Ursula Greta Carola Junker d’Europa

Politica RomaPost

Prima o poi l’Europa doveva essere capitanata da un tedesco di Germania. La nomina tedesca doveva avvenire, impensabile che non avvenisse, impossibile che non si attuasse. Tutti gli altri, americani, russi ed in un certo modo anche i cinesi avrebbero voluto che il fato procrastinasse l’evento ancora per un tanto. Poco meno di un anno fa, con un hashtag, come è di moda oggi, il capogruppo europopolare Weber si candidava imbrillanotissimo al posto di Juncker, confermato dal voto dell’europartito.

Bavarese, esponente di un partito regionalista cui tanto assomiglia la Lega, nipotino politico di quello Strauss che anche nel dopoguerra sembrava uscito dal putsch del ’23 con piena soddisfazione dell’America della guerra fredda, Weber era perfetto tanto era al centro. Al centro d’Europa, in mezzo a populisti ed europeisti, in mezzo tra pacifismo e Nato, al centro tra tradizione e correttezza, esponente del partito più di centro della formazione centrista vitoriosa in Germania e malgrado il calo in Europa. Troppo al centro; perché nel centro continentale è proprio il centro che è l’incubo.

Il, tanto a lungo, innominato aveva detto l’ovvio, ciò che suggerisce il senso comune, ai tanti che strepitavano per cambiare gli equilibri in Europa. Tornato per l’occasione alla politica ed alla parlamentarità attiva, aveva suggerito di costruire una commissione europea di centrodestra che ribaltasse il consueto asse bipartisan popolari-socialisti. Un pensiero banale, scontato ma ineccepibile, contro il quale era destinato a scontrarsi inutile e inefficace qualunque, anche il più grande, successo elettorale. Un centrodestra non qualunque, ma  all’italiana, aggregato composto di centristi, di pallidi sinistri ed antipoliticisti e di destri nostalgici con un occhio alla lezione tory di Halifax per trovare di volta di volta una risposta compensando gli istinti pazzoidi dei coalizzati. Un modo per mantenere ordine e libertà cos’ come i piccini lucchesi nel eekend ritrovano la fantasia facendosi viareggini.

Sia in Italia che in Germania, preso tra padella o brace, il centro si alleò a destre populiste, ne venne fagocitato e partecipò della vita parlamentare ed elettorale che seguì quelle strane dittature, fondate sul rispetto degli statuti del tempo. Quel ricordo da incubo ha imposto la scelta obbligata del centrosinistra europeo. Malgrado l’esempio italiano, decennalmente al potere nell’Italia del nord  o quello spagnolo, dove i nipotini di Franco sono stati al potere a lungo. L’Europa periferica è una cosa però ed il corpaccione centrale ne è un’altra. Mettere insieme un centrodestra europeo e farlo capitanare ad un tedesco sarebbe stato un doppio incubo, vuoi per americani, russi ed in un certo modo anche i cinesi ma soprattutto per l’estabilishment di Berlino.

 

Mutte Merkel si fida poco dei suoi colleghi maschi maxime se non provenienti dall’ex Ddr. Andò d’altronde al potere con un’operazione moralizzatrice da Mani Pulite a scapito del mentore, l’eroe della riunificazione. Ha lasciato ad una donna il partito ed ad un’altra l’Europa. Non si inalberò di fronte al veto messo da Macron sul candidato dell’europartito più votato, una delle poche prassi rispettose del voto nell’apparato tutto diplomatico europeo. La Francia che insegue sempre una preminenza per cui non ha più taglia, né risorse, né storia, ha intrapreso la via del governo duale del continente, come provò a fare anche nell’anteguerra di fronte all’aggressività italiana. A questo microimperialismo franco germanico, i tedeschi si sono sempre prestati con gran sorrisi ed indifferenza. Come nell’anteguerra restano per loro fondamentali i rapporti con i russi allora sotto il profilo militare oggi sotto quello energetico. Sanno che l’Europa orientale è cosa loro oggi per conquista economica, come ieri fu per conquista politica. Non interessano loro  i resti del colonialismo che Parigi difende con le unghie e con i denti malgrado che gli procuri reazioni devastanti da vaccino dispensato in dosi eccessive.

Immemori che già Kyoto ha provocato tanta scalogna, ad Osaka i governi tedesco, spagnolo, olandese e francese scelsero il socialista Thimmermans, raro caso di olandese di tifo giallorosso romanista. Non era il massimo delle scelte anche se allontanava lo spettro di un Siegfrid al potere. Nell’anno della liquefazione e della scomparsa dei socialisti all’Est ed in Francia, eleggere primus inter pares uno di loro, già diplomatico, cresciuto a Maastricht e spaghetti, uno dei soliti buropolitici buoni a tutti gli usi, uno dei tanti socialisti che occupano lo scranno ed il simbolo per eliminarne la sostanza, tipo Pd, brillante nel perseguitare il riordino conservatore all’Est e che viene da un paese come l’Olanda, avviatasi da una vita su una china complessiva destrorsa di vero egoismo nazionale perpetrato cinicamente, sarebbe stata la scelta perfetta per dire agli elettori europei dove dovessero metterlo il loro voto, indicando le reali ed auree toilettes.

