Dove sono le mascherine lombarde? Sala e Gori lo chiedano al Pd

Lombardia

Avete presente le mascherine che tutti gli ospedali bramano come l’oro in questa maledetta emergenza coronavirus, e sulle quali da metà marzo infuria a giorni alterni una lite tra Lombardia e Protezione civile? Ecco, la Lombardia, in collaborazione con le aziende del suo territorio, ha trovato il modo di produrne – a rotta di collo e in totale autonomia – almeno 900 mila al giorno. Ne abbiamo parlato qui giusto mercoledì, ma la notizia è circolata in tutte le tv.

Si tratta di mascherine dotate della capacità anti-contagio richiesta dagli standard tecnici e sanitari. Di più. In pochi giorni, di queste introvabili mascherine in Lombardia ne sono già state prodotte qualche milione, che però giacciono inutilizzate da qualche parte in un magazzino. Perché? Perché «la burocrazia di Roma ci impedisce di utilizzarle», si è sfogato ieri il governatore lombardo Attilio Fontana in una battuta. Una battuta che vale la pena di approfondire.

Ne vale la pena perché proprio ieri Andrea Orlando, vicesegretario del Pd, partito che a Roma sta al governo, dalle colonne della Stampa ha voluto anticipare la «lezione» che il principale partito della sinistra intende trarre «da quanto successo». E questa lezione è «pensare se sia il caso di far tornare in capo allo Stato alcune competenze come la sanità». Avete capito bene. Orlando e il Pd, non subito ma «dopo la crisi», bontà loro, stanno pensando di «riconsiderare l’ipotesi delle clausole di supremazia previste dalla riforma del 2016, ovvero di un ritorno delle competenze sanitarie allo Stato centrale». Anche qui, avete capito bene: la riforma del 2016 è quella sonoramente bocciata dal popolo italiano con referendum costituzionale. Ecco, approfittando dell’emergenza coronavirus, un apparato romano «per buona parte inadempiente» (copyright Fontana) intende riesumare una riforma rottamata per prendere la «supremazia» su una delle poche cose che funzionano in Italia, la sanità lombarda.

Non basta. Sempre ieri, sempre in piena emergenza coronavirus, e sempre approfittandone politicamente, i giornali nazionali hanno deciso di dare ampio spazio a una lettera di lagnanze nei confronti della Lombardia firmata da «sette sindaci vicini al Pd», tra i quali gli splendidi Beppe Sala e Giorgio Gori. Quelli, per intenderci, che all’inizio del disastro sanitario, ridendosela di Fontana apparso in video munito di mascherina (sempre lei), avevano pensato bene di affrontare la pandemia a colpi di hashtag #milanononsiferma e #bergamononsiferma, salvo poi dover chiedere scusa ai propri cittadini o, peggio, doversene pentire amaramente.

E cosa chiedono in questa lettera alla Lombardia i sette sindaci Pd? Domandano, fra le altre lamentele: «Quando saranno disponibili i dispositivi di protezione – a partire dalle mascherine – il cui arrivo è stato promesso da tempo?».

Beh, invece di usare la domanda sulle mascherine per rifarsi un’immagine politica a spese di una Lombardia in difficoltà (non politica questa, ma sanitaria, sociale ed economica), Sala, Gori e gli altri brillanti sindaci lombardi del Pd farebbero meglio a rivolgerla al governo nazionale che indossa i loro stessi colori. Governo rappresentato, nella fattispecie, dalle illustri persone del commissario straordinario per l’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, e Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità, di nomina “grillina”.

È proprio l’Istituto superiore di sanità (Iss), infatti, ad essersi messo di traverso in una procedura, quella sulla produzione e distribuzione delle mascherine anti-contagio lombarde, che era nata per forza di cose “in deroga” alle consuete gimcane burocratiche tipiche italiane (non poteva essere diversamente, siamo d’accordo almeno su questo?). Purtroppo, però, un minimo cenno al problema si è potuto leggere soltanto sul Fatto quotidiano, poiché tutti gli altri giornali erano troppo concentrati sull’epistola dei sette sindaci evangelisti e si sono persi la notizia.

