L’ex capo dell’Eni: “In Libia Berlusconi non voleva intervenire”

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«Il premier frenava. Voleva evitare l’aumento dei flussi migratori» 

Milano 5 Agosto – Il 19 marzo del 2011 Paolo Scaroni era amministratore delegato dell’Eni. In quella veste ha assistito da molto vicino all’avvio delle operazioni militari in Libia. Al formarsi della coalizione di nazioni occidentali che poi ha lasciato il passo alla bandiera Nato e alle conseguenti operazioni che dal cielo hanno contribuito alla fine di Muhammar Gheddafi. Nel maggio dello stesso anno, cinque mesi prima della morte del Colonnello, Scaroni si recò a Bengasi per i primi contatti con il comitato di transizione.

Le dichiarazioni dell’ex capo dello Stato stanno sollevando polemiche. Secondo Giorgio Napolitano l’adesione alla guerra in Libia non derivò infatti da sue pressioni nei confronti del governo e dunque a favore delle scelte di Nicolas Sarkozy, ma si trattò di una scelta di Silvio Berlusconi.

«Già da prima del 2011 il governo Berlusconi aveva un accordo con Gheddafi mirato a una regolamentazione dei flussi di immigrati economici provenienti dall’area sub sahariana. L’accordo funzionava. Quando la Francia decise di intervenire in Libia, il supporto immediato della Gran Bretagna ha contribuito a rendere l’operazione un dato di fatto. Berlusconi era titubante.

Non era favorevole a un intervento contro Gheddafi per una serie di motivazioni. Non solo economiche. Temeva gli effetti collaterali che il nostro Paese avrebbe dovuto subire: le successive ondate di sbarchi. Esattamente quanto accade oggi. Il fatto che 3.000o 4.000 persone arrivino sulle nostre coste ogni giorno condiziona la nostra politica e condizionerà pesantemente la campagna elettorale».

Poi però concesse le basi e i velivoli e contribuì al crollo del Colonnello…

«Quando anche le altre nazioni, come Norvegia, Canada e Stati Uniti, si allinearono a Parigi e Londra Berlusconi non ebbe alternative. Nessun governo avrebbe potuto opporsi alla Nato soprattutto per difendere un regime come quello di Gheddafi. L’ondata delle cosiddette primavere arabe e i fatti di Bengasi avevano inevitabilmente cambiato il quadro geopolitico. Non so se anche Giorgio Napolitano in quel momento si spese o meno per un intervento. Ma ai fini storici non è rilevante. Non c’erano alternative per l’Italia».

Però fu un errore?

«Fu un errore il dopo Gheddafi. A novembre del 2011 di fatto la coalizione occidentale si ritirò dal Paese e pensare che dopo 43 anni di regime potesse formarsi una democrazia fu una leggerezza. Chi era fuggito all’estero prima di Gheddafi è rientrato come straniero in patria, gli altri avevano conosciuto soltanto lui. Poi il quadro è andato complicandosi con la presenza del Qatar e il sostegno dell’Egitto nei confronti dei militari di Bengasi. Tant’è che la Libia si è immediatamente spaccata e ora -Io dico perché ho molti conoscenti libici -sono tanti coloro che rimpiangono il passato. Se non per altro, perché creava stabilità. A distanza di sei anni il caos continua».

Dunque la mossa di Emmanuel Macron è stata giusta?

«Una premessa. L’Italia nel 1912 ha preso tre pezzi dell’Impero Ottomano e li ha conservati separati fino al 1934. Queste regioni sono state tenute insieme prima dall’occupazione inglese, poi da Gheddafi senza il quale le tendenze separatiste delle due regioni principali, Tripolitania e Cirenaica, sarebbero comunque esplose».

Quindi Parigi si sta muovendo con intelligenza?

«Il presidente francese ha invitato allo stesso tavolo Fayez Al Sarraj, rappresentante del governo di Tripoli, e il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica. Macron ha capito che bisogna trattare con entrambi. Da troppo tempo l’Italia e le altre nazioni occidentali hanno scelto di avere come interlocutore solo Al Sarraj. Sarebbe invece il caso di rivedere la posizione perché quest’ultimo controlla la Trìpolitania molto meno di quanto Haftar faccia con la Cirenaica. E questo per noi è fondamentale».

In che senso?

«I flussi migratori passano dalla Tripolitania e lì serve un vero leader riconosciuto. Un politico in grado di gestire la capitale. Ma lo dico dall’esterno, perché bisogna essere consapevoli che queste decisioni sono estremamente complesse».

Sembra di capire che sarebbe favorevole a una spaccatura in due della Libia. Due nuovi Stati?

«Non è la soluzione che auspico. Ma se servisse per dare stabilità potrebbe essere presa in considerazione. In fondo nella realtà tribale Tripoli e Bengasi sono realtà a sé stanti» .

Claudio Antonelli (La Verità)

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