L’italiano ad Osaka c’era? Si disse di no, poi di si; e che avesse detto al nome proposto prima si; poi no. Non è molto importante. Per tenere fuori dai giochi il Bel Paese è bastato minacciare l’infrazione proprio in quei giorni e per mano di commissari praticamente fuori scadenza. Poi a Roma, senza che se ne prendesse molto merito, è stata affibbiata la responsabilità della caduta del nome olandese. Per leccarsi le ferite dopo la mancata nomina del commissario socialista, per ribadire l’ennesimo sfregio e per premiarne lo sconclusionato comportamento del governo e dell’elettorato italiano, il Pse ha incassato l’europresidenza parlamentare con l‘italiano Sassoli, inutile figura Rai, destinata all’inconsistenza dei connazionali predecessore ed Alta rappresentante. E la palla è tornata alla Mutte, responsabile di una testa bavarese ed innocente di una olandese.

Ributtata l’idea del centrodestra, la nuova maggioranza europea, oltre a popolari e socialisti, include verdi e liberali. La disorganicità è massima; non ci sono né punti né leader condivisi. Si procede per pezzi di consenso. I 23 socialisti spagnoli, al potere da poco in patria, sono conquistati con la nomina dell’eterno (già ministro di Gonzales) Borrell  ad Alto rappresentante, vuoi per la garanzia alla repressione antidemocratica sulla Catalogna, condita dall’irrisione della provenienza catalana del nuovo esponente (ovviamente antindipendentista) della politica estera europea. I 22 socialisti italiani con l’europresidenza parlamentare. I deputati orientali incartati forse con la testa di Thimmermans, punitore di polacchi e ungheresi. Nessuno nota gli sbracci italiani per l’improbabile candidatura bulgara. Il pezzo di consenso più importante è quello popolare, inviperitissimo per il venir meno del principio di elezione per il candidato del partito più votato.    La Mutte, tra un tremore e l’altro, sceglie lei tra i ranghi del partito più votato e dal fallo laterale lancia in campo due trecce teutoniche.

Le trecce sono quelle di un donnino, biondo e determinato, madre di ben sette figli, dalla faccia da moglie di Goebbels; la prima tedesca già ministro della difesa; e non importa se con esiti disastrosi, o se oggi la Bundeswehr sia forse armata tanto vi si sono impiantate omologhe consulenti. La candidata, buttata lì, Ursula von der Leyen, figlia d’arte e di governatore di Land della Bassa Sassonia, mezza belga e mezza baronessa di Brema è una faccia quasi impossibile, almeno in patria. I 23 eurosocialisti tedeschi ed i 5 austriaci sono contrari ovviamente; ripugna anche ai socialisti  francesi, 14, ai 5 belga, agli 8 greci, ai 3 olandesi; ai 41 della sinistra nordica. Ed ai 74 verdi ( a parte 3 scozzesi), tanto importanti nel nordeuropa quanto inesistenti nel sud che vogliono risposte concrete sull’ambiente, ma soprattutto il posto di Sassoli. E’ un tedesco, però e del partito di maggioranza. Anzi una tedesca. E non è di centro perché è una Junker.

La Junker rompe l’intesa popolari socialisti della Mutte; rompe l’intesa della madre patria, rompe con i verdi; non vuole parlare agli antieuropeisti stupidamente divisi in quattro che parlao come i capitani alla Totti. Spd e l’ala orientale dei popolari non la vogliono come non sostengono Sassoli. Soddisfa solo i francesi macroniani per la conquista della Bce affidata alla donna che fece carriera con gi scandali sessuali altrui. E’ tiepidissima sostenitrice della Nato, motivo politico dell’Unione. Le sue prime parole, l’Europa va rafforzata sono stupendamente annullate dagli schieramenti contrari al suo nome. L’europeismo va a farsi benedire ed i vincitori morali delle euroelezioni vengono umiliati. Alla fine solo il richiamo della foresta della scelta dei governo si impone e per un pelo, 9 voti che fanno raggiungere alla baronessa la maggioranza risicata di 383, definita da qualcuno vittoria umiliante. Senza capire il perché ed il come, l’aiutano 14 sansculottes italiani penta stellati che sostengono la loro Maria Antonietta. Dall’alto scalino del comando informale tedesco in Europa, a fatica l’Ursula fa il mezzo passo per l’ufficialità. E’ la presidentessa delle Gretine e delle Carole, al comando contro vasti territori, grandi partiti e popoli e senza un link ai presunti piani finanziarioglobalisti. Baronessa mezzo coronata, già sembra volersi vendicare di chi l’ha ostacolata, per farlo pentire della scarsa obbedienza.

L’Europa ha un capo tedesco; anzi una capa. Non ha il temuto centro che preludeva al centrodestra. Ha una Junker. La nuova Koengin con benda da piraten ha contro i feudatari, in 327, che dovrebbero omaggiarla. Altro che centrodestra, più destra di così quasi non si può.

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