Eppure in questi giorni non sono mancate spiegazioni, perorazioni e dure prese di posizione da parte dei vertici lombardi, a cominciare dall’assessore al Bilancio, Davide Caparini, e dall’assessore all’Ambiente, Raffaele Cattaneo, che si è offerto di seguire per la Regione questo capitolo dell’emergenza. Il governatore Fontana ha anche scritto formalmente al presidente del Consiglio Giuseppe Conte per chiedere di sbloccare la pratica. Avete visto per caso qualche quotidiano della borghesia rilanciare quest’altra lettera?

Prima di lasciare la parola a Caparini, Cattaneo e al titolare regionale del Welfare Giulio Gallera, però, è bene ricapitolare un attimo la vicenda.

Dunque. La Lombardia travolta dall’emergenza coronavirus ha bisogno come il pane di mascherine per proteggere medici, operatori sanitari e tutti gli altri eroi in prima linea contro la pandemia. Commissario, Protezione civile, governo di Roma ripetono all’infinito che «abbiamo acquisito 300 milioni di mascherine» (Arcuri) che «verranno puntualmente distribuite» (sempre Arcuri), peccato che ci sia mezzo mondo in coda per le stesse mascherine acquistate dal governo, e anche se non è colpa di nessuno, fatto sta che questi benedetti dispositivi di protezione «arriveranno progressivamente» (ancora Arcuri). Tradotto, significa: ne arrivano 5 milioni a botta se va bene, e alla Lombardia ne spetta soltanto una quota. Non bastano.

Che fa quindi la Regione, in beata solitudine? Si organizza, mette in piedi una task force, ingaggia una squadra del Politecnico, si accorda con l’Inail (e con lo stesso Iss) per la procedura in deroga, trova le aziende pronte a convertire le linee di produzione per fare le mascherine, mette a punto con le benemerite aziende un prodotto eccellente, lavora e fa lavorare giorno e notte scambiandosi con l’università e i progettisti centinaia di email, test, piani di azione. Infine, nel giro di pochi giorni, inizia a produrre. E qui sbatte contro il muro della «burocrazia di Roma» e tutto si ferma.

Perché? Forse perché le mascherine non proteggono dal coronavirus? Niente affatto, le mascherine prodotte dalla Fippi sono più efficaci di quelle chirurgiche in quanto a difesa dal patogeno. Garantisce il Politecnico. Il problema è che all’Iss qualcuno si è impuntato che per essere approvate le mascherine, come da requisiti di legge, devono anche passare il test sull’arrossamento della pelle. Sai quanto gliene frega della pelle arrossata ai medici dei reparti Covid-19. Niente gliene frega. Il fatto, però, è che frega molto a qualche funzionario dell’Iss. «Procedure in deroga? Le mascherine devono essere validate. Punto». E tanti saluti all’emergenza. Ma la morale, secondo il Pd, è che la sanità deve tornare «in capo allo Stato centrale».

Davide Caparini, assessore al Bilancio della Regione Lombardia, martedì 31 marzo:  «Sto leggendo dal sito del governo la lista del materiale che presumono di averci inviato. O si è perso qualcosa tra Roma e Milano oppure hanno sbagliato l’indirizzo del destinatario. Comunque siamo fiduciosi che prima o poi arrivi, nel frattempo continuiamo a comprare, ringraziando i tanti donatori e i lombardi che ci hanno dato gli strumenti per fronteggiare l’emergenza. Inoltre, dalla comunicazione dell’Istituto superiore della sanità non si capisce se le mascherine chirurgiche che a milioni abbiamo in magazzino con tutti i requisiti per proteggere i nostri sanitari, possano essere distribuite nelle nostre Rsa e al personale socio sanitario. Sono di gran lunga superiori a quelle che oggi importiamo, sono state vagliate dal Politecnico di Milano, da giorni abbiamo chiesto di esaminarle ma non ci è ancora dato di sapere il loro destino».

