Sopravvive l’anima industriale di Greco che ancora dà occupazione

Milano

Milano 19 Gennaio – Invisibili, ma non scomparsi. Gli operai, a Milano, ci sono ancora. Perché in città, — proprio in città, non soltanto nei dintorni — ci sono ancora le fabbriche. Piccole, a loro volta quasi del tutto mimetizzate nel paesaggio di uffici, magazzini e condomini, ma ci sono. Al chiuso di quei capannoni che confinano con case, scuole e negozi, cicli produttivi prettamente industriali sfornano manufatti anche complessi e destinati a impieghi importanti in mezzo mondo. E, come la Lamina, teatro della tragedia di martedì sera, molte di queste «fabbrichette» si IL QUARTIERE DELL’ULTIMA INDUSTRIA concentrano nella zona Nord della città, proprio nell’area, proprio attorno alla zona Greco. Al civico 23 di via Rucellai, nel quartiere di Precotto, per esempio, poco o nulla induce a sospettare che, a poche decine di metri dalla scuola materna e del dirimpettaio condominio con piscina, 24 operai siano ogni giorno impegnati a produrre impianti per il trattamento di olii per trasformatori elettrici, gruppi vuoto e autoclavi, liofilizzatori, impianti per cavi elettrici di terra e sottomarini, materiali per l’aeronautica e le ferrovie. Tutto fabbricato in quel capannone separato dal resto del mondo soltanto da una sorta di tendaggio di plastica. «Non abbiamo mai avuto problemi con il quartiere — racconta Claudia Piazza, delegato sindacale e veterano aziendale con i suoi 37 annidi curriculum interno —. L’unico momento critico è l’uscita dei camion con i prodotti finiti. Ogni volta dobbiamo chiedere l’intervento dei vigili, mettere fuori i cartelli per avvisare e poi l’autista deve impegnarsi parecchio per uscire dal carraio». Perché via Rucellai è lunga e stretta tra due file di casette d’epoca intervallate da edifici più alti e moderni. Ma dopo la sosta al semaforo che immette su viale Monza, i manufatti stivati in quei camion prendono la rotta dello Stretto di Messina, dove l’Enel ha bisogno di monitorare i propri cavi sottomarini, vanno a integrare i circuiti frenanti prodotti dalla Brembo, quelli della Ducati o della Mv Agusta e di molte altre aziende dai marchi prestigiosi e votati all’export. Insomma, una vera fabbrica della filiera del Made in Italy racchiusa in un cortile milanese. E in questa fetta di città non è un caso isolato. C’è una distribuzione geografica che riporta inevitabilmente al grande passato industriale milanese, quando questo pezzo di territorio era tutt’uno con quello di Sesto San Giovanni. «Stalingrado»: il cuore della siderurgia, della meccanica, della chimica. Tutte le più grandi fabbriche abitavano a cavallo tra il confine comunale, con i loro altiforni, i binari che portavano i treni fin dentro i reparti e l’esercito di operai che produceva — a sua volta — un enorme indotto di vita e commerci al di fuori del perimetro aziendale. Quella storia è finita. Negli anni Ottanta i grandi gruppi hanno iniziato a sbaraccare e anche il territorio attorno ai vecchi muri delle fabbriche ha cambiato volto. «Però molte aziende medie e piccole che lavoravano nell’indotto sono rimaste — ricorda Maria Sciancati, ex segretaria della Fiom Cgil, oggi in pensione — e hanno continuato a produrre per tutti gli anni Novanta, cambiando semplicemente la destinazione dei loro semilavorati: non più a poche centinaia di metri, ma verso aziende molto più lontane». Tuttavia anche questa seconda vita dei terzisti rimasti orfani di Falcic, Pirelli e Breda è andata incontro al suo declino. Molti hanno dovuto arrendersi e cedere capannoni e aree all’incalzante edilizia metropolitana. Ma non tutti. qualcuno ha trovato la giusta alchimia tra dimensioni — sempre più piccole — e mercato ed è riuscito a resistere al terzo millennio e alle ulteriori e sempre più rapide trasformazioni. E ha saputo anche coniugare le produzioni industriali e rapporti di buon vicinato con i quartieri che, nel frattempo, sono cresciuti attorno. Lavorano qui buona parte delle migliaia di operai che le aziende dell’area metropolitana milanese ancora cercano ciclicamente. Nell’ultimo trimestre dell’anno scorso, per esempio, c’era domanda per 1.580 operai metalmeccanici, 530 per la chimica e plastica, 18o per il settore del legno e della carta, 1.240 operai per altri comparti produttivi. Qualcuno di loro trova lavoro quasi sotto casa, o quantomeno nella stessa città. Sempre in zona Greco, sono un centinaio i dipendenti della Sicon oil e gas di via della Giustizia, dove si lavora all’ingegnerizzazione e realizzazione di impianti petrolchimici destinati ai campi petroliferi di tutto il globo terracqueo. E un po’ più a Nord, al civico 12 di via Jean Jaurès, la Elettrotec dà lavoro a un’altra ventina di operai impegnati nella progettazione e produzione di apparecchi industriali per il controllo dei fluidi. Anche il comparto chimico è presente: in via Luigi Granelli è attiva la Vetro balsamo, che occupa 1go dipendenti e in via Ornato c’è la tintoria industriale Fratelli Rosina, che conta una sessantina di addetti. Lungo via Breda, costeggiando i binari della ferrovia, l’odore di Sesto San Giovanni e della sua storia operaia si fa più intenso. «Qui fino a metà anni Ottanta il sindacato metalmeccanico unitario era organizzato in “leghe” — ricorda Anna Lacorazza, operaia in pensione, oggi collaboratrice della Flom — la Lega di Gorla aveva sede in via Boiardo e e in via Breda c’erano gli uffici della la Lega di Villa San Giovanni, che comprendeva le fabbriche della zona Greco-Turro. Era un bacino enorme». Oggi quel mondo non c’è più. Ma oltre alle piccole fabbriche disperse nei quartieri, qualcosa resiste ostinatamente. Basta affacciarsi alla trattoria «La Gualdina» all’ora di pranzo. Puntuali, ogni giorno, arrivano Gennaro Casadei e Antonio Messina, in una pausa del loro lavoro al Gruppo anziani della Magneti Marelli.

 Giampiero Rossi (Corriere)

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