Il Comune di Milano e la maledizione dei bandi

Milano

Gliene riuscisse uno che fosse uno, festeggerebbero in Piazza. Duomo, naturalmente. Ed invece niente, Sala e Tasca, su Galleria Emmanuele non riescono a metterne a segno mezza. Ieri, in due giudizi non correlati, il Comune ha perso davanti al Tar contro “La locanda del gatto rosso” e “Il Salotto”. Entrambe erano state sfrattate dal Comune che aveva messo a gara il posto nel salotto della Milano bene dove avevano operato per anni. Motivo? Riporta Repubblica:

Per i giudici amministrativi della quarta sezione, “a fronte dei profili valorizzati dalla deliberazione della giunta comunale, in ordine alla rilevanza dei locali per la conservazione dell’identità storica della Galleria e, quindi, per la piena valorizzazione anche economica del complesso monumentale, “il parere dell’Anac contiene delle deduzioni di carattere solo generale, sicuramente condivisibili in astratto, perché dirette ad affermare il primato della gara pubblica come strumento normale di individuazione del concessionario di beni pubblici, ma che non superano, né sul piano fattuale, né su quello argomentativo, le considerazioni sviluppate dalla Giunta”.

Ci sono due letture possibili e concorrenti. La prima è che il Comune non abbia motivato adeguatamente un provvedimento comunque giusto. E sarebbe grave, perché vorrebbe dire che hanno chiesto un parere all’Anac, che non hanno capito, ed hanno agito ciecamente. Come automi, senza riflettere né applicarlo con rigore logico. E questa è la prima ipotesi. La seconda, è più sottile ed inquietante. Per salvare il Camparino si è deciso di salvare gli esercizi “storici”. Ma, per non versare ulteriore sale sulle ferite dei locali cacciati, si è deciso di non negare la storicità. Semplicemente, non la si è sottolineata. Questa mancanza ha reso la gara illegittima, per il Tar. In ogni caso, abbiamo una maggioranza che non sa fare i bandi, erede di un’altra giunta incapace di fare i bandi. Ricordiamo tutti i pasticci di quello sulle moschee. Esiste, però, un’altra considerazione da fare. E non da poco. A cosa serve l’Anac?

Se Sala e Tasca, infatti, hanno sbagliato, lo hanno fatto sulla scorta di un parere inutile, generico oltre ogni ragionevolezza e che l’Anac si poteva pure risparmiare. Se io ti chiedo: “Scusa, se faccio così, faccio bene? Devo andare a gara?” e mi viene risposto (risposta di fantasia) “E’ medianicamente epifanico che il valore della gara nella cornice normativa debba emergere come strumento di preferenza e che si configuri come pilastro insostituibile”, che dovrei pensare? Che stai facendo pura accademia, o che tu mi stia dicendo di andare a gara? Per il Tar era la prima. Ed invece di condannare l’assurdità della stessa, difendono pure Cantone e sottoposti. Cosa me ne faccio di un’autorità che non risponde alle domande e dà risposte generiche ed astratte? Gliele potevo dare anche io, e, provenendo da me, non avrebbero indotto nessuno in errore. Perché non si sarebbero dovuti fidare ciecamente. Ma ve li vedete in Comune che disattendono Cantone, facendo di testa loro, motivando il tutto con il fatto che “l’Anac faceva mera accademia”. Dai su, siamo seri. Se domani sciogliessimo l’Anac non faremmo un soldo di danno. Anzi.

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