Tap: niente penali, ma costi salati. E tutti sapevano tutto (da anni)

Politica

Alla fiera del gas dell’Est, in tanti mentono un po’ a tutti ed è un mercato di bugie, di documenti citati parzialmente, di smentite persino ai propri sodali, di promesse ridotte in cenere. Defilarsi dal progetto Tap con un annullamento in autotutela delle autorizzazioni costerebbe all’Italia almeno 20 miliardi: “danno emergente e lucro cessante”, dice il codice civile, dunque non un inaccessibile e segreto atto blindato in chissà quale recondito cassetto ministeriale. Danno emergente e lucro cessante vuol dire perdita subita e mancato guadagno, cioè la base per un’azione risarcitoria che verrebbe attivata dagli azionisti del Consorzio Tap e dalle società importatrici e acquirenti del gas, qualora l’Italia optasse per un addio solo politico, arbitrario e unilaterale a un’opera autorizzata e avviata. Cioè un addio non supportato da illegittimità o irregolarità – «non emerse» secondo il governo gialloverde.
Alla fiera del gas dell’Est il rischio di salate azioni risarcitorie dovrebbe allora essere un elemento di fatto e un principio di diritto pressoché scontati, elementari, pacifici. Tanto che Quotidiano da mesi descrive vincoli internazionali e nazionali, paletti, scenari che renderebbero una pericolosa e inestricabile giungla lo stop politico al gasdotto. Invece no: alla fiera del gas dell’Est tutti mentono a tutti. Persino a se stessi.

Gli accordi internazionali. Ancora ieri, in uno strenuo tentativo di autodifesa, il M5s ha contrattaccato: «Ecco la carta che dimostra chi imbroglia davvero su Tap». La “pistola fumante” altro non sarebbe che la legge di ratifica (del 2013) dell’Accordo internazionale tra Grecia, Albania e Italia sul Tap, legge sponsorizzata dal governo Pd e ben nota a chiunque, da cinque anni. Anche agli stessi pentastellati. «Si tratta di un accordo tombale e il Paese non può fare altro che subire le decisioni prese», spiegano oggi sul blog delle stelle. Peccato che proprio Barbara Lezzi in campagna elettorale annunciasse solennemente: «Appena il M5s andrà al governo denuncerà il trattato» e «avvierà un ciclo di arbitrati internazionali». Ma non finisce qui: Daniela Donno, altra senatrice salentina in questo citata spesso dai NoTap, fino a poche settimane fa ammoniva che «non è prevista la firma da parte dell’Italia di alcun Host government agreement (Hga)» e «quindi non ci sono penali da pagare». Insomma: fino a ieri per i pentastellati i vincoli internazionali erano valicabili o persino inesistenti, oggi invece sono un laccio dal quale è impossibile liberarsi.
Qual è la verità? Gli accordi sul piatto sono effettivamente due, l’uno ratificato dall’Italia, finalizzato al «rafforzamento della cooperazione tra i tre governi» e sottoposto a clausole, norme e responsabilità del diritto internazionale; l’altro accordo, quello in effetti mai sottoscritto dall’Italia, è tra governi ospitanti l’opera e l’investitore, è un’intesa citata anche dall’articolo 5 del primo accordo ed è limitata ai Paesi su cui ricade larga parte dell’infrastruttura (cioè Albania e Grecia). Nell’accordo sottoscritto dall’Italia ci sono due articoli (7 e 11, intitolati non interruzione del progetto e responsabilità) che determinano comunque impegni e violazioni. Ribadiamolo: nulla di segreto o inaccessibile.

