E’ tutto un fake, no?

Politica

Milano 17 Giugno – Tanto per parlare di notizie fake, il premier britannico May ha così perso le elezioni da stravincerle e superare il laburista Corbyn che pure è arrivato a eguagliare il risultato che nel 2001 diede al suo predecessore Blair la vittoria del 2001. La verità così che anche in discesa i Tory battono il miglior Labour. I media sono diventati così, come la pubblicità che per mission mente sapendo di doverlo fare. Come tutti  i mulini candidi che mostrano campagne irreali senza merda mai alludendo un momento  alla serialità industriale conserviera che sta dietro tutti i sacchetti di croissant e biscotti a lunga percorrenza. Ci si inventa di tutto, anche incontri fatti per stranire l’elettorato populista dei grillini, con una equipe di vecchi volponi  le cui espressioni ingenue stanno lì a difendere la libertà creativa di immaginare l’intercettazione che magari arriverà su ordinazione. Nel frattempo si incrementa l’elenco della stampa martoriata, repressa e vilipesa, potremmo dire femminicidata. Ultimi della fila, i giornalisti di Sperlonga, più che minacciati, insultati dai proprietari, e familiari dell’albergo abusivo requisito che apparteneva al sindaco arrestato nella ridente località balneare laziale.  E’ buffo che per le stime degli osservatori sulla libertà di stampa, la morte inflitta a giornalisti in Asia, Africa e Sudamerica sia accostabile agli insulti di gente magari colpevole, comunque incarcerata, eppure martellata day by day dal mix accusatorio – mediatico. E’ un po’ come la costruzione del vasto cappello del sexual harassament che include un po’ di tutto dall’ammiccamento a distanza fino allo stupro collettivo. Media, giustizia e pubblicità  devono essere così fake. Lasche al punto giusto da poter premiare un noto attore che si impossessa di un  isolotto protettissimo e punire i burini di una brutta costruzione abusiva oppure con un altro colpo di coda glorificare un ex sindco che su alberghi spiaggiati ha costruito la sua  fortuna politica. L’ultima, veramente fantastica, è l’invenzione del populismo buono del presidente francese Macron, diventato nel racconto mediatico un neosovranista, giovane dio distruttore dei due partiti storici francesi. Una vignetta che racconta il deja vu della vicenda del nostro Renzi, nato rottamatore dei vecchi piccisti, diavolacci che avevano all’epoca, da tempo consegnato anime e bagagli ai propri demoni. Fattosi l’abito su misura da rottamatore innovatore, Renzi ha proseguito l’opera dei predecessori smatellando guarentigie e privilegi dei ceto medio bassi, per finire screditato ancor più di loro. Anche Macron finora si era reso noto per la stessa trovata legislativa in un paese pieno di guarentigie ancora più ricche ed estese, lungo le note 35 ore settimanali di lavoro per tutti. Non ha nulla del populista, il Macron, di rutelliana memoria, come non ne aveva il rignanese. Se entrambi finiscono per venire sollevati, e riabbassati, sulle grandi onde convergenti di conservatori e progressisti, non dipende da loro ma dalla grande Storia che la Germania ha anticipato da un decennio. Finita la guerra fredda ideologica, conservatori\postdemocristiani e progressisti\socialisti si sono incamminati verso l’inevitabile unione. Non ci sono destre o sinistre, ma solo ricchi e diversamente ricchi, pisapii e grilli. Tra le pieghe delle bugie vere dei giornali e le verità fake dei buffoni da strada, le parole spesso, freudianamente, esprimono di più di quanto non si vorrebbe. La parola scelta da Cgil per la manifestazione contro il ritorno del voucher già cancellato dal governo per impedirle di tenere un referendum contro l’istituto, è “rispetto”. Non giustizia, non equità, non lotta di classe, non onestà. Come potrebbe l’ex sindacato comunista accusare il governo di disonestà, classismo, delinquenza politica quando in questo governo siedono tre dei suoi ex segretari confederali e di categoria? Come potrebbe alzare la voce oltre un tanto questo sindacato che nelle ultime esibizioni di conflittualità militante è riuscito a danneggiare migliaia di lavoratori della capitale fino a perderli del tutto? Allora chiede solo rispetto. Quella parola che era lo scudo nei primi trent’anni della repubblica dei mafiosi che davanti a tutte le accuse di eversione, pizzo, omicidio, medievalismo tradizionalista la ponevano a scudo, usbergo di una cultura che non doveva estinguersi. Senza difesa razionale, i mafiosi pretendevano rispetto per cosa e come erano. Dopo tanti lavacri e purghe mentali, Cgil chiede rispetto. E non lo merita perché ha fatto barricate a difesa dei lavoratori delle cittadelle, lasciando gli altri in balia della peste e dei lupi. Per poi abbandonare anche le cittadelle quando hanno governato i suoi. E finire ad usare le stesse parole degli infami. Una sua vecchia segretaria, nascosta come la sua laurea sotto un’apparente parruccona rossa, oggi fa il ministro. Ed è finita al centro di un’aggressione fisica insaporita di femminicidio, ministricidio, democraticidio e politicidio, ad opera del gruppo dei maneschi deputati leghisti che le sarebbero venuti incontro con i bastoni delle bandiere come faceva il servizio d’ordine Cgil con gli indiani metropolitani. Fin qui il fake d’ordinanza. La realtà meschinedda è quella di un meschino presidente che cambia di soppiatto l’ordine dei lavori per mettere in votazione una legge controversa in barba alla cucina del calendario dei lavori parlamentari, abitualmente concordato politicamente. Presidente e maggioranza se ne fregano con l’inganno; gli oppositori cercano di farsi espellere per provocare la sospensione dei lavori; il meschino presidente, preso dai gorghi di Verga, caccia dall’aula ma non espelle per arrivare al voto a qualunque costo e gli oppositori occupano le seggiole riservate ai ministri, di solito vuote per assenteismo formale. Finisce nel parapiglia avvilente dei commessi che portano via tutti e tutto, incluso la ministra. Di vero resta la propensione al piccolo imbroglio dei massini vertici istituzionali. Ma è tutto un fake, no?

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