Sala, il sindaco distratto, rischia la condanna ma sogna Palazzo Chigi

Milano

Primo cittadino di una Milano assediata dai clandestini, anziché amministrare preferisce fare politica da alfiere della sinistra Tende a pasticciare, come dimostrano la casa dimenticata nell’autocertificazione dei redditi e le pendenze giudiziarie per l’Expo.

Milano 9 Luglio – Di fronte all’attivismo di Giuseppe Sala viene da sussurrargli, chi troppo in alto sal cade sovente, precipitevolissimevolmente.

Perché smania tanto il sindaco di Milano, come se non gli bastasse il peso della carica? Milano è città complessa. Distraendosi, si fa presto a perderne il polso. Per chi arriva, la stazione centrale è un invito a girare i tacchi e riprendere il treno. La piazza è un angiporto e via Pisani un agglomerato di senza tetto. Vivo a Roma e di degrado so tutto. Mi creda perciò se le dico, signor sindaco, che anche dalle sue parti c’è un sacco da fare. Sala invece di amministrare si butta in politica. Gli esegeti dicono che con l’uscita recente sul Corsera si è offerto di guidare il Pd. Lo ha fatto però ambiguamente per battere in ritirata se non funziona. lntanto, si è capito che Matteo Renzi, al quale deve la poltrona, gli piace sempre meno; sprezza Giuliano Pìsapia, suo predecessore in municipio, che non considera un’alternativa valida; giudica giustamente bolliti Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema. Quindi, a quanto pare, sotto sotto, si propone come alfiere della sinistra. Non domani ma nell’immediato. Si aggiunge così al corteo di manager in disarmo con velleità politiche, Corrado Passera, Stefano Parisi, ecc. Hanno fallito tutti, Sala: ci pensi prima di diventare patetico anche lei. Non voleva ripristinare a Milano canali e navigli  come negli anni Venti del secolo scorso quando era la Venezia padana? Si concentri, se crede, nel progetto e ci eviti la scena grottesca di sfilare con la mamma novantenne povera donna -per incoraggiare l’arrivo di immigrati di cui la sua città già scoppia.

LA SCENEGGIATA CON I MIGRANTI

Mi riferisco, è ovvio, alla manifestazione pro barconi del 20 maggio, voluta da Sala e con Sala in testa. Mentre Renzi, che era in città per robe sue, non si è fatto vedere. Una sceneggiata imbandita dal sindaco per mostrarsi di sinistra. E il suo punto debole, tanto è improbabile nei panni progressisti: per le case e le ville che possiede, i soldi in banca, le frequentazioni altolocate e il suo passato di braccio destro della berlusconiana, Letizia Moratti. Comunque, ha voluto pavoneggiarsi a tutti i costi anche se il giorno prima uno sbandato della stazione aveva accoltellato due militari e un poliziotto. «Ma il delinquente è italiano», ha obiettato Sala al governatore Bobo Maroni che gli chiedeva di annullare la kermesse. «Che c’entrano gli immigrati?». L’italiano tale Ismail Tommaso Ben Youssef Hosni – è figlio di un’italiana e un tunisino. Cioè, un immigrato di seconda generazione che qui non ha trovato un ubi consistam, nonostante ci sia nato. Identico ai «belgi» della mattanza di Parigi al Bataclan. Ai più, sarebbe sembrato un ammonimento sui frutti futuri dell’invasione in atto. Non a Sala che non ci ha visto nessuna relazione. Al petulante Maroni che insisteva per bloccare la sfilata, Sala ha dato una risposta da padre comboniano: «Tutti a farsi il selfie col Papa quando è venuto a Milano (25 marzo 2017, ndr). Salvo dimenticarsi all’istante l’insegnamento del Santo Padre sull’accoglienza». Una replica papista che colloca Sala nella galleria dei baciapile cattopiddini. I Sergio Mattarella, i Romano Prodi, i Paolo Gentiloni che giurano sulla Costituzione ma si genuflettono alle encicliche.

HABITUÉ DELLE NOZZE

Non che il cinquantanovenne Sala sia un santarellino. Si è sposato tre volte, una sola in chiesa, e tre volte ha divorziato. Pare che stia per risposarsi una quarta volta con Chiara, la figlia quarantasettenne di Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo.

