi ha anche una spada in mano: per la tradizione islamica che risale al Medioevo è la stessa spada che appartenne al sultano ottomano che occupò le terre dell’impero bizantino e trasformò le sue chiese in moschee.

Nonostante la presenza della spada in entrambe le scene, tuttavia, non vi è alcun confronto tra ciò che la regina Elisabetta ha fatto in una cerimonia per opere di beneficenza e il comportamento del capo turco degli affari religiosi durante la preghiera del venerdì, alla presenza del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Un comportamento che lascia trasparire chiari segni di minaccia inviati da Erdogan verso l’Europa.  E cioè un’evocazione storica delle tragedie del Medioevo e del lungo sanguinoso conflitto europeo-ottomano che ha ucciso centinaia di migliaia di vite e dove Santa Sofia è la più grande testimonianza di quell’era sanguinosa. Qual è allora il significato della presenza della spada nella preghiera che si suppone possa chiedere il bene e la pace dell’umanità?

È chiaro che il messaggio di Erdogan è politico con una distinzione: la storia islamica è piena di storie di tolleranza e di dialogo delle religioni. Come non ricordare gli accadimenti del passato alla chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme allorquando i conquistatori musulmani guidati dal califfo Umar Ibn Al-Khattab gestirono il tempio  con cura e attenzione, conservandolo come luogo di culto per le confessioni cristiane? Il leader militare, Salahuddin Al-Ayyoubi, che espulse i crociati da Gerusalemme, mantenne poi la presenza dei cristiani e pose famiglie arabe a guardia della chiesa  del Santo Sepolcro, che ancora oggi portano le chiavi della chiesa e protegge i suoi pionieri in un chiaro simbolismo di tolleranza e fratellanza.

Ritornando alla spada del conquistatore Sultan, è un’antica usanza ottomana che le tribù turche invasori delle terre dell’Asia Minore e dell’Europa usavano per intimidire i loro nemici.  Se quelle tribù turche riuscivano ad occupare una nuova terra, la prima azione che facevano  era convertire le  chiese in moschee in contrasto con i tolleranti insegnamenti islamici.
Ora  invece due bandiere ottomane sono sospese sul’ex altare della chiesa.

Questo è esattamente ciò che Erdogan voleva: evocare la sanguinosa storia dell’Impero ottomano e il consolidamento della politica turca di massacri contro le persone che si rifiutano di sottomettersi ad esso.  Il 2020 è radicalmente legato alla data della firma del Trattato di Losanna del 24 luglio 1923, quando fu annunciato che l’Impero ottomano, legato alla spada, sarebbe finito per far nascere uno stato turco moderno e civile.
Ora Erdogan vuole rompere quel trattato, manifestando le sue pericolose ambizioni e speranze, come  il ritorno dell’Impero ottomano e le sue politiche espansionistiche.

Come musulmano che appartiene al vero Islam dico che Erdogan lo distorce e falsifica per i suoi interessi politici, volendo  inviare al mondo un messaggio secondo cui l’Islam si basa sulla spada, sull’uccisione e sulle guerre per giustificare i suoi numerosi crimini. Il più importante dei quali è l’assassinio del moderno stato turco. Noi  musulmani siamo consapevoli dei crimini di questo Sultano che ha le mani contaminate dal sangue dei musulmani in Libia, Siria, Iraq e Kurdistan.

 Khaled Awamleh ((giornalista giordano)

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