Potere d’acquisto reale: L’Italia agli ultimi posti

Milano 2 Agosto – Tra le promesse di Matteo Renzi, a lungo raccontate in talk-show e direzioni nazionali del Partito Democratico, ricordiamo tutti le parole sulla pressione fiscale: “io sono quello che le tasse le ha abbassate”. In tanti si sono interrogati se la dichiarazione fosse vera, scomodando economisti, professori e commentatori. Ma in pochi si sono chiesti se le misure promosse da Renzi abbiano in qualche modo permesso alla classe lavoratrice e imprenditoriale di poter effettivamente vivere meglio. Cosa significa vivere meglio? Per chiunque si occupi di economia, il benessere di una società è misurato da molti fattori, spesso diversi tra loro, che concorrono nel realizzare la migliore condizione per cittadini, lavoratori e imprenditori.

Ora, resta da capire se i cittadini italiani, grazie ai bonus, ai promessi tagli e alle politiche renziane, abbiano effettivamente beneficiato di migliori condizioni. Un elemento di approfondimento viene, in questi giorni, dal report sulla tassazione dei lavoratori, preparato dall’ Institut économique Molinari che partecipa al progetto pan-europeo di Epicenter, servizio di informazione sulle politiche economiche pubbliche dei Paesi europei.

Ebbene, secondo questo importante studio, ogni lavoratore italiano ha visto il suo potere di acquisto reale diminuire maggiormente rispetto ad altri concittadini europei. Significa, semplicemente, che per colpa delle tasse e dei nuovi costi occulti (si pensi all’incremento dell’Iva, i contributi sociali, le tasse sul reddito), ogni cittadino ha potuto spendere meno per prodotti o servizi. Dal 2010, il Real Tax Rate è incrementato di oltre 5 punti percentuali.

“Non si tratta solo di un problema di tasse – sottolinea Giovanni Caccavello, research fellow di Epicenter – è importante infatti ricordare quanto un datore di lavoro in Italia debba sborsare in termini di costi, rispetto al potere di acquisto del dipendente. Ad esempio – prosegue Caccavello – se un datore di lavoro vuole garantire a un suo lavoratore un potere d’acquisto reale di 100 euro, dovrà sborsarne oltre 200. Davvero troppo”.

Non siamo però soli, anche se non appare consolatorio, è bene ricordare che nella stessa condizione rientrano anche Germania e Ungheria, dove, tuttavia, la pressione fiscale complessiva è comunque inferiore e in diminuzione costante.

Insomma, non solo l’Italia, ma buona parte dell’Europa sembra non passarsela benissimo. Tra aumento dei costi, la riduzione dei servizi e l’aumento della spesa pubblica il trend risulta sempre più preoccupante. A questo si aggiunge la concorrenza delle regioni emergenti, specialmente sud-est asiatico e Cina, sempre più capaci di attrarre imprese, generare produzione e tecnologia e mettersi in concorrenza con i Paesi più “rilevanti” della storia economica mondiale. Uno scenario con cui i policy makers dovranno fare i conti se non vorranno trovarsi, in un periodo di medio-lungo termine, in un continente demograficamente sempre più vecchio, iper-tassato e pronto, se non si interverrà, a implodere su se stesso.

Elisa Serafini (L’Opinione)

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Autore: Milano Post

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