80 anni dalle leggi razziali

Economia e Politica

Anche se sono trascorsi 80 anni dall’entrata in vigore delle leggi razziali, il rapporto fra magistratura e fascismo è un tema su cui si preferisce non  discutere. Anzi. Per anni si è preferito evitare ogni riferimento a quello che avvenne nei Tribunali italiani durante il Regime.

Basti pensare che fino al 2012, a piazza Cavour, fra tutti i ritratti dei procuratori generali della Corte di Cassazione, l’unico non presente era quello di Raffaele de Notaristefani, epurato da Mussolini nel 1923 a causa del suo antifascismo.

Il 25 luglio del 1943 il Gran consiglio del fascismo votava l’ordine del giorno Dino Grandi. Sostanzialmente un atto di sfiducia contro la politica del Duce che, come prima conseguenza, determinò la precipitosa fine del fascismo.

La dittatura aveva però condizionato in maniera indelebile la storia del Paese e delle sue istituzioni.

Su come si comportarono le toghe, ad esempio, dopo l’approvazione delle leggi razziali è stato Piergiorgio

Morosini, ex consigliere togato del Csm,  a fornire la risposta in una recente intervista: “Se leggiamo le sentenze dell’epoca (1938-1943),  notiamo un orientamento dei giudici italiani diverso rispetto ai colleghi della Germania nazista. Non sposarono mai approcci smaccatamente filo-regime in cui il giudice “costituisce il legame tra diritto e politica”, facendosi interprete del “comune sentimento del popolo”. Sulla carta i giudici italiani si rifugiarono nel tecnicismo. La maggior parte di loro si attenne ad una rigorosa lettura delle norme, dandone una interpretazione restrittiva. Ma la presunta neutralità e apoliticità del loro agire non evitò loro il ruolo di “dispensatori di ingiustizia”. Non ebbero neppure la forza di mettere in discussione un nuovo assetto dei poteri dello Stato che si delineava sulla questione razziale”.

Per poi aggiungere:  “Ma non ci fu solo l’ “ignavia giurisprudenziale”. Pur raggiunti in prima persona dalla capillarità delle interdizioni antisemite, i magistrati rimasero inerti e silenti. Un esempio per tutti. Nel 1939, il ministro della Giustizia Arrigo Solmi chiese a tutti magistrati una dichiarazione di non appartenenza alla razza ebraica al fine di verificare “la purezza razziale dell’intero apparato”. Era già accaduto pochi mesi prima con gli insegnanti e gli studenti nelle scuole. In grandi sedi giudiziarie così come in alcuni piccoli tribunali, da un giorno all’altro non si presentarono più diversi magistrati di diverso rango, da giovani uditori giudiziari ai consiglieri di appello e di Cassazione”.  Con una triste constatazione:  “Non risulta che alcuno dei circa 4200 magistrati in servizio abbia in qualche modo preso le distanze, magari rifiutando di rispondere alla richiesta di dichiarare la propria appartenenza razziale, ovvero in qualche modo manifestando solidarietà nei confronti dei colleghi rimossi dal servizio. Tutto continuò come se nulla fosse successo”.

Morosini formula un’ipotesi sulle ragioni di questo comportamento: “Forse tutto questo era il frutto anche della assenza di un associazionismo tra magistrati in grado di far sentire la sua voce su grandi questioni. Un tema questo su cui anche oggi ci si confronta con toni aspri e con orientamenti molti diversi. D’altronde l’importanza dell’associazionismo tra magistrati, oggi sottovalutato da molti colleghi, lo aveva colto nella sua pienezza lo statista Vittorio Emanuele Orlando sin dal 1909.

Criticando la nascita dell’Associazione Generale dei Magistrati d’Italia, Orlando mostrava preoccupazione non solo per la sua “connaturata combattività” sulle questioni corporativo-stipendiali ma anche per la fisiologica acquisizione di una coscienza collettiva, presupposto per una partecipazione attiva al dibattito pubblico sui grandi temi della giustizia”.

“Ai magistrati che si opposero al fascismo va attribuito un posto nel pantheon dei Giusti”, ha dunque concluso Morosini.

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