Raffaele Cattaneo, assessore all’Ambiente e clima della Regione Lombardia, martedì 31 marzo: «Un conto è chiedere dati certi sulla capacità di filtraggio [delle mascherine], e questi noi li abbiamo dalle prove effettuate dal Politecnico, altro è chiedere la biocompatibilità perché la faccia non si arrossi, il test sul bioburden per determinare la carica microbica. In un momento di emergenza forse bisogna concentrarsi sugli aspetti essenziali e non su quelli secondari. Chiediamo all’Istituto superiore di sanità di accogliere la proposta che abbiamo già formulato la scorsa settimana: ridurre l’idoneità alle prove essenziali e cioè al potere filtrante e alla respirabilità e rinviare le altre prove in un secondo momento. Questo permetterebbe di utilizzare mascherine con elevato potere filtrante, come quelle che già sta producendo la Fippi, da subito all’interno delle Rsa che ne hanno un bisogno spasmodico e degli ospedali. Mentre con i vincoli posti dall’Iss le potremmo dare ai cittadini, ai volontari, ma non a chi ne ha più bisogno. La Regione Lombardia sta lavorando con il Politecnico proprio per avere la garanzia che le mascherine prodotte dalle aziende che stanno riconvertendo parte della loro produzione per fronteggiare questa emergenza rispondano alle prove principali, per evitare che le imprese abbiano bisogno di settimane per farle tutte. Se l’Iss vuole davvero accelerare le autorizzazioni si limiti alle prove essenziali. Se invece continuerà a chiedere tutte le prove che occorrono per la certificazione ordinaria, allora non è vero che vuole accelerare». Per inciso, nel frattempo anche Confindustria Lombardia ha fatto all’Iss le stesse richieste della Lombardia.

Ma ecco di nuovo Cattaneo, mercoledì 1 aprile: «Con Inail si sta procedendo in questo modo: per l’idoneità in deroga di tutti i Dpi [dispositivi di protezione individuale, ndr] non serve fare tutte le prove previste dalla certificazione Uni, ma è sufficiente fare alcune prove essenziali, le più importanti. Pertanto, il percorso in deroga avallato da Inail prevede che i Dpi rispondano alle prove più importanti previste per la certificazione. Anche noi vogliamo che le mascherine e i Dpi siano effettivamente in grado di proteggere, ma riteniamo che in questo momento un percorso di autorizzazione in deroga non debba durare alcune settimane, ma vada reso più rapido. È in corso un confronto sia con l’Iss sia con il governo e ci auguriamo che le procedure di certificazione vengano licenziate il prima possibile. A tal fine il presidente Fontana ha formalizzato oggi [ieri l’altro per chi legge, ndr] una richiesta al presidente del Consiglio Conte».

Infine Giulio Gallera, assessore al Welfare della Regione Lombardia, mercoledì 1 aprile: «Nella nostra regione abbiamo imprenditori che hanno riconvertito le produzioni in 10 giorni, hanno fatto i test e oggi stanno già sfornando 1 milione di mascherine al giorno, che si stanno accatastando nei magazzini perché l’Istituto superiore di sanità sta attendendo di fare alcune verifiche. Questo è intollerabile»

Pietro Piccinini (Tempi)

1 thought on “Dove sono le mascherine lombarde? Sala e Gori lo chiedano al Pd

  1. Bell’articolo, anche se lungo, che ben spiega l’ostilità nei confronti della Lombardia. Peccato che verrà letto da pochi e ignorato soprattutto da coloro che mangiano pane e ideologia …….. e ignoranza (nel vero senso della parola).

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