Di Maio e Renzi, piccoli leaderini alla conquista del potere.

Economia e Politica

Milano 29 Dicembre – Piccoli leader, abituati a pensare in piccolo, ad arrabattarsi nell’ambito ristretto dell’opportunismo, capaci di dire tanto per non fare niente, con il petto gonfio di saccente presunzione, adoratori del proprio ego.

Leaderini con la voglia matta di essere grandi leader.

Di Maio ha scoperto che il vestito grigio gli dona, gli dà quell’allure di serietà e consapevolezza del ruolo che, comunque, sono solo apparenti. Forse dovrebbe fidarsi solo della sua faccia di studente fuori corso e non parlare mai. Le sue argomentazioni sono vuote, infarcite di luoghi comuni, sanno solo rispondere alla rabbia della pancia dei suoi elettori. E se si avventura a definire una posizione, la gaffe è dietro l’angolo, meglio stare sul vago, non precisare, demandare al dopo. Intervistato dal Fatto Quotidiano, risponde in modo evasivo, inconcludente. Alla domanda “Dire che voterebbe sì nel referendum sull’uscita dall’euro è stato un autogol. Conferma il suo sì? RispondeNon mi soffermo più su questo argomento, perché dà adito solo a strumentalizzazioni. Io confido che il referendum non si debba fare, anche perché l’Europa è molto cambiata rispetto al 2013.”E ancora “Centinaia di migliaia di cittadini restano senza ius soli, anche per via del M5S. E Di Maio ribadisce “La nostra posizione è chiara sin dal 2012, serve una normativa europea in materia.” Poi le due domande fondamentali La base però dovrebbe essere il programma. “Perché lei non parla mai di lotta all’evasione fiscale? Per non turbare gli imprenditori?“In 5 anni in Parlamento abbiamo lottato tanto contro l’evasione, ma bisogna smetterla con questi pregiudizi nei confronti delle imprese, in Italia c’è gente che paga il 70 per cento di tasse ed esporta merci ovunque.” (è evidente la paura di non perdere i voti degli imprenditori amici) Va bene: il vostro programma in materia? “La chiave è la digitalizzazione, con l’incrocio delle informazioni tra le varie banche dati della Pubblica amministrazione. Poi dobbiamo sgravare le imprese di tutti questi adempimenti inutili, e smetterla con gli scudi fiscali: lo Stato non può dare il cattivo esempio”. Al lettore decifrare il pensiero Di Maio che propone anche una lotta agli sprechi e la memoria va ai conti della serva sugli scontrini al bar di inizio legislatura.

Il fallimento di Renzi è il fallimento di un uomo piccolo piccolo, che ha inteso la politica come potere nepotista e assolutista, basandosi su una capacità effimera di presentare slide da incantatore di serpenti. E invece di avere una strategia, ha finito con il distribuire mancette a destra e a manca sempre considerando gli italiani incapaci di capire dove iniziava e dove finiva la presa per il culo. Riforme fallite, bocciate dagli elettori o come la ‘riforma Madia’ sulla Pubblica amministrazione dichiarata parzialmente incostituzionale così come l’Italicum. Il Jobs Act ha subìto una revisione, con l’abolizione formale dei voucher, e, una volta finiti gli incentivi fiscali, ha perso di efficacia. Insensibilità a 360 gradi se si considera la disparità di attenzione per i migranti e quella per i terremotati. Il Giornale riferisce “Il sindaco apre la porta delle casette per terremotati. La luce del soggiorno non funziona, quella del bagno lampeggia ad intermittenza come se fosse una discoteca, la camera da letto è completamente al buio e non è possibile accendere neppure la caldaia. In terra la sporcizia la fa da padrone, le aiuole esterne gorgeggiano terra senza né piante né fiori. Sui portici i segni del cantiere appena concluso non sono stati portati via.” Forse è il momento di rottamare Renzi.

 

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