Tanto di cappello. La collezione di cappelli di Alfonso F. Grassi

Cultura e spettacolo

La collezione di cappelli di Alfonso F. Grassi: militaria, della tradizione ed etnici. Con i ritratti fotografici di Giovanna Dal Magro e gli appendiabiti dello Studio De Pas D’Urbino Lomazzi – 3 – 28 aprile Casa Museo Boschi Di Stefano  Via Giorgio Jan 15.

Alfonso F. Grassi, con Gianfranco Laminarca e Alberto Marangoni, è stato protagonista del design nel secolo scorso, e con lo Studio MID design/comunicazioni visive si è mosso nel campo del Product, dell’Exhibit e dell’Environmental design, vincendo nel 1979 un Compasso d’Oro per l’immagine coordinata e l’allestimento della mostra Tre secoli di calcolo automatico, IBM Italia al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica.

Personalità multiforme, libera e colta, quella di Grassi ha coltivato molte passioni, da quella per i gatti o per gli aerei fino all’amore per il cinema e per la storia soprattutto quella della Seconda Guerra Mondiale. Forse da qui è nato il suo amore per i cappelli, soprattutto militari, che lo ha portato a collezionarne quasi duecento.

Una raccolta variegata il cui cuore è rappresentato dai militaria: “bustine”, baschi, il cappello d’alpino con la piuma, il vaira da bersagliere che si porta inclinato sul lato destro in modo da tagliare a metà il sopracciglio fino a coprire il lobo dell’orecchio, il chepì dell’artiglieria a cavallo con la “criniera” nera, la lucerna dei carabinieri a falde larghe, i copricapi riconducibili all’aviazione come quello, molto particolare, con le cuffie radiofoniche da volo. E ancora i tarabush degli ascari, i militari eritrei dell’Africa Orientale Italiana, i fez o le tachia di feltro rosso granata con fiocco azzurro, che gli ricordavano le sue origini asmarine (Grassi era nato, nel 1943 ad Asmara, in Eritrea). Infine i caschi coloniali o elmetti tropicali, alcuni risalenti agli anni Trenta, che servivano per proteggersi dai raggi solari.

Non mancano i cappelli della tradizione ed etnici, come quello degli Schützen austriaci, la berretta cardinalizia o il curioso copricapo tradizionale dei monaci ortodossi siriaci acquistato durante un viaggio in Egitto e i copricapi cilindrici – skùfos σκοῦφος – decorati e ricamati e quelli dei sacerdoti ortodossi trovati in Etiopia. Dall’Australia era tornato con l’Akubra il cappello per il tempo libero in feltro dalla larga tesa – simile al cappello da cow boy – e quello da pioggia; dalla Scozia aveva portato deerstalker il cappellino da cacciatore in tweed e da Palermo la famosa coppola.

A Casa Museo Boschi Di Stefano una selezione di questi copricapi sarà esposta sugli appendiabiti progettati dallo Studio De Pas D’Urbino Lomazzi. Nove modelli – tra cui lo Sciangai progettato per Zanotta, brand partner della mostra, che ha prestato dieci esemplari – diventati un’icona del design Made in Italy, che hanno ricevuto molteplici premi tra i quali il prestigioso Compasso d’Oro nel 1979 e sono presenti nelle collezioni dei più importanti musei del mondo, dal MoMa di New York al Triennale Design Museum di Milano. L’allestimento della mostra sarà completato inoltre da una serie di ritratti di Alfonso F. Grassi insieme ai suoi cappelli, realizzati nel 1994 dalla fotografa Giovanna Dal Magro.

In occasione della mostra, il 17 aprile alle 18:30, verrà presentata una particolare monografia dedicata alla figura di Grassi dal titolo L’Alfonso. Uomo, designer, artista dalle grandi passioni. Un volumettomche ripercorre il percorso umano e professionale di Grassi attraverso il ricordo/testimonianza di sessanta amici che ne hanno condiviso esperienze pubbliche e private.

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