Penali sì o no e costi. Le azioni risarcitorie, si diceva. Si badi, e come da mesi qui ribadito: non si tratta di penali, con buona pace di Luigi Di Maio – ministro dello Sviluppo economico – che s’è sbilanciato a tal punto da evocarle e per di più «segrete». Il leader pentastellato è stato non a caso smentito dal suo stesso premier: «Chi sostiene che lo Stato italiano non sopporterebbe alcun costo o costi modesti non dimostra di possedere le più elementari cognizioni giuridiche», ha spiegato Conte. Le «più elementari cognizioni giuridiche» rimandano proprio a lucro cessante e danno emergente sopra citati. Insomma, sostenere – come ha fatto Di Maio – che «le carte un ministro le legge solo quando diventa ministro e a noi del M5s non hanno mai fatto leggere alcunché» è quantomeno audace. O soltanto falso: sarebbero bastati un codice civile, l’Accordo internazionale ratificato dal Parlamento, il decreto autorizzativo del Mise e gli accordi di durata della concessione (25 anni) del gasdotto. Tutto materiale facilmente reperibile. Resta una domanda: prima di arrivare al governo, i cinque stelle semplicemente non avevano studiato questi aspetti e documenti, oppure sapevano e hanno omesso agli elettori?

La lettera del Mise. Alla fiera del gas dell’est si vive anche di paradossi e mezze verità. I NoTap insistono: «Non ci sono penali». Ed è vero, lo Stato non è un contraente privato. E aggiungono: «Lo scrive anche Gilberto Dialuce, direttore generale del ministero dello Sviluppo economico, nella lettera di risposta alla nostra richiesta di accesso civico generalizzato agli atti (Foia)». Anche questo è vero. Peccato che Dialuce nella seconda pagina della lettera spieghi quanto segue – così gelando M5s e NoTap: «Un’eventuale revoca dell’autorizzazione rilasciata e riconosciuta legittima da tutti i contenziosi amministrativi, col conseguente annullamento del progetto, causerebbe una serie di danni a soggetti privati (la società costruttrice, le società che hanno avuto appalti di lavori, gli esportatori del gas, gli acquirenti che hanno già firmato contratti di acquisto venticinquennali) e pubblici, configurando richieste di rimborso degli investimenti effettuati nonché dei danni economici connessi alle mancate forniture, anche al di fuori del territorio italiano, nei confronti dello Stato italiano, attivando cause o arbitrati internazionali in base alle convenzioni internazionali firmate dall’Italia che proteggono gli investimenti esteri effettuati da privati, motivati anche dalla violazione dell’Accordo intergovernativo sottoscritto e ratificato dal Parlamento italiano». Nulla che non si potesse intuire.

Come si quantificano i danni? «Da 20 a 35 miliardi» è il danno che ricadrebbe sulle casse dello Stato, ha ammesso Conte. «Fino a 70 miliardi», ipotizza invece Socar (la società pubblica dell’Azerbaijan). Più di qualcuno ha avvertito: dall’accesso civico agli atti non emerge alcuna quantificazione del danno. Ma come per qualsiasi azione risarcitoria, l’entità dei risarcimenti è sottoposta ad oscillazioni e variabili, ed è piuttosto ingenuo immaginare l’esistenza di una “carta rivelatrice” che fissi nero su bianco un numero secco, men che meno fruibile con l’accesso civico agli atti. Possono essere però facilmente individuati i fattori di determinazione e quantificazione del danno: lo stralcio della lettera di Dialuce sopra citato dà molte indicazioni; l’opera complessivamente costa 4,5 miliardi, tra Grecia e Albania è completata all’80%, quindi si aggira oltre i 3 miliardi il valore (da risarcire, in caso di addio) del tratto finora realizzato; la durata venticinquennale dei contratti è un altro indicatore dimensionale del danno, tanto che potrebbe attestarsi ad almeno 10-11 miliardi la perdita causata dalla mancata consegna del gas agli otto acquirenti (tra cui le italiane Edison, Enel, Hera) che hanno già opzionato gli stock di gas; senza trascurare il mancato utile del Consorzio Tap e degli estrattori azeri. Ecco perché le promesse elettorali erano, appunto, solo promesse.

di Francesco G. Gioffredi – tratto da Quotidiano di Puglia –  

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