Maryan Ismail da musulmana ex PD, spiega le scelte del PD per un Islam radicale, a Milano

Milano

Milano 20 Luglio – Maryan Ismail, antropologa, è una donna di sinistra. A lungo militante e pure dirigente del Pd milanese, dopo le Amministrative ha lasciato il partito, in polemica con alcune scelte della dirigenza locale. Scelte legate all’islam. Già, perché Maryan è una musulmana sufi, rappresentante della comunità somala. Suo fratello è stato ucciso dai jihadisti di al-Shabaab. E lei – da tempo impegnata per un cambiamento all’interno del mondo islamico, a partire dalla condanna del terrorismo – non ha potuto tollerare che il Pd desse la precedenza al dialogo con rappresentanti di un islam politico intransigente. Prima di iniziare la conversazione con Libero, afferma con una certa decisione che il titolo «Bastardi islamici» non le è piaciuto affatto. E ci tiene a precisare che lei resta convintamente di sinistra, anche se questa mattina a Milano parteciperà a una conferenza stampa assieme a Stefano Parisi, già candidato sindaco del centrodestra.

Nei giorni scorsi il ministro Alfano ha annunciato l’ apertura di un confronto con le comunità islamiche italiane. Un confronto a cui anche lei parteciperà. Da parte vostra, dei musulmani, c’è la volontà di raggiungere un’ intesa?
«Parlo per me: la mia volontà è quella di trovare un’ intesa. Non è utile: è necessario concordare su alcuni punti da rispettare».

Finora, fra le associazioni islamiche, sembra avere un ruolo predominante l’Ucoii.
«Non sembra, è così. Non a caso, a vincere i due bandi per le moschee a Milano sono state due sigle affiliate al Caim, il quale Caim si rifà all’ Ucoii».

Si riferisce al bando per la costruzione di luoghi di culto proposto dall’assessore del Pd Pierfrancesco Majorino?
«Sì. Già questo ci fa capire che ad aver predominato è stato un discorso economico e non un ragionamento culturale e giuridico di sintesi del mondo islamico. Il bando milanese non ha favorito un’ intesa fra di noi ma ha fatto emergere la parte più ricca e più ideologizzata dei musulmani».

Come mai le associazioni a cui lei ha fatto riferimento sono più ricche?
«Perché ci sono dietro la Turchia, il Qatar, l’ Arabia Saudita: i soliti grandi finanziatori di queste opere religiose».

Questa cosa non può farci stare tranquilli…
«Questi Paesi finanziano un certo tipo di islam. Non danno i soldi ai sufi, per dire. Non ho mai visto dei sufi del Mali prendere soldi dal Qatar. Se tu, in quanto musulmano, professi una ideologia che si basa sulla purezza e il ritorno alle origini, allora il tuo pensiero politico può essere finanziato da questi Stati».

Chi professa questo genere di ideologia non può certo essere definito un «moderato».
«Sono ortodossi. Sono quelli “puri”, che si rifanno all’ inizio dell’ era islamica. E questa cosa, applicata all’ oggi, pone alcuni problemi. Il mondo è complesso, e l’ islam non può chiudersi in se stesso e dire soltanto: “Torno allo spirito del Profeta”. Se purezza significa essere un bravo cittadino e un bravo musulmano va bene. Ma questo atteggiamento si lega anche a precise posizioni politiche. E allora dobbiamo chiederci: questo tipo di condotta è applicabile, nel mondo di oggi? Io non credo. E non vale solo per l’ Occidente. Certe posizioni ideologiche puriste non sono applicabili nemmeno nei Paesi islamici».

E perché?
«Ogni Paese islamico ha un connotato entnico: è impossibile scimmiottare un connotato diverso dal nostro.
Io, che sono somala, non mi ci ritorvo a vestirmi alla saudita. Non me la sento di mettere il velo. Ho le mie stoffe colorate, il mio abito tradizionale. Però, se lei dà uno sguardo alla Somalia di questi anni, vedrà che i colori sgargianti dell’ Africa sono andati perduti. Si è affermato un certo tipo di velo».

