Dobbiamo salvare Caravaggio dalla censura-referenzum

Economia e Politica

Milano 13 Ottobre – Il critico d’arte Tomaso Montanari ha spesso sfruttato l’immagine di Caravaggio – l’ultimo grande “mito romantico” dell’artista maledetto – per dare vita a un’invettiva civile. Lo ha fatto qualche anno fa nel suo libro La madre dei Caravaggio è sempre incinta, in cui criticava aspramente il giornalismo storico-artistico e la sua morte causata dal marketing e dalle tante “bufale”, come quella dei disegni mai visti di Caravaggio ritrovati a Milano. Poco stupisce che sia stato proprio Montanari a produrre un documentario su questa emblematica figura che sarebbe dovuto andare in onda sui canali Raiin autunno.

Il programma su quello che lo stesso critico definisce «padre dell’arte moderna» non potrà però essere trasmesso sulla rete nazionale prima del 4 dicembre proprio per colpa dell’ideatore della serie che si è sempre apertamente schierato per il no al referendum costituzionale. Ecco allora che Caravaggio diventa ancora una volta fulcro di una denuncia sociale, questa volta ai danni del governo. Secondo Tomaso Montanari che ha espresso il suo disappunto per la decisione presa dalla Rai nel suo blog per l’Huffington Post, «dovremmo allora chiederci se sia giusto mandare in onda i film di Benigni, o anche solo la sua faccia». La cultura si trova «amputata» dal referendum e il presidente del Consiglio «non prova nemmeno a distinguere il suo ruolo istituzionale da quello di capo di una parte». Possiamo davvero giustificare la scelta di mettere nel cassetto un documentario sull’arte per paura di “messaggi subliminali” che diano indicazioni di voto? Pur avendo sottolineato le ombre nella figura di Caravaggio che Montanari definisce «lontano dall’essere uno yesman», può il critico d’arte trasformare un documentario sulla vita del pittore in un manifesto di propaganda? Questo accanimento appare quasi grottesco. È impossibile chiedere all’arte di essere completamente disgiunta dalle problematiche sociali, ma è altrettanto ridicolo dare a quest’ultima un ruolo così determinante. Siamo circondati da talk politici in cui si cerca di far valere una ragione sopra un’altra, ma blocchiamo un documentario culturale perché rischierebbe di favorire troppo il no. È naturale chiedersi se allo stesso trattamento sarebbe stato soggetto un produttore schierato per il sì. O forse sono proprio l’arte e la cultura a far paura?

Mariella Baroli (L’Intraprendente)

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