Richiedenti asilo fanno lo sciopero della fame? Rimandiamoli in Libia

Politica

Esiste un limite alla sopportazione. Chi chiede asilo dovrebbe avere un minimo di gratitudine verso chi li accoglie. Questi i fatti narrati da Repubblica:

Sedici richiedenti asilo ospiti in una struttura di Zone, nel Bresciano, hanno iniziato lo sciopero della fame protestando contro la struttura che li ospita, l’ostello Trentapassi. Il gruppo ha sostituito nei giorni scorsi altri richiedenti asilo, 24 in tutto, che il 12 luglio scorso erano stati allontanati dal paese dal sindaco che aveva proposto loro di lavorare alla pulizia di un sentiero e che davanti al loro rifiuto, di concerto con la Prefettura, aveva appunto deciso di allontanarli. La Prefettura lunedì verificherà la situazione di Zone.

Qui, delle due l’una, o ci stiamo facendo prendere in giro o siamo di fronte ad una mossa coordinata dall’esterno. Ammettiamo pure, e non faccio fatica a pensarlo, che la cooperativa stia facendo quello che vuole, ovvero fornisce i servizi previsti da contratto risparmiando ogni centesimo possibile. Con il risultato di avere un servizio non particolarmente elevato. Ma sta gente non stava fuggendo da fame/persecuzioni/guerre/morte/pestilenza? E dopo essere stati accolti in un luogo in cui non c’è nulla di tutto questo, protestano pure? Siamo seri, la cosa non può andare avanti così, a questo punto spingiamo sulla possibilità di aprire questi centri direttamente in Libia, nelle zone pacificate, e svolgiamo le pratiche direttamente là. Che poi non è nulla di diverso rispetto a quanto fatto in Turchia con quelli che fuggivano dalla Siria, dove, in effetti, una guerra c’era.

Il caso di Zone, peraltro, è indicativo anche di un altro fenomeno: com’era la storia dei “volontari”? Dei ragazzi pieni di buon cuore che facevano volontariato, per gratitudine? Si scopre, così, che prima di tutto sono sotto ricatto. E secondariamente ci sono delle dinamiche che il pubblico non conosce e che possono non essere del tutto trasparenti. Vedremo cosa emergerà dalle indagini, resta il fatto che l’intero fenomeno sta lentamente sfuggendo di mano. E l’impressione finale è che non abbiamo trattenuto i migliori, presso di noi.

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