Lettera sentimentale: “Caro Berlusconi…”

Politica

Milano 16 Marzo – Tocca scriverti, caro Silvio, perché da qualunque lato la guardi, non può finire così. Qui non è, non è mai stata, generica retorica arcoriana, perché quando c’è stato da scendere in dettagli sgradevoli, quando c’è stato da misurare il fossato tra le intenzioni della rivoluzione liberale e il bilancio dell’attività di governo (Dio sa quanto ampio, specie nel finale di partita), ci siamo sempre, nel nostro piccolo Intraprendente, fatti avanti. In questo, ci piace pensare, molto più berlusconiani dei tanti che si autodefiniscono tali ogni sera accomodati nei salotti tivù filogovernativi.
Qui è questione dannatamente concreta, perfino esistenziale: non si può finire così. A rimorchio delle bizze di Salvini&Meloni, ormai un’unica entità residuale, seppur con una strategia legittima e limpidissima. Svuotarti, farti barcollare giorno per giorno, senza sferrare il cazzotto decisivo in volto (sanno di non avere la forza, in politica il peso carismatico e biografico) ma lavorandoti insistentemente ai fianchi, finché tu crollerai per stanchezza e forse per noia, tra una gazebaria(mai idea fu meno berlusconiana, Silvio) e l’evocazione di un improbabile Nazareno tris in chiaro. Quello bis in scuro è già all’opera, è chiaro, sta nella recente attività politica di Verdini e nelle riunioni aziendali con Confalonieri, ma qui vogliamo metterlo tra parentesi, fregarcene, arriviamo anche a questo, Silvio, per salvare quel (poco) che c’è di salvabile in una traiettoria ventennale. Tutela con le triangolazioni più o meno inconfessabili che ritieni l’impero, del resto è tuo diritto, visto che chi non sapeva sconfiggerti nell’urna e nella proposta ti ha attaccato su quello per lustri, arrivando a occuparsi delle libere feste private tra liberi adulti consenzienti. Ma tutela anche, dannazione, quel che di vivo permane nonostante tutto nella tua avventura pubblica e politica, le ragioni originarie, il messaggio potenzialmente rivoluzionario, l’agenda liberista seriamente evocata per la prima volta nel Paese più statalizzato ed elefantiaco d’Occidente, e perfino il suo approdo al governo. Meno spesa, meno tasse, meno burocrazia. Fuori lo Stato dalle nostre vite, dalle nostre aziende, dalle nostre scelte famigliari e individuali. L’imprenditore non più come nemico di classe (Partito Comunista ed eredi, in ultimo Pd renziano) o nel migliore dei casi anomalia da ricondurre alle regole del gioco tramite le vischiosità del sistema (Democrazia Cristiane ed eredi, in ultimo Pd renziano), ma come soggetto trainante, fonte prima del lavoro e della crescita. Svecchiamento del sistema giudiziario e suo minimo bilanciamento in senso garantista, anzitutto attraverso la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante (neanche questo sei riuscito a fare, caro Silvio di governo, neanche a salvarci tutti salvando anzitutto te stesso, altro che leggi ad personam). Riforma in senso compiutamente presidenziale di queste istituzioni gattoparde, vetuste, paludose, rappresentate oggi al massimo grado dal paludosissimo Mattarella.
Questa, grosso modo, era l’agenda di ropture della discesa in campo, un’agenda mai vista seppure a lungo invocata dai settori produttivi del Paese, quelli che lo stipendio se lo devono inventare ogni giorno, queste erano le parole d’ordine. Vai a recuperarle, ma non in una chiacchierata domenicale con Barbara D’Urso, vai a recuperarle nella missione di fondo e nella polemica quotidiana di questo tempo supplementare della tua partita politica che la Fortuna (dote indispensabile di ogni Principe, oltre all’assenza di avversari interni credibili) ti ha concesso. È anzitutto tuo interesse, è quel che ti differenzia irrevocabilmente dai due giovanotti che stanno unendo le loro debolezze per darti il colpo di grazia, il lepenista padano e la lepenista di borgata. Chiedono (ancora) più Stato questi due, Silvio, è ora di accorgercene, chiedono sussidi e protezionismo e difendono le corporazioni (guarda labattaglia tutta illiberale contro Uber) e addirittura utilizzano con nonchalance la parola “mercato” in senso dispregiativo. Non solo non hanno la più pallida idea di cosa sia un’impresa, ma probabilmente “non sarebbero neanche capaci di amministrare un’edicola”, lo hai detto tu in questi giorni di rabbia e d’orgoglio contro le loro manovrine da vecchissima politica. Fai saltare tutto, fuoco alle polveri, “distruzione creatrice”, direbbe un maestro di libertà come Joseph Schumpeter. Rintraccia da qualche parte l’asso nella manica, rigiocati la sparigliata massima della rivoluzione liberale, con coscienza e perfino l’umiltà saggia di averla mancata, di aver fallito quand’eri in prima linea, e proprio per questo di essere ora paradossalmente libero di adottare un nuovo schema. Coagula energie giovani, non compromesse con l’annacquamento del berlusconismo, no stagisti di Brunetta, energie giovani nel ragionamento politico, prima ancora che nell’anagrafe, e appunto ragionanti, non sgambettanti in improbabili casting di bellezza (un esempio può essere l’adunata di bucanieri liberali a cui questo giornale darà un contributo sabato prossimo), regalati forse l’unico ruolo che ti manca in commedia, quello del regista, del Capo di Stato Maggiore, se “padre nobile” ti suona troppo politichese, e rompi il loro gioco. C’è vita e spazio politico tra il renzismo neodemocristiano d’occupazione del potere e il paralepenismo italico d’occupazione delle piazze, è esattamente lo spazio di manovra per chi volesse (ri)accendere la miccia d’una rivoluzione liberale, ed è enorme. Ma fallo prima di subito, rischi perfino di vincere ai calci di rigore. E noi, sai com’è, rischiamo perfino di portare a casa la pelle.
Giovanni Sallusti (L’Intraprendente)

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