Un bel passepartout per i migliori ambienti meneghini dove già Sala nuotava benino. Ora ci sguazza. Manca al grande passo solo il divorzio della signora da un avvocato. Grande passo si fa per dire perché, quando lo fai quattro volte, è ormai la tua andatura normale. Questa ripetitività nelle nozze saliane, si presta a due interpretazioni. Da un lato, un’inclinazione alla recidiva nell’errore, segno di ostinazione. Come il generale Luigi Cadorna che s’intestardì con 12 battaglie sull’Isonzo perdendole tutte. La storia lo ricorda come crapùn ma non gli si può negare carattere. Lo stesso nerbo dimostra Sala nel reiterare le sue caporetto matrimoniali. L’insistenza, tuttavia, potrebbe essere anche segno di incertezza, brancolamento, addirittura immaturità.

MISTER EXPO

Beppe ha, in effetti, una tendenza a pasticciare. Tutti sanno che deve la sua fama all’Expo universale del 2015 di cui era responsabile e che ha portato a termine con successo. E uscito da quella difficile avventura con solo un paio di pendenze giudiziarie per avere -presuntivamente -retrodatato l’assegnazione di un appalto e forse falsato l’asta di 6.000 piante che ornavano la fiera. Bazzecole rispetto alle palanche in gioco. Ma anche qui, perché si distrae con la politica se dovrà affrontare un processo? Deve stare attento ad affastellare perché, come ho detto, va in confusione. Ho già accennato che ha diverse magioni. Diventato commissario dell’Expo e facendo l’autocertificazione dei propri redditi ha omesso la proprietà di una casa a St. Moritz. «L’ho dimenticata», ha detto una volta beccato, «ma le tasse le ho pagate». L’illecito penale è stato escluso, resta quello amministrativo. Ha una villa a Zoagli, sul golfo del Tigullio, che pare abbia abbellita grazie ai servigi di un noto architetto che lavorava per lui all’Expo. Idem, avrebbe fatto per il suo appartamento milanese a Brera. Ovviamente, si è sospettato il do ut des tra favore privato e committenza pubblica. Beppe ha smentito, la stampa ha ribadito e tutto è finito in fumo. Appannandone l’immagine.

I 18 ANNI IN PIRELLI

Un’altra stranezza di Sala è che Sala erano tanto il padre che la madre. Gino Sala, il babbo era mobiliere a Varedo(Monza) dove il ragazzo, figlio unico, è cresciuto. Stefania Sala, la mamma, gli ha impartito un’ educazione cattolica e il clima di famiglia era dc. Lui, da quanto ha detto recentemente, è sempre stato comunista. Pci prima e poi le altre sigle. Per anni, non l’ha dato a capire. Laureato in economia alla Bocconi (1983), è entrato in Pirelli e nelle grazie del capo, Marco Tronchetti Provera. Neha seguito la scia per 18 anni, diventando ad del settore pneumatici e primo assistente di Tronchetti quando acquisì Telecom. Poi, caldamente raccomandato da Bruno Ermolli, della corte del Cav, passò al seguito di Letizia Moratti, negli anni in cui fu sindaco di Milano (2006-2011). Uomo di fiducia della nobildonna, è stato prima direttore generale del Comune. Poi, su sua indicazione, fu distaccato all’Expo per prepararla. Fin qui, tutti avrebbero messo la mano sul fuoco che fosse di centrodestra. In ogni caso, era certamente la collocazione del suo portafoglio che ai tempi d’oro di Tronchetti rigurgitava di 2 ,2 milioni l’anno per poi attestarsi con l’Expo sui 400 mila.

PREMIATO DA LETTA

Il passaggio visivo alla sinistra spiritualmente, come sappiamo, lo era dall’embrione -avvenne quando il premier Enrico Letta, lo nominò nel 2013 commissario dell’Expo. Il sinistrismo si è accentuato con l’apparizione di Renzi e la sua inclusione nella cerchia fiorentina. A incatenarlo definitivamente con gli affetti all’ovile ritrovato è stata infine la figlia del banchiere, che è a sua volta manager della Feltrinelli, quintessenza del progressismo colto e borghese. Viva el pueblo, vivan los trabajadores.

di GIANCARLO PERNA (La Verità)

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