Un calciatore al Quirinale

Politica RomaPost

Tra 2 anni si eleggerà il nuovo Uomo del Colle. L’attuale lo scelse Renzi con un gestaccio verso Berlusconi e destra, tale da determinare la fine della Grosse koalition italiana, la sciocca scissione responsabile i cui epigoni sono scomparsi o arruolati nel campo opposto democratico. Mattarella fu uomo di divisione fatto che con la solita coatta magnanimità, la destra dimenticò presto.

Per i partiti al governo, scomposti in una maggioranza di labilissima unità, la tenuta fino a quella data è di cogenza imprescindibile. Non per le stesse ragioni, però. Su Pd ed i piccoli contorni di varie sinistre insistono soprattutto le forze internazionali tradizionali per le quali la stabilità delle alleanze postbelliche è garantita soltanto dall’ennesimo democristiano prestato alla sinistra. Anche i poteri finanziari ed economici, che tengono ad evitare ritorni protezionistici nazionalistici in un paese in cui lo stato deteneva il 70% della produzione industriale, remano nella stessa direzione. Sistemi burocratici pubblici e privati, apparati distributivi e filiere degli addetti delle grandi imprese si affidano timorosi alla continuità, promessa dal Pd anche senza promesse di stabilità a lungo termine.

Questa sinistra si è ritrovata rocambolescamente al governo solo grazie a Renzi, elemento chiaramente definitosi col tempo a lei estraneo, più che sui i contenuti, per l’approccio e la tattica. Al governo si è chiesta come ha fatto a scamparla all’ondata di odio contro gli elementi di stabilità tradizionali, come la posizione internazionale del paese, la protezione delle burocrazie, delle grandi banche e delle grandi imprese. Una protesta, che aveva trasformato l’indotto odio antiberlusconiano in un nuovo tsunami irrazionale e nichilista. Non ha capito come si è salvata. Non ha neanche compreso dove sia finita l’indignazione. Vive alla giornata, con soluzioni raffazzonate quali vive il governo regionale del segretario del partito; non si preoccupa di analizzare.

L’alleato della sinistra, il movimento 5S, nato da quello tsunami, detiene ancora una maggioranza parlamentare schiacciante almeno in un ramo della Camere. Non è nelle sue corde la passione per l’ennesimo democristiano al Colle. Unisce però a questo obiettivo, l’allontanamento dell’appuntamento elettorale che come falce mortifera prefigura la fine degli avventizi parlamentari grillini destinati a tornare a povertà ed anonimato. Una prima prova di trasformismo accomodante i grillini l’hanno data in Europa dove la presidentessa tedesca della Commissione deve a loro la sua elezione. Nelle prossime elezioni, il movimento, destinato a stabilizzarsi in partito aziendale, strumento in parte cieco di servizi e lunghe mani di grandi poteri, anche digitali, rinnoverà tutta la rosa, riprendendo i temi eversivi della prima ondata. Non sarà più la grande voce dell’indignazione o meglio dei sentimenti degli italiani e soprattutto dei meridionali.

Gli italiani vivono tutte le nevrosi digitali moderne non con allegria ma con costanza. Non se la passano male ma apprendono con fastidio le notizie dell’invadente concorrenza, dell’instabilità delle posizioni dovute al celere cambio dei poteri dominanti, della fame economica di nuovi popoli e dei nuovi ricchi. Vorrebbero vivere nella modernità, garantiti però, come era un tempo, negli stipendi, nelle proprietà immobiliari, nei proventi criminali, nei guadagni azionari. Vorrebbero vivere, soprattutto al Sud, nel tempo di Amazon come quando Andreotti garantiva le assunzioni. E chiamano tutte queste cose indignazione.

Per blindare il tempo fino al 2022, i partiti al governo, non potendosi affidare a scelte ideali, sociali, legalitarie ed economiche, si sono rivolti allo spauracchio dell’antifascismo, indirizzato di volta in volta contro Salvini e la Meloni, come fu fatto a suo tempo contro Berlusconi. Lo dimostrano anche ultimamente l’isterismo del Fatto e la caccia alle streghe contro Feltri. Il nuovo antifascismo, però, manca degli elementi fondanti, quali l’atlantismo da un lato e l’anticapitalismo dall’altro. Paradossalmente il nuovo antifascismo, antibianchi ed antimaschi, tutto terzomondista e filo neri, è semplicemente fuori dal core nazionale ed europeo. E’ un anti antifascismo, che non tiene conto del fatto che piano piano i milioni dell’indignazione e della contestazione economica fluiscono verso la Lega, liquida abbastanza per farsi contenitore di tutto e di tutti. Nel suo modo raffazzonato Salvini ha spiegato il fenomeno come eredità degli elettori di Berlinguer.

Per il Colle al momento opportuno verranno presentati i volti di giudici come Grasso, di democristiani come Casini, che sono stati a destra come a sinistra ed infine di Prodi, la cui ultima speranza verrà uccellata come già avvenuto. Poi verrà calato l’asso, Draghi, l’italiano intelligente d’Europa. Il ragioniere di Stato, l’uomo della Golden Sachs e del Britannia ed infine della Bce. Il rischio è che la destra ne prenda la proposta come quella di un nuovo Einaudi; come una possibilità che toglierebbe alla sinistra il monopolio quirinalizio da Cossiga in poi. Come un settennio fa, la proposta la farà Renzi, stavolta divisivo a sinistra.

D’altronde, la destra chi potrebbe proporre? A parte Berlusconi, solo Berlusconi, quel Berlusconi cui ora tutto il mondo chiede scusa, forse perché le unghie gli sono state limate a dovere. Cui la sinistra darebbe seggi dorati e pulpiti alti pur di averlo a fianco nell’elezione di un Draghi. Quel che deve preoccupare questa destra, forte del sostegno della maggioranza, e qualcosa in più, degli italiani è che non ha un intellettuale, un giurista, un giornalista, un magistrato, un giornalista, un politico, un imprenditore, un nome, se non il Cavaliere, da proporre ad un largo consenso unanime.

Chissà, forse un calciatore o una bella donna.. Questa è la maggiore garanzia della tenuta governativa, la mancanza di una candidatura destra credibile, che non sia trovata nelle file altrui.

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