Un racconto di Natale “Grazie, papà”

Cultura e spettacolo Le storie di Nene

Milano 25 Dicembre

 “Come una candela ne accende

un’altra e così si trovano accese

migliaia di candele, allo stesso

modo un cuore ne accende un

altro e così migliaia di cuori

si accendono”

Lev Nikolaevic Tolstoj (1822-1910)

La mia era una famiglia felice, nonostante tutto. Nonostante papà fosse emigrato in Francia per mantenere quattro figli e mamma cercasse in tutti i modi di moltiplicare i soldi, accettando tutti gli straordinari possibili alla Manifattura Tabacchi dove lavorava.

In quel paese friulano, Codroipo, piccolo e aggraziato, la vita era dura per tutti. Papà aveva piantato un fico davanti alla casa, prima di partire. Io, tutte le mattine misuravo mentalmente la crescita della pianta, quasi che quella crescita misurasse il tempo della lontananza e il ritorno fosse sempre più vicino. Idee da bambina. Perché mio padre, non solo ascoltava le parole, ma sapeva leggere i gesti dei propri figli e la tenerezza era nella sua voce e la gioia di rivederci non poteva essere rinchiusa in un abbraccio, tanto era grande.

Mio padre era forte e invincibile. Con mio padre tutto diventava allegro e non si stancava mai di raccontare le favole che, reinterpretate, diventavano lunghissime nelle serate d’inverno.

Mio padre morì nel 1958 ed io avevo 10 anni. Ho ricordi molto nitidi. Davanti alla bara, la voce di mia madre era fioca. Mi stringeva senza parole, perché c’erano molti pensieri in quel gesto che voleva trasmettermi conforto e sicurezza.

“L’eterno riposo dona loro, oh Signore e splenda ad essi la luce perpetua” Per la prima volta, forse, collocai ogni parola nella mia testa con un significato. Non erano una cantilena, le preghiere.

“Papà era stanco, molto stanco e aveva bisogno di riposo in quel posto magico che è il Paradiso dove il sole splende sempre perché si è felici” Questo il significato, misterioso. Se avessi potuto, chiudendo gli occhi e trattenendo il respiro, morire, lo avrei fatto. Poi la vita riprese, con un ritmo più lento e il pensiero di un padre che, comunque, sentivo accanto quando, seduta sui gradini della casa, la testa tra le mani, gli raccontavo la mia giornata.

In certe sere, sentivo il profumo del mare. Il rumore dei treni scandiva il tempo. I treni passavano vicino alla casa e lasciavano dietro pensieri e rimpianti.

Durante il giorno, dopo la scuola, giocavamo con l’unica bambola per tre sorelle. Io ero la più piccola e la più coccolata. Avevo desideri nascosti che il pudore e la timidezza mi impedivano di dichiarare.

A Dicembre Codroipo brillava di luci e colori: le strade e le case erano addobbate a festa e tutti aspettavano con ansia e fiducia l’arrivo di Gesù bambino. Ogni anno con costanza e precisione esprimevo in una lettera i miei desideri: una bambola nuova, grande e gli stivali di gomma.

Davanti all’unico negozio-bazar del paese, il naso incollato al vetro e gli occhi spalancati per lo stupore davanti a tanta meraviglia, ammiravo gli oggetti desiderati e pensavo: “Gesù, non puoi tradirmi anche quest’anno. Sono stata brava, ho fatto sempre i compiti, ho aiutato la mamma, e non ho fatto capricci”.

Ma ogni anno mi dicevano “Porta pazienza. Gesù ha finito i soldi prima di arrivare a casa nostra. Sarà per l’anno venturo”. Ma quell’ anno, il 1958 doveva essere un anno da ricordare. “Per questo Natale –pensai- in Paradiso ho un alleato, il mio papà. Il mio papà guiderà Gesù Bambino a scegliere i regali per me.”

La Maestra ci aveva spiegato che il Paradiso era grande quanto il cielo e che, dalle nuvole, Gesù poteva osservare e vedere tutti i negozi del mondo. In Paradiso, poi, migliaia di angeli venivano impegnati per l’acquisto e la consegna dei regali ai bambini buoni della Terra. “Ma con tanti bambini al mondo, qualche errore può succedere” dicevano.

“Papà –pregai- parla con Gesù e guida l’angelo fino a Codroipo “ E per essere più sicura, scrissi di nascosto una lettera anche al papà e la misi sulla sua tomba, sotto un sasso accanto al vaso dei ciclamini. Chiesi, alla sera della vigilia, di lasciare la luce accesa. Aspettai con un’ ansia indescrivibile l’arrivo del giorno.

E fu così che, in quel Natale, sotto l’albero trovai una bambola nuova bionda, grande, con gli occhi che si aprivano e chiudevano, con un vestito a quadretti bianchi e rossi. Accanto un paio di stivali di gomma, proprio quelli esposti al bazar.

Ero talmente emozionata che non riuscivo a toccarli, quei regali. Mio padre non mi aveva tradito. Lo sentii, ad un tratto, vicino e sorrisi, complice e felice, per il “nostro”segreto.

Molto tempo dopo scoprii la partecipazione e l’affetto del paese intero, in quel lontano Natale.

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Da “I racconti di Natale” di Nene Ferrandi

 

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