Brevi istruzioni per la lettura del caso “Palamara”

Politica

Da giorni sui giornali si discute della vicenda che ha coinvolto l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, il sindacato unico delle toghe, Luca Palamara.

In particolare, il colloquio di Palamara con un collega, il procuratore di Viterbo, a proposito dell’ex ministro dell’Interno. “Salvini è una merda”, aveva detto Palamara, ribadendo la necessità di “attaccarlo” pur avendo il capo della Lega ragione nella gestione dei migranti.

Palamara era indagato per corruzione, secondo l’accusa quando era al Consiglio superiore della magistratura avrebbe preso dei soldi per nominare un magistrato procuratore di Gela, ed il suo telefono era intercettato. Per questo motivo il colloquio su Salvini (e tanti altri) è stato ascoltato e quindi finito sui giornali. Questo aspetto non è una novità, essendo noto che le intercettazioni in Italia puntualmente finiscono sui giornali in spregio alla privacy e al rispetto del segreto di istruttorio.

Fatta questa premessa per inquadrare l’antefatto, il tema da cui partire per la nostra riflessione riguarda invece il ruolo della magistratura nel Paese.

Come recita la Costituzione i magistrati sono “autonomi ed indipendenti” da ogni altro potere dello Stato, decidono secondo scienza e coscienza e hanno come faro solo la legge.

I padri costituenti, dopo il fascismo, vollero una magistratura libera da qualsiasi condizionamento: intenzione nobile in quanto i cittadini dovevano avere la certezza di essere giudicati da magistrati che non eseguivano “ordini”.

Per garantire questa “autonomia ed indipendenza” venne creato il Consiglio superiore della magistratura, un organo competente per i trasferimenti, le progressioni di carriera, le sanzioni disciplinari, ecc, dei magistrati. L’organo di “autogoverno”.

Tutto bene, sulla carta.

Perché allora il sistema è impazzito e Palamara parlava come un capo politico?

Molto semplice. I magistrati negli anni hanno deciso di unirsi in “correnti”. Delle associazioni private in cui chi aveva le medesime sensibilità poteva condividere la propria esperienza in magistratura.

Vennero create correnti “progressiste”, sensibili ai diritti dei cittadini e ad un ruolo attivo del magistrato nella società, o correnti “conservatrici”, più attente alla stretta osservanza della legge e poco inclini all’interpretazione del diritto.

Le correnti, nate come associazioni di confronto culturale, sono nel tempo degenerate, diventando centri di potere. Al Csm, composto per due terzi di magistrati, iniziarono ad essere eletti esponenti di punta di queste correnti. I quali, una volta giunti a Palazzo dei Marescialli, iniziarono ad esercitare le proprie funzioni con logiche “spartitorie”. Da qui la lottizzazione degli incarichi: “se ho tot esponenti al Csm devo avere tot numero di miei iscritti/sostenitori al vertice di Procure o Tribunali”, il ragionamento.

Anche qui, nulla di nuovo. La politica insegna.

Il tema, però, è che non si tratta di emulare in negativo la politica. Il procuratore della Repubblica, infatti, deve essere una persona capace e imparziale e non deve rispondere ad altre logiche, avendo nelle sue mani la vita dei cittadini.

Il problema, dunque, è tutto qui. Scegliere le persone per i vertici degli uffici giudiziari non per la loro appartenenza a schieramenti.

Da decenni si discute di come fare senza mai aver trovato la soluzione. Soluzione che non verrà trovata certamente ora.

La politica è debole ed è fatta da persone di quart’ordine. Nelle attuali condizioni nessuna riforma che premi il merito, mandi avanti i migliori, cacci gli incapaci, può trovare ascolto in Parlamento e da Fofò dj, alias Alfonso Bonafede, il pittoresco ministro della Giustizia.

I grillini sono nati con il mito delle manette e dell’infallibilità dei magistrati, figuriamoci se possono mettere in discussione le loro convinzioni, sanzionando i pm che “combattono” gli avversari politici. Anche il Pci, Pds, Ds, Pd, non dimentichiamolo,  ha usato come una clava il potere giudiziario delle toghe “amiche” per azzerare il centro destra berlusconiano, allora maggioranza nel Paese.

Marco Travaglio, il direttore del Fatto Quotidiano, l’house organ dei grillini, questa settimana ha duramente attaccato il procuratore di Bergamo perché non ha ancora indagato il presidente Attilio Fontana e l’assessore alla Salute Giulio Gallera. Per Travaglio, che da settimane spara ad alzo zero sulla Lombardia per come, a suo dire, non è stata gestita l’emergenza Covid-19, i due sarebbero da cacciare immediatamente. O da indagare. Il fatto che il procuratore di Bergamo abbia detto che ci siano anche responsabilità del governo dell’amato premier Giuseppe Conte ha mandato su tutte le furie Travaglio.

Pensate che con questi personaggi che utilizzano le manette per lotta politica sia possibile il dialogo? Solo Salvini poteva credere ad una barzelletta simile.

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