Europa: i soldi non fanno le riforme… i soldi prima o poi finiscono

Economia e Diritto

L’accordo trovato al Consiglio europeo sul Next Generation Eu rappresenta senza alcun dubbio un momento storico nella travagliata vicenda dell’Unione europea. Ma per l’Italia cosa significa? Il Governo ha presentato il compromesso come un proprio trionfo, ed effettivamente ha ottenuto molto di ciò che chiedeva. Eppure, ci sono un rischio e un risultato che dovrebbero metterci in guardia.

A partire dall’anno prossimo, il nostro paese avrà accesso a una quantità senza precedenti di risorse europee, finanziate in parte da forme inedite di fiscalità comune (ancora da esplorare) e perlopiù dai contributi degli Stati membri. Questi fondi saranno vincolati a forti condizionalità sia riguardo la loro destinazione, sia nel senso che dovranno essere accompagnati da un percorso di riforme strutturali. È, insomma, l’ennesimo tentativo di ripensare il vincolo esterno, che tuttavia nel passato – almeno nel nostro paese – si è dimostrato meno efficace di quanto sperato. Se anche questa volta andrà così, vi è un serio rischio che il nostro paese si trovi intrappolato in un equilibrio di bassa produttività e pesante dipendenza dai finanziamenti esterni, che però prima o poi finiranno. E, quindi, i fondi Ue possono essere volano di sviluppo se ben utilizzati, ma possono essere anche un elemento di freno e strumento di conservazione dell’esistente. Visto il modo in cui l’esecutivo sta gestendo l’emergenza economica – nazionalizzazioni, cassa integrazione a 360 gradi e divieto di licenziamento – c’è più di una ragione per essere preoccupati.

Poi c’è un altro aspetto. La ragione per cui la politica italiana sta alzando i calici al cielo è che, dopo decenni in cui l’Italia è stata contributore netto del bilancio Ue, a partire dall’anno prossimo diventeremo beneficiari netti. Infatti, i contributi sono stabiliti principalmente sulla base del Pil, mentre i finanziamenti erogati dipendono dalle missioni, tra cui l’ambiente, la politica di coesione e gli interventi straordinari per le economie in crisi. Nella sostanza, però, i flussi netti si muovono dai paesi “ricchi” a quelli “poveri”: ecco. A circa un anno dai brindisi sul balcone di Palazzo Chigi, in cui l’attuale ministro degli Esteri proclamava l’abolizione della povertà, l’Italia si esalta per il fatto di essere entrata ufficialmente nel novero dei paesi assistiti.

Istituto Bruno Leoni

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