Cioè l’ hijab. Il velo alla saudita, come dice lei. E poi abiti che coprono molto il corpo, che nascondono le forme.
«Quella è una divisa politica».

La divisa di un islam ortodosso, rigido. Il Pd da cui lei è uscita ha fatto eleggere in Consiglio comunale a Milano una persona che quella divisa la indossa, cioè Sumaya Abdel Qader del Caim.
«Su questo punto il Pd deve fare una riflessione».

Lei quella riflessione l’ha sollecitata pubblicamente.
«Guardi, mi fa male il fatto che il partito non abbia risposto. Che il sindaco di Milano non abbia risposto. Glielo voglio dire molto chiaramente, e continuerò a ripeterlo. Il Partito democratico sapeva già prima delle elezioni che io mi sarei dimessa. Sia che fossi stata eletta sia in caso contrario. Lo avevo detto ben prima delle elezioni, questa cosa è a verbale. Non accetto le insinuazioni e i sorrisetti di chi dice che mi sono dimessa perché non sono stata eletta. E non accetto di stare in un partito che dialoga con gli esponenti di certe associazioni senza che prima abbiano rifiutato l’ideologia dei Fratelli musulmani».

Insomma, lei ha lasciato il Pd perché ha candidato una persona che esprime un pensiero estremista.
«Il mio non è un attacco alla persona. Io non ci sto a fare giochini, come hanno fatto in alcuni casi i giornali di destra. Non voglio fare il gioco delle parti, fare la musulmana laica contro quella ortodossa. Non voglio farlo perché questo svilirebbe un discorso culturale e politico molto importante. Qui il discorso è: quale islam vogliamo? Quale islam vuole Milano e quale islam vuole il Pd? Perché ha scelto solo quella parte e non ha allargato democraticamente ad altri? Perché ha scelto quel velo? Quello è un velo politico, che rappresenta un’ ideologia politica che è alla base di movimenti come gli al-Shabaab nella mia Somalia. Però voglio precisare una cosa».

Dica.
«Lei ha usato la parola “estremista”. È sbagliata».

Beh, io ritengo che l’ islam politico come quello dei Fratelli musulmani o quello wahabita di origine saudita sia estremista.
«La parola estremista è fuorviante, e le spiego perché. Bisogna distinguere. Chi applica queste ideologie è un intransigente. Gli estremisti sono quelli che usano questa intransigenza dottrinale a scopi terroristici».

Mi sembra una distinzione capziosa.
«Ascolti. Dire che un’ associazione come il Caim è estremista è banalizzare la questione. Dire che sono estremisti è come dire che sono jihadisti. E questo vanifica anche il mio lavoro. Perché se lei mi dice che quelli del Caim sono jihadisti, io sono costretta a dire che non è così».

E allora come dobbiamo definire chi si rifà per esempio ai Fratelli musulmani?
«Sono degli intransigenti politici. Mi permetta il paragone: sono come il Tea Party. Con la differenza che il Tea Party non ha un’ ala militare».

Non mi sembra una differenza da poco…
«È ovvio. Sto solo cercando, con molta difficoltà, di trovare un paragone che sia comprensibile a tutti. Voi giornali di destra sbagliate quando mi fate dire che questi sono estremisti. Lo ha fatto anche il Pd, ed è stato un errore. Le spiego dove sta il pericolo: nel fatto che c’ è un’ intransigenza religiosa e politica. E questa intransigenza è pericolosa perché viene utilizzata da movimenti jihadisti come Boko Haram, al-Shabaab, Isis…».

Lei ha ricevuto minacce per via delle sue posizioni?
«Certo che le ho ricevute. E questo dopo che il coordinatore del Caim ha scritto in un post che sono come Souad Sbai. È stato molto doloroso per me, mi sono sentita sfregiata. Ed ero sola, non ho avuto nessuno a fianco, nemmeno il partito».

