Kabobo oggi impara l’italiano e fa piccoli lavori in carcere. Ma come dimenticare?

Cronaca

Kabobo e quel piccone impugnato per uccidere, in una guerra immaginata, spinto da quelle “voci” che ossessivamente sentiva in testa e a cui doveva rispondere con l’urgenza di un disturbo mentale implacabile. “Queste voci mi dicevano – aveva tentato di spiegare ai periti – che la popolazione africana, la parte del nord anche loro stavano uccidendo le persone a picconi quindi mi sono sentito anch’io di fare la stessa cosa”.

Dalle oltre 180 pagine della relazione psichiatrica, che venne depositata cinque anni fa nell’inchiesta, era emerso un racconto confuso, a tratti allucinato, di un immigrato sbarcato a Lampedusa, dopo aver visto morire il fratello in Africa. Quel giorno dell’11 maggio Kabobo uccise a picconate tre passanti, Ermanno MasiniDaniele Carella e Alessandro Carolè e ferì Andrea Canfora Francesco Niro. Da allora è rimasto nell’immaginario collettivo il simbolo della violenza irrazionale e incomprensibile. E’ stato condannato a 20 anni di reclusione con il riconoscimento del vizio parziale di mente e a 3 anni di casa di cura e custodia (una misura di sicurezza a pena espiata e applicata per la sua “pericolosità sociale”).

Oggi sta imparando l’italiano, studia, a partire dal programma delle scuole elementari, e lavora portando il vitto ai detenuti del 41 bis o facendo le pulizie.

Si direbbe che il suo riscatto sia iniziato, con la volontà di una integrazione che la legge suggerisce.

Come spiegato da uno dei suoi legali, l’avvocato Benedetto Ciccarone, che lo ha assistito con la collega Francesca Colasuonno, Kabobo nel carcere milanese di Opera è sottoposto ancora a cure psichiatriche, ma nel frattempo, come prevedono i programmi di recupero dei detenuti, svolge alcuni lavori nella casa di reclusione. Il ghanese, tra l’altro, è stato condannato anche ad altri otto anni di carcere per aver ferito altre due persone quel mattino, ma nei prossimi mesi dovrebbe tenersi a Milano un cosiddetto ‘incidente di esecuzione‘ per applicare la continuazione tra i reati di omicidio e tentato omicidio e che porterebbe a uno ‘sconto’ sul cumulo delle pene.

Difficile perdonare, difficile dimenticare la paura, difficile giustificare. Il gesto di una violenza inaudita, i morti senza un perché hanno comunque il diritto della memoria e del dolore. E se Kabobo rappresenta visivamente e sostanzialmente il disagio di un immigrato clandestino e del suo dramma umano, allora non è sufficiente chiudere o aprire i porti, ma occorre capire i tanti perché di un’umanità in fuga. Se il mondo è ancora una comunità umana.

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