Spettacolo. Protestano attori, danzatori, tecnici e operatori teatrali: appesi due striscioni davanti al Teatro alla Scala

Cultura e spettacolo

La nuova organizzazione “Lavoratrici e lavoratori dello Spettacolo Lombardia”, nata durante il lockdown, coinvolge più di 500 persone nella nostra Regione, oltre 13 mila in tutta Italia 

“Invisibili ma indispensabili”, “Diritti, dignità, reddito, cultura” recitano i due striscioni appesi ieri mattina, alle ore 11, davanti al Teatro alla Sala da una delegazione di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo. Un’azione che ha l’obiettivo di attirare l’attenzione di media, istituzioni e opinione pubblica sulla drammatica situazione che coinvolge migliaia di persone, attori, danzatori, tecnici, macchinisti, operatori culturali, che da tre mesi sono rimaste senza lavoro e senza garanzie. Anche in altre città italiane si sono svolte mobilitazioni analoghe e altre se ne organizzeranno nelle prossime ore. La nuova organizzazione “Lavoratrici e lavoratori dello Spettacolo Lombardia”, nata nelle prime settimane di lockdown, coinvolge circa 500 tecnici e macchinisti precari nella nostra regione. In tutta Italia sono oltre 13 mila gli operatori che aderiscono alla rete costituitasi in queste settimane. Sono oltre 200 mila i professionisti precari che lavorano nel mondo dello spettacolo sul territorio nazionale.

Le lavoratrici e i lavoratori rivendicano il diritto di avere garanzie sulla ripartenza delle attività dello spettacolo dal vivo, chiedono dignità per essere coinvolti direttamente nelle ripresa, necessitano di un adeguato reddito per il sostentamento economico. Le lavoratrici e i lavoratori hanno deciso di autorganizzarsi convinti che lo sviluppo e la ripartenza del Paese non può basarsi su una guerra al ribasso e sulla svalutazione del lavoro, bensì sul miglioramento delle condizioni lavorative precedenti al Coronavirus, a partire dal riconoscimento dalla professionalità e delle competenze. L’organizzazione chiede un cambiamento radicale del sistema contributivo per i lavoratori “intermittenti”: propone, per esempio, l’abbassamento delle giornate lavorative che servono per il raggiungimento dell’anno lavorativo ai fini pensionistici in modo tale da  dare garanzie salariali anche nei momenti di inattività, come avviene in Francia e in Belgio.  Dal primo giorno di lockdown migliaia di lavoratori hanno dovuto cancellare tutti gli impegni di lavoro: spettacoli, concerti, eventi. Per la forma poco regolamentata dei contratti dei lavoratori dello spettacolo, molti sono esclusi dal decreto Cura Italia, senza diritto ad alcun ammortizzatore sociale e, anche se questa categoria riuscisse ad ottenere il bonus di 600 euro è evidente che questa cifra non sarebbe sufficiente per avere una vita dignitosa.

Nella maggior parte dei casi, coloro che lavorano in spettacoli teatrali, produzioni cinematografiche, trasmissione televisive, fiere, eventi, sfilate di moda, concerti live e mostre d’arte, sono precari e invisibili. Dietro ad ogni prodotto culturale ci sono centinaia di maestranze. In Italia si aspettano ancora risposte certe sull’erogazione della cassa integrazione in deroga, tra decreti e circolari, in un rimpallo di responsabilità tra INPS e Regioni. Dalla politica non arrivano risposte soddisfacenti e rassicuranti. Il Ministro della cultura Franceschini ha parlato di un “Netflix della cultura”, non considerando che un certo tipo di spettacolo dal vivo, tolta la potenza della compresenza, non può competere con l’intrattenimento televisivo e non considerando che questo implicherebbe comunque un fermo lavorativo per migliaia di maestranze. Non è stato ancora chiarito se e come sarà redistribuito il FUS (Fondo Unico Spettacolo), se qualcosa di questi finanziamenti pubblici potrà arrivare ai lavoratori delle compagnie che erano programmate in questi mesi, se i teatri potranno vedere sospesi gli affitti dei locali di proprietà dei comuni, se e quando concerti ed eventi potranno ricominciare e in che modo verranno gestiti gli ingressi nei musei.

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