Manovra: Brunetta, “Tra il Governo Conte e il Conte II nessuna differenza”

Politica

“Per capire la sospensione del giudizio sulla Legge di Bilancio fatta oggi dalla Commissione Europea nei confronti del Governo giallo-rosso, con tutte le sue pesantissime conseguenze per gli italiani, occorre fare un piccolo riassunto delle puntate precedenti. La scorsa primavera, per evitare last minute l’apertura di una procedura di infrazione per debito eccessivo da parte di Bruxelles, il Governo Conte I, per il tramite del ministro dell’Economia Giovanni Tria, era stato costretto ad abiurare alle promesse precedentemente fatte di aumentare il deficit oltre la soglia del 2,0% e a mettere per iscritto, in due lettere inviate alla Commissione, dei seri impegni da prendere entro la fine dell’anno, attraverso una manovra correttiva confluita nel bilancio di assestamento, ancora tutto da verificare. Le promesse fatte erano relative ad una riduzione della spesa pubblica da attuarsi mediante un deciso taglio delle spese fiscali (tax expenditures) e dell’attuazione di una seria operazione di spending review. Gli impegni di bilancio furono firmati in prima persona dal premier Giuseppe Conte.

Qualche settimana dopo, come tutti sappiamo, il Governo cadde e si insediò il Governo Conte II. Cambia l’Esecutivo ma non il suo presidente. Particolare non da poco, visto che rimane lo stesso che si è assunto gli impegni la scorsa primavera, tramite un rapporto fiduciario personale instauratosi con i membri della Commissione. Subito dopo l’insediamento, il nuovo Governo presenta la Nota di Aggiornamento al DEF e invia il Draft Budgetary Plan a Bruxelles, con il ministro Gualtieri e il neo commissario europeo agli affari europei Paolo Gentiloni che la sponsorizzano in nome della necessità di effettuare “manovre espansive” al fine di superare l’austerity imposta dai trattati europei. Ritenendosi in credito con l’Europa per aver scacciato il “pericolo sovranista”, i membri dell’Esecutivo presentano all’Europa una manovra ‘tassa e spendi’, priva di qualsiasi riduzione di deficit e debito, senza che venga messo per iscritto l’obiettivo del pareggio di bilancio strutturale e l’obiettivo di medio termine. Inoltre, le coperture utilizzate nella manovra sono largamente aleatorie, principalmente basate su proventi derivanti da non meglio definite azioni di contrasto all’evasione fiscale e sulla richiesta di maggior deficit.

La Commissione Europea non cade nel tranello dell’europeismo. Nel rispetto del suo mandato di guardiano dei conti pubblici ritiene, al momento, la manovra italiana non conforme ai trattati europei, e chiede a Roma spiegazioni su molti punti. Il primo è sul saldo strutturale per il 2020, che peggiora del -0,1% mentre la richiesta era di un aggiustamento dello 0,6%. Secondariamente, il DBP presentato dall’Italia prevede un tasso nominale di crescita della spesa primaria netta dell’1,9%, che eccede una riduzione raccomandata dello 0,1%. Da qui il rischio di una deviazione significativa per il 2020. Infine, la cosa più importante sottolineata dalla Commissione, il programma economico del Governo italiano non è in linea con l’obiettivo di riduzione del debito pubblico. Per questo motivo, Bruxelles chiede al Governo spiegazioni molto dettagliate, soprattutto sulla componente delle coperture, incerte ed aleatorie.

La Commissione ha così sospeso il suo giudizio sulla manovra di un Governo che si era presentato agli italiani come la sintesi dell’europeismo, paradossalmente perché non rispetta le regole europee. L’Esecutivo giallorosso ha fatto così la figura di quello che ha tentato di “comprare” il consenso di Bruxelles, credendo che in nome degli slogan europeisti e della cacciata del “pericolo Salvini” tutto gli fosse concesso sul versante dei conti pubblici. Si è sbagliato di grosso.

La Commissione Europea non è, quindi, caduta nella trappola. Non si è lasciata convincere dalle promesse del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dal ministro dell’Economia Gualtieri che, dando per scontato l’aiuto della Commissione, volevano far passare una manovra in continuità con quella del precedente Esecutivo giallo-verde e che non rispettava gli impegni presi a primavera. Non ha creduto alle improbabili coperture inviate a Bruxelles, messe a tutti i costi per giustificare la maggior spesa assistenzialista, in barba a qualsiasi regola comunitaria. Non ha fatto finta di non vedere la deviazione significativa dal percorso di riduzione del deficit strutturale e ha fatto notare come non ci sia nessuna riduzione prevista del debito pubblico, il principale nodo che questa manovra avrebbe dovuto affrontare. Si è limitata a fare il suo dovere: guardare i numeri e non le frasi fatte.

Spariti il pareggio di bilancio strutturale nel prossimo triennio, l’obiettivo di medio termine, le privatizzazioni, le riforme strutturali. Una manovra disastrosa, recessiva e controproducente, che ora andrà riscritta alla svelta da un Governo che non sa dove trovare le risorse e che non ha una idea di quale politica economica perseguire. La manovra dovrà, quindi, diventare molto più restrittiva di quella presentata. Come faranno Di Maio e Zingaretti a trovare un accordo?

Questo Governo si si sta bruciando tutto il capitale di fiducia che aveva nei confronti di Unione Europea, mercati finanziari e agenzie di rating. Doveva ridurre il deficit e il debito, come chiedevano Bruxelles e gli investitori internazionali. Non l’ha fatto.

Passata la linea di estrema sinistra portata avanti dal Movimento Cinque Stelle, l’Esecutivo si troverà ora a dover riscrivere completamente la manovra, a partire dai saldi, per evitare l’apertura di una procedura di infrazione da parte della Commissione. Quasi sicuramente un compromesso si troverà. Ma la reputazione perduta nei confronti dei mercati finanziari, che infatti hanno già ripreso a vendere BTP e azioni italiane, ormai è venuta meno. Il premier Conte e il ministro Gualtieri impareranno presto a loro spese la regola base della finanza: chi non rispetta i patti viene tagliato fuori e avanti il prossimo. I cocci del disastro, nel frattempo, li raccoglieranno gli italiani”.

Lo scrive in una nota Renato Brunetta, deputato e responsabile economico di Forza Italia.

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