Questo mi fa venire in mente il discorso fatto dall’ intellettuale siriano Bassam Tibi. Anni fa sosteneva che potesse nascere un islam europeo, compatibile con le istituzioni democratiche. Quest’ anno ha ammesso di avere fallito, perché hanno vinto i radicali.
«Certo. Ha perfettamente ragione. E ha fallito anche perché l’ Occidente sembra avere dentro di sé una certa voglia di oscurantismo. Quando vedono me, senza il velo, mi dicono: tu non sei musulmana. È come se l’ immagine della musulmana col velo fosse rassicurante per l’ Occidente. E questo obbliga la massa dei musulmani credenti a recitare un ruolo. In realtà, ci sono tanti intellettuali islamici che si stanno dando da fare per cambiare le cose».

Un po’ comodo dare la colpa all’ Occidente.
«Le responsabilità non sono solo dell’ Occidente, ovviamente. Ma sono anche dell’ Occidente. E poi dei musulmani. Non è successo a nessuna religione del mondo che non ci fosse la possibilità di far evolvere il pensiero religioso in un’ ottica di modernità. Solo all’ islam. Sembra che la sua dannazione sia quella di ripetere all’ infinito un modello stanco. Sa quanti musulmani mi dicono: “Mi stanno facendo odiare la mia religione?”. Siamo sfiniti».

Io ho la sensazione che i musulmani abbiano fatto un grande errore. Hanno fatto prevalere il vittimismo. E questo fa comodo ai leader radicali. Sono loro che paragonano i musulmani agli ebrei all’ epoca della Seconda guerra mondiale. Sono loro che parlano di «islamofobia».
«Questa visione vittimistica ricade anche sui musulmani che cercano di cambiare le cose. Ci viene detto che abbiamo torto, che siamo degli apostati! Questa è islamofobia nei nostri confronti!».

Sta dicendo che anche i musulmani sono islamofobi?
«Certo! Io stessa ho denunciato il leader di una organizzazione islamica per islamofobia nei miei confronti, perché ha detto che sono una apostata. Ha aizzato i suoi contro di me, perché faccio parte di una minoranza (sono sufi). Forse che l’ islam africano non deve parlare? Non abbiamo diritto al nostro imam? Nelle moschee italiane di imam africani non ce ne sono: sono tutti arabi o italiani convertiti».

Ripeto la domanda: esiste una islamofobia interna al mondo islamico?
«Sì. Se tu non sei uguale a quelli che stanno cercando di colonizzarti – cioè i Fratelli musulmani e i sauditi – sei perseguitato dall’ islamofobia del potere teocratico. Come vogliamo chiamarla se non islamofobia?».

Non sarebbe il caso di buttarla via, questa parola? È la scusa che si usa per tappare la bocca a chiunque critichi l’ islam.
«No. Dobbiamo rigirare l’ islamofobia contro di loro come un boomerang. Nei miei confronti hanno portato avanti una discriminazione razziale e religiosa».

Se i soldi per la moschea a Milano li mette il Qatar, bisogna prenderli o rifiutarli?
«Quando si parla del Qatar la risposta che ti danno sempre è che il Qatar si sta comprando mezza Milano. Vero, però si tratta di palazzi privati. Andiamo oltre il discorso sul Qatar: servono garanzie di sicurezza. Serve tracciabilità dei fondi, chiarezza su tutto. Diciamo che i soldi non devono venire dal Qatar? Bene. Mettiamolo nero su bianco e partiamo».

La Regione Lombardia ha provato a fare una legge per garantire la sicurezza. Ma la Consulta l’ ha respinta. Era una legge sbagliata?
«Non era sbagliata. Era una risposta politica al bando di Majorino, che faceva emergere l’ islam politico. Dunque era anche giusto dare una risposta politica. Ma non si possono discriminare intere fette di popolazione musulmana per questo motivo. È ora di provare a fare un percorso diverso».

 Francesco Borgonovo (Liberoquotidiano)

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