Un altro successo delle amministrazioni di sinistra: il bike sharing riduce nuovamente l’area operativa

Milano

Proprio in concomitanza con l’entrata in vigore dell’ennesima mostruosità a danno non tanto degli automobilisti in quanto tali (che solo i ciclo talebani riescono a considerano quale vera e propria classe sociale, ovviamente da abbattere con qualsiasi mezzo), quanto più in generale, di moltissimi lavoratori, e cioè Area B, per chi ha esigenza di muoversi in città arriva un’altra buona notizia.

Uno dei gestori di bike sharing “a flusso continuo” (cioè senza stazioni in cui lasciare e prelevare il mezzo) operanti in città, che già si era distinto per escludere alcune periferie cittadine dalle zone in cui è possibile lasciare la bicicletta dopo il termine del noleggio, con il dichiarato scopo di “concentrare le bici nel centro” (dove, sembra, ci sia più richiesta), ha deciso di escludere altre aree cittadine da quelle in cui si può liberamente concludere il noleggio, in quanto ritenute ad alto rischio vandalismo. Tra esse, immancabile quella intorno alla Stazione Centrale, il cui degrado è noto a tutti i milanesi, meno a quelli che dovrebbero conoscerlo, cioè il Sindaco e gli assessori, per i quali qualsiasi “laboratorio multiculturale”, che tradotto significa quartiere fuori dal controllo delle forze dell’ordine e caratterizzato dalla presenza di criminalità, stranieri irregolari (quelli regolari pensano a lavorare e delle boiate ideologiche dell’amministrazione se ne impipano) dediti alla delinquenza e centri sociali, è il nuovo eden, a condizione che sia lontano dalle abitazioni del loro elettorato più snob, al quale piace la società aperta, purché la propria casa sia ben chiusa.

A dir la verità, la Pravda della buona borghesia progressista, un noto quotidiano avente sede in via Solferino, nel riportare la notizia, con una imbarazzante (ma non per gli apologeti del verbo progressista, abituati a falsare la realtà senza pudore) dose di tanto involontaria quanto sadica ironia che a chiunque non conoscesse la piaggeria dei media verso le amministrazioni di sinistra apparirebbe come feroce sarcasmo, ha provato grottescamente ad indorare la pillola asserendo che la società che gestisce il servizio “suggerisce” agli utenti di non lasciare la bici in determinate zone: piccola nota a margine, il mancato ascolto del “suggerimento” costerà all’utente la modica somma di sette euro, che gli verranno addebitati sul conto.

Ora, a parte le grottesche acrobazie dialettiche utilizzate per giustificare l’ennesima vessazione verso chi ha necessità di spostarsi per la città e non ha tempo da perdere in bucolici pic nic nei parchi, il fatto non è una novità: anche uno dei primi gestori di car sharing ad operare in città, da tempo, ha imposto un sovrapprezzo piuttosto significativo agli utenti che terminano il noleggio in periferia, dove infatti la sinistra, pur vantando una capillare e invasiva rete di sezioni, circoli, cooperative e bocciofile al seguito, raccoglie sempre meno consensi.

Ora, nessuno discute che ciascun operatore privato possa praticare le politiche commerciali che più ritiene convenienti.Tuttavia, assodato che la cosiddetta “sharing economy”, nei fatti, è l’ultima frontiera di quel collettivismo che tanti amministratori milanesi degli ultimi sette anni non hanno mai rinunciato a cercare di imporre al prossimo nonché l’ultima manifestazione dell’odio per la proprietà (altrui) tipico dei residuati di marxismo che ancora albergano nelle menti dei sedicenti progressisti (quelli che vogliono riportare Milano agli anni ’20, tra vasconi gabellati per Navigli riaperti e uso della bicicletta, manca solo il tram a vapore, ma quello non tornerà, non perché anti ecologico, ma perché fu davvero fattore di sviluppo sociale, cosa che certo non è nei pensieri dell’elitaria sinistra), il problema è sempre lo stesso: il Comune attua politiche che rendono questi servizi, che tuttavia non danno alcuna garanzia di tutelare le esigenze irrinunciabili dei cittadini, essenziali.

L’amministrazione di Milano si inventa quotidianamente, evidenziando tra l’altro una infinita riserva di sadica creatività, limitazioni quasi sempre insensate all’utilizzo dell’auto privata, strumentalizza perfino piste ciclabili abborracciate in qualche modo (e infatti usate pochissimo) per restringere le carreggiate e realizzare ostacoli che rendono il traffico automobilistico sempre più congestionato, nella vana speranza che chi deve lavorare smetta di farlo per compiacere le ubbie di qualche radical chic che ha scambiato la città per il proprio giardino privato (ma finanziato coi soldi di tutti) nel quale pascolare il proprio cane. Per non parlare del fatto che i mezzi pubblici, il cui costo è in continuo aumento, sono tutt’altro che efficienti: grottesche le comunicazioni che, da un po’ di tempo, si sentono diffondere dagli altoparlanti di quelli di superficie, in cui viene spiegato agli utenti che la linea in questione sta subendo ritardi a causa del traffico. Soprattutto quando il mezzo in questione percorre gran parte del proprio tragitto in corsia riservata…

In questo contesto automobili e bici – la cosiddetta (im)mobilità dolce è uno dei punti su cui più si sono spese le amministrazioni di Milano da Pisapia in poi – in sharing diventano, come del resto ammesso spesso da Maran prima e da Granelli poi, parte integrante dei servizi di mobilità urbana. E qui sorge il problema: le società private che li gestiscono lo fanno, giustamente, nel modo che risulta loro più profittevole, arrivando così a non servire alcune zone o a caricarne altre di costi aggiuntivi. Con l’unico risultato che la mobilità cittadina risulterà anche all’avanguardia secondo l’agenda progressista, quella che mira a costruire in provetta un mondo ideale secondo una scala di valori del tutto astratta (e che non trova riscontro nella realtà), ma si rivela costosa e inefficiente per i cittadini.
I fighetti radical chic urlano al miracolo, tutti gli altri (a partire dai lavoratori) urlano e basta.

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