Milano capitale morale dell’insicurezza

Milano

Milano 25 Aprile – Notizie dalla capitale morale d’Italia trasformata nella capitale dell’immigrazione. Venerdì pomeriggio un cosiddetto richiedente asilo, cioè un clandestino che grazie a una legge buonista può dichiararsi perseguitato e approfittare dei ritardi della nostra burocrazia, ha aggredito un militare impegnato nel servizio «Strade sicure». Il senegalese di 27 anni, con precedenti per droga e problemi psichici, ma con regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari, nei pressi della stazione di Milano ha cercato di strappare dalle mani dell’uomo in divisa il fucile che questi imbracciava. La colluttazione, senza il sangue freddo dei soldati, sarebbe potuta finire male, ma grazie al cielo si è risolta solo con qualche ferito lieve. E però il trambusto ha attirato l’attenzione di altri richiedenti asilo, cioè clandestini, i quali in pochi istanti hanno circondato la pattuglia, a cui nel frattempo si erano aggiunti un paio di carabinieri.

Un’istantanea scattata con il telefono da un palazzo vicino ritrae la scena nel piazzale antistante la stazione Centrale. Si vedono i militari con attorno un centinaio di stranieri e le intenzioni dei cosiddetti profughi sembrano tutt’altro che pacifiche. Alla fine, dopo l’intervento di diverse pattuglie chiamate a rinforzo, per impedire che il senegalese, con permesso di soggiorno ma voglia di menare le mani, fosse strappato alle forze dell’ordine dal gruppo di manifestanti,un soldato è finito in ospedale con una ferita a una mano, mentre un carabiniere è rimasto contuso, ma non gravemente.

Nessuno può dire con certezza che cosa avrebbe voluto fare il ventisettenne senegalese con l’arma che intendeva strappare al militare, ma certo il fucile non lo voleva prendere per farsi una passeggiata. Tuttavia, dopo i fatti di terrorismo degli ultimi mesi, a spaventare non è neppure l’idea che in pieno giorno, in una zona densamente frequentata da viaggiatori e lavoratori, un uomo fuori controllo abbia cercato di impadronirsi di un mitra. No, ciò che allarma non è il ricordo del recente agguato sugli Champs Elysees e neppure di Adam Kabobo, il ghanese che sempre a Milano uccise a picconate tre persone che ebbero il solo torto di trovarsi nella mattina dell’11  maggio di quattro anni fa sulla sua strada. A suscitare attenzione è la notizia che, per difendere l’aggressore, un centinaio di stranieri, presumibilmente profughi come il senegalese, abbiano circondato i militari con intenzioni bellicose. I richiedenti asilo non si sono fermati di fronte alle divise e neppure hanno avuto il rispetto della legge. Loro erano pronti a liberare con la forza l’amico fermato dalle forze dell’ordine.

Tuttavia, se qualcuno non avesse ancora la consapevolezza di ciò che accade nella capitale dell’immigrazione, basterebbe attingere ad altri fatti di cronaca accaduti nelle stesse ore. Venerdì notte, quattro amici che avevano tirato tardi dalle parti della stazione di Porta Genova, non molto lontano dalla zona dovei giovani si ritrovano la sera, sono stati circondati da un gruppo di nordafricani e rapinati di telefonini e orologi. E a dimostrazione di che razza di traffici circolino attorno all’ex capitale morale, ieri gli agenti hanno arrestato un certo Miro Rizvnovic Niemeir, che nascondeva cento chili di cocaina. Il bosniaco, a quanto pare, si accingeva a venderli a una banda di albanesi, ma la polizia è arrivata prima degli acquirenti. Ovviamente la faccenda del trafficante è molto diversa da quella del migrante che voleva strappare di mano al soldato il mitragliatore. Ma è pur vero che entrambe, anzi tutte e tre, sono lati della stesso problema e concorrono a dare un’immagine di insicurezza di quella che un tempo era considerata la città più sicura d’Italia. Soprattutto, contribuiscono a dare l’idea non solo di una situazione che rischia di scappare presto di mano, ma di una criminalità di importazione di cui gli italiani credo farebbero volentieri a meno. Nessuno infatti intende sostenere che chi è nato dalle nostre parti (Maurizio Crozza sarà contento della citazione), per il fatto di essere italiano, sia necessariamente uno stinco di santo. Tutt’altro. Ma non si capisce perché, dovendo fare i conti con gli sbandati e i criminali di casa nostra, dobbiamo importarne anche altri, aprendo le porte a una massa di stranieri di cui non conosciamo nulla, neppure il certificato penale. Il nostro è un eccesso di buonsenso? Può darsi, ma ci sono troppi politici che a forza di parlare hanno perso il senso delle cose e dunque, nei loro esili dorati, insistono a discutere di accoglienza, senza rendersi conto che troppo spesso fa rima con delinquenza.

Maurizio Belpietro (La Verità)

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