A Milano si esportano talenti e si importano disgraziati

Milano

Milano 7 Ottobre – Questo articolo ha due premesse. La prima sono i dati che dimostrano, impietosamente, come una ogni anno una città della grandezza di Pavia (anzi ben più grande, a dirla tutta) prenda cappello e se ne vada dall’Italia, in cerca di fortuna. Centomila persone. imageNel 2015, il record di 106 mila. La seconda è di quanto ingannevole sia il termine disgraziati, usato nel titolo per descrivere i richiedenti asilo. Le due cose si legano nella città di Milano, una delle prime esportatrici di capitale umano ed importatrici di nuovo “risorse” come ama chiamarle la Boldrini. È il crocevia di un fenomeno allucinante che, però, va chiarito. Pena cominciare a rincorrere fantasmi di grandi cospirazioni mondiali o atroci complotti che mirano a farci sparire dalla terra. Sono cose in parte già dette, ma spesso sottaciute per convenienza di tutte le parti.

In principio. In principio erano gli immigrati. Al crollo del muro, dall’Est. Al volgere del millennio da tutto il mondo. Perchè da qui si poteva entrare più facilmente in Europa e, dopotutto, il clima era cambiato. Non erano profughi. Di solito. Erano lavoratori che volevano costruirsi il proprio domani. Qualcosa si è rotto con le Primavere Arabe, ma è un epifenomeno. Il grande fenomeno che vi sta dietro è stato il decennio del super petrolio, dieci anni scarsi di materie prime galoppanti che hanno consentito ai paesi Africani di accumulare, pur tra mille contraddizioni una certa ricchezza. Che si è tradotta nella legittima aspirazione a vivere meglio. Ed ad inviarci i propri figli. Quindi un ceto sociale che si collocava tra il proletariato e la borghesia che mandava i propri figli qui a cercare fortuna. Sono questi i figli d’Africa e dell’Oriente che arrivano qui, oggi. Un’avanguardia che cerca lavoro ed opportunità.

Ovviamente noi non abbiamo capito nulla. Come non abbiamo capito nulla di cosa voglia l’élite che abbiamo pagato fior di quattrini per formare. I ragazzi che abbia istruito e che abbiamo contribuito a far diventare un vanto. E che ora, pure lei, prende cappello e si rivolge a paesi come Germania ed Inghilterra, in cerca di opportunità e sviluppo. Notate una cosa curiosa. Non cercano più welfare, anzi cercano meno tasse, economie più sviluppate e sistemi che tutelino meno meno persone. Strano, vero? A riprova del fatto che queste élite, pur partendo da orizzonti molto diversi puntano alla stessa cosa, va detto che l’ondata che arriva qui tutti i giorni, solo in minima parte vuol fermarsi. La maggior parte vuol proseguire. Non li attira una lunga villeggiatura. Loro vogliono produrre. E qui arriviamo al punto di incontro tra i fenomeni.

Se avessimo uno Stato che la smettesse di farsi i fatti altrui per concentrarsi sui propri doveri (tra cui garantire la sicurezza dei confini, a Sud, e la libera circolazione degli individui, a Nord) avremmo immigrazione di maggior qualità (stanziale) e meno emigrazione. Qui arriverebbe chi vuol produrre, e chi tra i nostri vuol rischiare lo farebbe più volentieri. Invece ci siamo concentrati sull’idea che gli immigrati ci dovrebbero mantenere e che i talenti hanno la medesima funzione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. E non mi pare positivo.

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